Quelle scarpe sul filo

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Palermo, 2016

Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?

 

Vi è mai capitato di fare una passeggiata in città, alzare gli occhi al cielo, e notare delle scarpe appese ai cavi dell’alta tensione o nei tralicci delle linee telefoniche?

A me è successo proprio pochi giorni fa e, incuriosito, ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che quest’usanza, nata negli Stati Uniti e di così rapida diffusione, ha un nome: Shoefiti, che deriva dalla fusione di due parole inglesi, shoe e graffiti. Ora, domandarsi il perché della parola shoe è inutile, dato che di scarpe si parla, ma per quanto riguarda la parola graffiti, mi fa già pensare. Ma non solo ai graffiti per come li conosciamo oggi: scritte fatte con le bombolette spray, spesso in posti difficili da raggiungere, che riportano il nome d’arte o tag del writer. Penso alle origini del graffitismo che risalgono alla seconda guerra mondiale, intorno agli anni ’40, quando i soldati statunitensi segnavano il loro passaggio con la scritta “Kilroy was here”. Ma da dove viene questo slogan? Secondo il New York Times sarebbe stato James J. Kilroy a crearlo involontariamente. Egli era un supervisore dei cantieri navali di Bethlehem Steell, nella città di Quincy in Massachusetts, durante la seconda guerra mondiale. Uno dei suoi incarichi da supervisore consisteva nel pagare gli operai in base al numero di rivetti montati durante il turno di lavoro, con un metodo molto semplice. Ogni operaio a fine turno doveva fare un segno con un gessetto per indicare l’ultimo rivetto battuto, così da poter distinguere facilmente l’operato di ogni singolo lavoratore da quello del turno successivo. Ma si sa, l’onestà non è una caratteristica così radicata nell’uomo e quindi gli operai, per fare più soldi, cancellavano il segno del collega che li aveva preceduti e si attribuivano il lavoro. J. J. Kilroy lo scoprì quasi subito e pose rimedio alla disonestà dei suoi uomini scrivendo vicino a ogni segno di gessetto “Kilroy was here” con una matita indelebile, di quelle che si usano per votare. Dato che J. J. Kilroy apponeva  la frase durante le varie fasi di montaggio della nave, con il seguirsi della lavorazione le scritte apparivano anche in posti impossibili da raggiungere al termine dei lavori.

Ora, immaginatevi, quando le navi per urgenza bellica non venivano completamente verniciate, di essere un soldato della marina americana di quell’epoca e di scendere sottocoperta per un’operazione di semplice manutenzione e trovare questa frase scritta ovunque. Tre parole, dall’origine misteriosa e inspiegabile, scritte in posti irraggiungibili da una mano sconosciuta. Nessuno sapeva, ma tutti riproducevano quella frase, “Kilroy was here”. Varie leggende dicono che la scritta si trovi in punti iconici ed inaccessibili, come sulla volta dell’Arco di trionfo, sulla torcia la statua della liberà, sulla cima dell’Everest e addirittura sulla superficie lunare.

Ma voi direte: «Cosa c’entra tutto questo con lo Shoefiti?».

Io ci vedo la stessa componente di auto affermazione. Gridare al mondo «Io sono qui», a testimonianza di un passaggio che lascia il segno, in un’interazione magica tra l’uomo e il mondo. Proprio come i graffiti, lo shoefiti è qualcosa d’indelebile. Provate a cancellare un tag e ne comparirà sempre un altro, così come per le paia di scarpe appese ai cavi, spuntano come funghi e sono impossibili da recuperare. Stessa cosa è per la componente di difficoltà, i graffiti si trovano in luoghi difficili da raggiungere, spesso molto in alto, proprio come quelle scarpe. 

Ma sicuramente vi starete ancora domandando: «Che cosa significano?». Nessuno lo sa con certezza, e allora nascono le leggende.

 

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Torino, 2018

Si pensa che lo Shoefiti sia un simbolo che segna la fine della scuola, gesto ripreso probabilmente da una vecchia tradizione militare di lanciare su un cavo i propri anfibi alla fine del periodo di leva. Alcuni credono comunichi la perdita della verginità oppure l’inizio di un matrimonio. Altri ancora pensano sia qualcosa legato al mondo della droga, come un simbolo dello stato mentale di chi è fatto, high, come metafora del distacco dalla realtà. C’è anche chi sostiene sia un modo per segnalare zone di spaccio o che venga usato dalle bande criminali nel loro territorio per commemorare l’uccisione di un membro del clan.

Così, ben presto si alimentano varie leggende, grazie a tre componenti fondamentali: il mistero, la necessità di spiegarlo e un margine di credibilità. In questo modo nascono le leggende metropolitane o più in generale nasce il mito, per soddisfare il nostro bisogno universale di storie, un istinto antico come l’uomo stesso.

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Torino, 2018

Pensateci, anche se le origini dello Shoefiti sono state dettate dalla noia, dall’ubriachezza o più semplicemente solo per sbarazzarsi di vecchie scarpe, non ha nessuna importanza. Pensatela come volete, dategli il significato che preferite o immaginatene uno voi. La bellezza sta nel trovare un senso alle cose del mondo. E allora, eccomi qui, in via Monteleone 52 a Palermo, una piccola stradina in lastricato affondata tra palazzine fatiscenti. È una calda domenica d’estate e non c’è nessuno. A farmi compagnia c’è solo una debole lanterna fissata a una facciata cadente di tufo grezzo. È quasi mezza notte e il cielo è vuoto di nuvole e di stelle. Sopra di me alcune scarpe penzolano alte da un cavo elettrico. In mano stringo un paio di vecchie Convers, non sono le mie, erano di mio fratello che adesso non c’è più. Le accosto al mio cuore e poi le scaglio verso il cielo (vi risparmio tutte le volte che provo a farle appendere al cavo ma non ci riesco). Le scarpe s’intrecciano con una doppia giravolta di stringhe e penso, mentre le osservo dondolare come campane a vento: «Quelle scarpe appese nel cielo stanno come lui, là in alto, in un mondo che non è più realtà, ma fatto di miti e leggende. Finire la scuola, perdere la verginità, sposarsi, farsi una canna, venire qui, dove sono io adesso, e chiedersi che cosa vogliono dire ‘ste scarpe, tutte cose che mio fratello non può più fare. Magari un giorno, forse non troppo lontano, mi sbarazzerò di questa malinconia, ripasserò di qui, alzerò lo sguardo al cielo e troverò la bellezza».

 


 

Giorgio Benedetto Scalia è nato a Palermo nel 1991. Sin dall’adolescenza adora leggere e scrivere. Continua a non raccontare molto agli altri ma mette tutto su carta. Finito il liceo classico a Palermo si è iscritto all’università di Roma3 in Scienze della Comunicazione e in contemporanea ha seguito il corso di Regia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna, dove tre anni fa si è diplomato. Dopo ha messo in pausa l’università ed è andato a lavorare a Londra per sei mesi. Dall’anno scorso frequenta la Scuola Holden di Torino nella classe di Scrivere e attualmente si occupa della rivista Voce del Verbo.


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