IL CONTESTO (parte prima)

Napule è tutta ‘no suonno

e ‘o sape tutto ‘o munno

ma nun sanno a verità.

                                                                                                                               (Pino Daniele)


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È  arrivata infine la gloria. Non è troppo diversa da come l’avevo immaginata, anche se di certo pare un poco più piccola. Del resto una minima delusione era inevitabile, e questo perché io la gloria l’ho attesa davvero molto a lungo. Mi accontento quindi, la faccio bastare. L’accetto per com’è, piccola forse ma pur sempre gloria. E mi trovo a osservarla, sparsa attorno a me nei titoli dei giornali, attestata dalle voci dei più autorevoli critici. Dicono che ho visto ben addentro alla realtà, che la mia indagine intorno ai costumi dei napoletani è stata attenta e minuziosa. Molte verità pare abbia rivelato, affarucci un po’ loschi, conosciuti ai più ma sempre passati sotto silenzio. Quanto più è motivo di lode, a detta dei miei ammiratori, è la chiarezza con cui il mio testo, fornendo dati certi e puntualissimi, espone la sua denuncia. Già altri, prima di me, avevano insinuato nei loro scritti dubbi anche pungenti riguardo le inquietanti attitudini dei napoletani, ma sempre si erano nascosti dietro il fumo della supposizione. Spinti dalla paura, alcuni di loro avevano persino ritrattato, negando l’attendibilità dei loro ragionevoli sospetti e affermando che tutto quanto si diceva, in merito alla questione napoletana, fosse menzogna, assurdità, barzelletta. Questo mi porta ad ammettere che se ho ottenuto la tanto attesa gloria, io non lo debbo certo a una qualche alta e nobile forma di coraggio, quanto alla disperazione cui il mio sciagurato impiego mi aveva al tempo ridotto. Non fu sincero lo slancio che mi spinse verso la forma scarna e un po’ grigia dell’inchiesta giornalistica. Se fossi rimasto fedele alle mie aspirazioni infatti, e avessi scritto solo di ciò che per mia natura sento più simile e vicino, mai mi sarei trovato ad osservare questa specifica etnia, né del resto alcun’altra. Prima dell’avventura partenopea, la mia esperienza come scrittore era limitata al solo campo della narrativa. Cosa scrivessi ha poca importanza, perché nessuno mai lo leggerà. Posso dirvi che scrivevo racconti, romanzetti da poco. Storie favolistiche, vagamente bislacche, sempre ambientate in un’indefinita surrealtà. Come ogni scrittore, le ritenevo in assoluto le più grandi, e attraverso di loro mi aspettavo di procurarmi senza troppi problemi un po’ di gloria. Una fastidiosa questione, un foruncolo, un pelo, si frappose però tra queste mie opere e la meta che tanto bramavo.                                                                                               Da narratore, ho sempre provato uno spontaneo senso di rifiuto nell’approcciarmi alla realtà. Più volte ho cercato di avvicinarla, di vederla se non come diretto oggetto d’interesse, almeno come utile scenario delle mie storie. Eppure quelle mai le si accordavano. Calate nei suoi compromessi, nelle sue meschine complessità, perdevano di senso e inevitabilmente ne uscivano tradite, rotte del tutto o in parte ma sempre più brutte, persino più false di come le avevo immaginate, nella purezza dell’astrazione. A esser sincero, devo dire che la necessità di ritrarre il reale io neanche l’ho mai sentita. Credo che questa innata resistenza, invero alquanto scomoda, mi sia derivata dal fatto che nella realtà io stesso non mi sono mai sentito stabilmente collocato. L’idea di appartenere a un contesto, sia questo un luogo o un tempo, una cultura o un mondo, mai ha trovato posto nella mia coscienza, neanche parzialmente o di sbieco. Sin da piccolo, ogni qual volta mi veniva indicato un confine io spontaneamente mi rifiutavo di credergli. Mi veniva detto che vi era una piccola sezione, nel mondo, che era il nostro paese, e in quello una sezione ancora più piccola, che prendeva il nome di regione e conteneva la mia città, il mio quartiere, la mia casa. Mi veniva detto che anche all’interno del tempo vi erano sezioni distinte, che vi erano secoli precedenti all’avvento dell’uomo e secoli successivi, a loro volta divisi con incredibile precisione, di modo che alcuni periodi iniziavano in un dato anno per concludersi esattamente in un altro. E io comprendevo l’utilità di queste partizioni e le studiavo con grande attenzione per tentare di abituarmici, ma quelle mi rimanevano sempre indigeste e un po’ scomode. Come si potrà immaginare, questa assurda suggestione è stata motivo di gravi disagi per la mia persona. Ha frapposto una distanza incolmabile tra me e ogni possibile casa, lasciandomi apolide e solo, dolorosamente lontano da ogni tavola e da ogni festa.                                                                                                                                    