PVC

50822309_1200890296731563_3371864341736325120_n

Fotografia di Giorgio B. Scalia

 

  E

 cco cosa vuol dire essere uno scrittore oggi. Giorni fa, la casa editrice se ne spunta con questa bell’idea di scrivere l’ennesima storia sulla saga di quelle stramaledette papere di gomma naufragate  nel ‘92. Ovviamente deve essere un racconto intenso e potente e veicolare un messaggio e una lettura del mondo.

Allora penso: facciamo che ‘sta storia la racconta un marinaio “X” di quella nave cargo, la Ever Laurel, che stava navigando in mezzo al Pacifico e scoppia una tempesta impetuosa e  il mare si ingrossa, la nave beccheggia paurosamente e poi si piega a tribordo e il marinaio spaventato vede rovesciarsi un container in mare. Il container si apre come una scatola di sardine e un’orda di paperelle gialle finisce nell’oceano, sballottata da cavalloni giganti come in un’immensa lavatrice, e in sottofondo l’Allegretto della settima di Beethoven. No, sarebbe un buco nell’acqua.

Mi viene un’altra idea: siamo dentro il container, trentamila paperelle di gomma sono al buio e parlano tra di loro fantasticando sulle loro future case. Poi la burrasca, la nave si impenna, tra le paperelle ce n’è una di nome Donald (dal celtico Domhnall, “ dominatore del mondo”). Donald è il capitano della ciurma di paperelle e il suo compito è portarle tutte a casa a Washington D.C. nelle vasche da bagno di tutti gli americani. Poi il container cade in mare e le paperelle finiscono tra le onde. Donald si rivela un fifone, non è pronto a un Vasca grande come il mondo. La ciurma si disperde per ogni dove. Donald rimane da solo con altri tre giocattoli naufragati, una tartaruga blu, Xelóne, una rana verde, J the Frog, e un castoro rosso di nome Dam. L’avventura comincia e la nuova ciurma si mette in viaggio sulle correnti oceaniche, ma durante le loro peripezie in mare aperto si renderanno conto che forse degli animaletti in PVC così coraggiosi erano destinati a qualcosa di molto più grande di una semplice vasca da bagno. No. Non gliela scrivo una roba alla Walt Disney con le paperelle parlanti.      Come si dice «L’acqua è poca e la papera non galleggia», come ‘sta storia.

Perché non parlare allora di una signora di mezza età, Mrs. Jane. Una collezionista compulsiva di paperelle di plastica. Le papere le sono sempre piaciute, da piccola le disegnava sempre con il becco sott’acqua e il culo a punta verso il cielo. La prima papera che ha posseduto era una paperella gialla in PVC e ci faceva il bagnetto. Poi un giorno va al mare e la perde. Da allora inizia la sua mania di collezionismo e con questo tenta di tappare il vuoto della paperella smarrita, la sua piccola RosyBubbly, l’unica paperella che davvero desidera e che ancora oggi saprebbe riconoscere tra milioni. Poi un giorno le arriva la notizia che una flotta di paperelle di plastica sta per sbarcare sulle coste inglesi e Mrs. Jane spera che tra queste, naufragate nel ’92, ci sia anche la sua RosyBubbly perduta, che come le sue sorelle ha trovato la giusta corrente e sta tornando a casa dopo un viaggio in mare durato quarant’anni. No. Già fatto. Non va bene, fa troppo “Citizen Kane” delle rubber duck.

Niente, l’unica analogia che riesco a trovare tra me e ‘sta storia è che io come quelle paperelle sono disperso in mare. La differenza è che queste galleggiano mentre io spesso affondo. Loro ridono pure se sbatacchiate dalle onde, mentre io spesso sono triste e depresso. L’Amichevole Flottiglia ride in faccia al mare che avvelena. Io invece sono nocivo come le sigarette che fumo e me ne dispero.  Diciamo che il tonno tataki che state mangiando al sushi bar è ripieno di paperelle e lo sarà per più di cent’anni! Le paperelle rimarranno alla deriva ancora a lungo. Hanno già vagato per più di centomila chilometri senza mai toccare terra, primato che nessun lupo di mare può vantare. Grazie alle paperelle seguiamo le correnti oceaniche e tracciamo le nostre mappe nel tentativo di navigare nella nostra testa e di capirci qualcosa. Ovunque su internet si parla dalle peripezie odisseiche di queste paperelle in PVC, come di eroine mitiche.  Insomma, più di vent’anni e la saga delle paperelle navigatrici continua ad ammorbarci. Il che diventa il non plus ultra dell’occasione mediatica che diventa poi fenomeno di costume.  Ma ancora prima di quel naufragio la “First Years” le rese l’icona della vasca da bagno e un feticcio dell’infanzia. Poi il popolo ne ha fatto un totem della cultura pop. Nel tempo ne sono state prodotte in molteplici varianti, da una caramella gusto limone, le Yellow Candy Ducks, arrivando ad essere perfino un sex toy per signore molto pulite e amanti del brivido. La mia ex moglie ne aveva una in doccia. La sua paperella BDSM indossava una tutina in latex nera, un collare con gli spuntoni e aveva una ball gag ficcata nel becco. Quando ero io a chiederle qualcosina di spinto lei non accettava mai, sfogava tutto su quella cosa di gomma dura. Già sarebbe stato strano essere sostituito da un pene di gomma, ma da una paperella vibrante fu davvero un’umiliazione.

