Un commento al 2018. Come siamo caduti nella trap

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Innanzitutto, sono già in ritardo. Un mese è passato e il 2018 sembra già lontano, sfocato, sostituito da un gennaio freddo e irritante. Ma quel che fatto è fatto, lo spettacolo deve continuare, e altri modi di dire banali. Ecco quindi un pezzo scritto due settimane fa e che sembra già vecchio: il primo episodio di questa rubrica, Note a margine, in cui scrivo di  fenomeni inutili e pratico masturbazione mentale.

 

Gennaio è un mese difficile.

Il ritorno alla vita reale, lontana dalla dimora genitoriale, dai pranzi luculliani, cene, natali e capodanni, da quell’essenziale vacuità di pensiero che dicembre regala con le sue luci e decorazioni e sentimenti.
In questa tossica atmosfera di pace, risoluzione e buoni propositi, la notte di Natale, un’epifania mi ha scombussolato. Mi trovavo nel mezzo della cena, tra il primo dei primi e il secondo, già confuso dall’alcol e dai decibel delle urla dei parenti, quando è accaduto. La zia Marina, maestra in pensione, la tinta rossastra sul capello cotonato, tra una forchettata di pasta al forno e l’altra intavolava un dibattito su quello che lei chiamava il Trap, citando nomi che mai avrei pensato potesse conoscere. Lì per lì ho pensato: ecco, è finita. D’altronde, cosa può avere ancora da dire un genere musicale che fa della freschezza il suo vanto, nel momento in cui le zie Marine di tutta Italia si avventurano in teoretiche, discussioni e polemiche sull’argomento?
Il misticismo di questo avvenimento mi ha portato a riflettere sul 2018 appena finito e a interrogarmi su cosa abbia rappresentato per la musica in Italia. Perché, se gennaio ha un pregio, è che offre la possibilità di guardare l’anno passato per la prima volta, a mente fresca.

Il 2018 ha assomigliato molto a qualsiasi anno compreso tra il ’94 e il 2004 in un qualsiasi paese occidentale: anni in cui i media generalisti hanno accettato definitivamente il rap come fenomeno culturale meritevole di attenzione e, soprattutto, ne hanno compreso appieno le potenzialità economiche. Ora, com’era prevedibile, è nata una gran confusione nelle teste dei giovani sessantenni che si occupano di comunicazione in Italia, confusione dovuta a quella t davanti al già noto rap. Hanno quindi dedotto che era successo qualcosa di nuovo, che doveva essere nato un qualche giovane fenomeno dal quale proteggere i bambini- oh, perché nessuno pensa ai bambini?-, bombardandoli di finte notizie, immagini e pipponi moralistici recitati apposta per alimentare le loro idolatrie. Siamo stati testimoni di articoli e servizi intitolati, nel segno della tradizione pedagogica dei nostri media, Chi è Sfera Ebbasta, l’idolo dei vostri figli o Vi spieghiamo il/la Trap: il fenomeno che ha conquistato giovani con spinelli e abiti firmati.

E così tutti ne hanno voluto una fetta. Ospitate, interviste, apparizioni, lo splendente accostamento tra l’estetica volutamente pacchiana, vuota e pomposa dei diretti interessati e i meccanismi della vecchissima retorica televisiva italiana, non meno pacchiana, vuota e pomposa. Ovviamente, nel momento in cui è stata sdoganata, la trap è diventata tutto ciò che i media desiderassero. Tutto– qualsiasi cosa significasse. Perché quando si parla di musica, si parla di intrattenimento musicale, si parla di prodotto. E i prodotti musicali del 2018 italiano sono la trap e l’itpop. Questo è quello che vuole la gente, questo è quello che c’è. Punto. 

Nonostante le premesse, questo matrimonio ha accontentato tutti. Da una parte, i giovani trapper hanno avuto la possibilità di suscitare un clamore mediatico che non immaginavano nemmeno nei loro sogni più proibiti, dall’altra, giornali e televisioni hanno potuto affondare le proprie zanne di vampiri sulle carni succulente di un nuovo fenomeno di costume da sciorinare al pubblico italiano.
La conseguenza diretta è che, tristemente, lo stesso fenomeno non ha più niente da dire, perché una delle tematiche su cui la narrativa trap ha gettato le proprie fondamenta è la scalata che questi ragazzi, fuori dalle strutture medio-borghesi (chi più chi meno), hanno intrapreso per raggiungere l’affermazione personale, allontanandosi, con diversi risultati, da quelle dinamiche di quartiere raccontate nelle prime uscite.
Adesso, però, la scalata è finita, la cima è stata raggiunta. E sembra che molti artisti si siano semplicemente accontentati. Come tutti i fenomeni culturali sbandierati accanto all’agghiacciante aggettivo “virale”, la trap sembra aver perso il suo artiglio, quel qualcosa che l’ha resa oggettivamente uno dei fenomeni di costume più interessanti di questo secondo decennio del duemila. Il rischio che si corre è che questa wave (utilizzando un termine giovane) si esaurisca, per lo meno nella sua componente creativa. Chiaro, non parlo di numeri e, del resto, non si parlerà di numeri per un po’: una volta trovata la gallina dalle uova d’oro, sarebbe folle liberarsene. Molti trapper hanno già dato l’impressione di essere capaci di mantenere alta l’attenzione su di loro reinventandosi costantemente, con un fiuto più da uomini di marketing che da musicisti, rinnovando ciclicamente la propria immagine e la propria estetica. Più difficoltà hanno trovato nel rinfrescare i contenuti, sia narrativi che musicali, che onestamente, dopo tre o quattro anni di gang, troie (sigh) e palazzoni, puzzano un po’ di stantio.
Adesso, irrorati dal faro della popolarità, dovranno cercare di restarne illuminati il più a lungo possibile. Ma il faro della popolarità è anche, si sa, il più volubile.

Illustrazione originale a cura dell’autore


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