Sono solo delle cazzo di paperelle di gomma!

Come fa una paperella di PVC a essere un idolo? Io non ne ho mai avuta una e chiedendo in giro nemmeno altra gente ne ha mai avuta una nella vasca. Ma nel ventunesimo secolo chi è che ha ancora la vasca da bagno e, se ce l’ha, l’ha mai usata? Ma questa è un’altra storia. Quindi, l’unico interrogativo interessante che mi ha tormentato durante il vacuo tentativo di scrivere di ‘ste paperelle è stato: perché le fanno di colore giallo? Il motivo c’è. Il giallo è simbolo della luce, o meglio dell’irradiamento luminoso. Perciò, al giallo corrisponde un movimento di allargamento, una spinta centrifuga di liberazione e fuga. È curioso come nel D.N.A. del loro colore fosse già scritto che queste paperelle sarebbero fuggite dal container di una nave cargo per essere libere in mare aperto. Ma c’è di più: all’estroversione del giallo si somma un aspetto vivace e leggero, rivolto all’immaginazione e alle novità. Ora, la cosa più romantica che viene da pensare è che queste paperelle non si sono fatte prendere dallo sconforto. Sono rimaste a galla e hanno continuato a navigare mantenendo il sorriso.  Ecco allora il motivo di tanto successo mediatico e del perché milioni di persone si sono appassionate a questa storia. Forse la gente ci vede la realizzazione delle proprie fantasie di bambino, quando nella vasca si sentiva il capitano Nemo che con quella paperella sfidava i marosi di bagnoschiuma. O perché in quella galleggiante spensieratezza che non le ha fatte desistere anche in mezzo alle avversità, quelle paperelle hanno saputo prendere vie diverse, e alla fine la loro strada l’hanno trovata. E poi si traggono le somme e ci si dice che alla fine una rotta la si trova sempre. Magari si arriva scoloriti, come le suddette papere corrose dal sole, ma sempre con il sorriso sul becco. E tutti vorremmo vederla così. Soprattutto io che sono finito a Cancale, Bretagna, una località di mare, buona solo per le ostriche, che ovviamente mi fanno schifo.

Ma ora vi dico una cosa: quelle paperelle sono oggetti vuoti e grazie al cazzo che sorridono. Le hanno fatte così. Anche se ne butti una nel camino quella stronza se la ride. Mi chiedo perché la gente dovrebbe trarre una lezione di vita da degli oggetti. Per quanto puoi osservare una sedia con più di trecento anni in un castello della Loira, ti assicuro che non troverai il segreto della vita eterna. Però se parli di impavide paperelle tutti si ricordano che devono sorridere, che devono andare comunque avanti per la loro strada. Ecco che il cervello si spegne (o resta troppo acceso) e tentiamo di fare di tutto un simbolo o una metafora di vita. La spensieratezza di una papera di gomma che non pensa. Anch’io potrei essere felice e avere un sorriso di plastica, se non fossi vivo. Stanno tutti a dire quanto sia importante costruirsi la propria felicità. Ma mai nessuno che parla del prezzo da pagare per ottenerla, il DOLORE. Funziona come una livella alle nostre aspettative. Così impari a chiederti sempre meno e raggiungi la felicità, vedi i buddisti. 

Ma ritorniamo al trovare la propria strada. Le papere non decidono dove andare, ma si lasciano trasportare dalla corrente. Pensa a farti trasportare dagli eventi senza decidere mai un cazzo. Sai come finisci? Finisci come me, che alle 19:02 stai al computer a raccontare la storia delle paperelle. Questo perché non ho le palle di dire all’editore che mi sta col fiato sul collo «Che lo faccia qualcun altro ‘sto lavoro!». Allora fatti trasportare e diventa tu stesso la corrente. Ma sì, segui le mode, segui le orde di ultras allo stadio, fatti Instagram e soprattutto non pensare, non pensare mai, così la vita ti sarà super facile. Devi essere una paperella di plastica liscia e armoniosa fuori e dentro una coltura immonda di batteri e schifezze varie. Putrida come ‘sta cosa che ho scritto.

E poi ieri vado al porticciolo di La Houle e che ti vedo, che fa avanti e indietro sulla battigia, una di quelle paperelle di gomma. La prendo e penso subito di rivenderla a qualche coglione su internet, ma non ci sono riuscito. Penso che rimarrà impiccata al soffione della doccia ancora per molto tempo.


 

Giorgio Benedetto Scalia è nato a Palermo nel 1991. Sin dall’adolescenza adora leggere e scrivere. Continua a non raccontare molto agli altri ma mette tutto su carta. Finito il liceo classico a Palermo si è iscritto all’università di Roma3 in Scienze della Comunicazione e in contemporanea ha seguito il corso di Regia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna, dove tre anni fa si è diplomato. Dopo ha messo in pausa l’università ed è andato a lavorare a Londra per sei mesi. Dall’anno scorso frequenta la Scuola Holden di Torino nella classe di Scrivere e attualmente si occupa della rivista Voce del Verbo.


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...