Ora, io non saprei dire da quali grasse presunzioni o rabbie sia nato questo mio male. Fatto sta che dentro l’ho sentito sempre, e che il suo peso inaffrontabile mi ha spinto nel tempo a odiare la realtà, a rifiutarla con lo stesso fermo rifiuto che quella mi opponeva. Sarei stato contento di tenerla il più possibile lontano dalle mie operette, se un certo ambiente editoriale non avesse giudicato questa mia scelta inadatta e in qualche modo anche nemica alle esigenze del mercato. Dio sa quante volte io abbia sottoposto le mie storie al giudizio altrui, e quante abbia ricevuto in risposta solo un silenzio misero, umiliante. In quello sempre risuonava il rifiuto del mondo, sempre il suo peso. Ed ecco che la mia esistenza andava affondando, piano, tirata a picco dai fallimenti professionali, mentre gli anni passavano e la voglia di rivalsa piano piano scemava, si ottundeva. Infatti questo mio stato, potremmo dire di prostrazione, non si risolse autonomamente in una ribellione violenta, giacché al contrario di quanto affermino alcune romantiche teorie, la coscienza di una mancanza diviene sprone verso la conquista solo in un tempo secondo e alquanto ideale. Inizialmente, quest’indesiderata epifania si traduce in motivo di gravi miserie per noi, poiché prima di combattere per conquistarci i desiderati beni, noi quei beni ora assenti possiamo piangerli anche molto a lungo. Tanto che i più rimangono ingabbiati la vita intera nel loro pianto, e spesso si dicono nel mentre «Ora mi opporrò a questa dannata cosa», «Ora prenderò ciò che è mio». Ma raramente questi propositi portano i miserelli a gettarsi nella mischia per riprendersi il loro. Più spesso essi ricadono in pianto, si rivelano per quel che sono: altre note della continua lagna. Fosse stato per me, sarei rimasto per sempre ad addobbare i miei sogni di gloria. Se quelli si fecero realtà, per quanto in modo sommario e abbastanza approssimativo, fu soltanto grazie alle parole del mio agente. Questi era un omuncolo untuoso, costretto all’impegno costante dalle sue nevrosi, riccamente vestito e improfumato dai soldi che io e molti altri inetti miei pari continuavamo a devolvergli. Non si può dire che fosse un uomo da bene, credo anzi di poter affermare con una certa sicurezza che era solito ingannarci, eppure al suo lavoro teneva, e sapeva anche svolgerlo efficacemente talvolta, pieno com’era di perfidia e squallida arguzia. Per questo prestai fede alle sue parole, quando mi propose di scrivere altro. «Il suo problema lo conosciamo tutti», disse un giorno, col suo fare mellifluo. «Lei senza dubbio compone opere di grande pregio, e in un mercato più aperto non avrebbe problemi a pubblicare con grandi nomi. Ma quaggiù, lei lo sa, non si legge più tanto, e la selezione dei testi passa inevitabilmente dal riconoscimento di alcuni schemi vincenti, consolidati. Le sue storie sono intense, vibranti, ma non parlano della nostra realtà. Vede, le persone vogliono che ciò che leggono parli di loro. E loro vivono qui, ora. Il suo problema, gliel’hanno detto più volte, è il contesto». Fin qui a malapena lo ascoltavo, drizzando giusto le orecchie per cogliere le lusinghe che mi concedeva. Il resto era noia, cose già dette e ascoltate fino alla nausea, cui non intendevo oppormi. Ma ecco che il tipo se ne spunta con una proposta: «A mio parere» dice, «lei dovrebbe provare a scrivere qualcos’altro. Si impegni in una ricerca, sì, in un’indagine. Se non riesce a raccontare la realtà, la descriva prima. Vada a casa, si fidi di me, vada dov’è cresciuto. I costumi della sua gente, quelli potrà capirli. Li osservi, raccolga le loro tradizioni. Vedrà che qualcosa d’interessante ne verrà fuori. E poi, chissà, dopo la realtà potrebbe sembrarle improvvisamente più vicina». Ora, io difficilmente mi fido delle persone, ma le parole del mio agente in qualche modo mi scossero. Certo non pensavo di potermi cimentare seriamente nella prova che mi era stata proposta, né di poterne ricavare la mia gloria sognata e sempre futura. Ma la realtà io dovevo affrontarla, questo era certo, e per la prima volta non mi veniva chiesto di obbligare nei suoi cavilli le storie che stoltamente amavo. Per la prima volta si trattava di guardarla in faccia per com’è, in tutta la sua crudezza, e di descriverla. Occorreva tuttavia correggere la rotta indicatami. Consigliandomi di tornare alla mia terra, l’agente aveva dato comodamente per scontato che ne avessi una, che la sentissi tale e soprattutto che questa fosse per me quale è una casa: conosciuta e intimamente vicina. Ma non vi è luogo che io senta più lontano e incomprensibile della mia terra, la stessa terra dove il mio inspiegabile male è germogliato, la stessa dove per la prima volta, e di lì per sempre, mi sono sentito alieno e inconsolabilmente solo.                                                                        Perché scelsi Napoli non saprei dirlo con esattezza. Probabilmente, mi affascinava il gran baccano che da sempre si faceva attorno alla vita segreta di questa città e dei suoi abitanti. Molte voci correvano, molti bisbigli. Si diceva che nel ventre di Napoli ogni giorno venissero commesse efferatezze e crudeltà di ogni sorta. Atti indicibili, legati ad antiche tradizioni popolari, a patti di sangue sedimentatisi nei secoli e ancora vigenti. Libri interi erano stati scritti sulla faccenda, e da quella era stata ricavata, negli anni un’intera mitologia, poi diffusa dalle maschere del cinema e del romanzo, osteggiata dalle più alte autorità eppure ancora cantata, con meraviglia, da qualche voce di bimbo in una piazza, o nello stordente chiasso di un cortile.
Ma cosa c’era, di vero, dietro la leggenda e il rumore? Cosa, dietro le molte inspiegabili morti, dietro le sparizioni sospette e mai risolte? Come ho già detto, al tempo non portavo una gran fiducia nell’esito della mia indagine. Pensavo che questa mia sortita in Campania si sarebbe risolta con un nulla di fatto, con qualche parola abbozzata al massimo. Non potevo immaginare che io tra tutti avrei descritto l’assoluta e allucinante verità riguardo la questione napoletana. Peraltro, questa si presentò a me in modo abbastanza naturale, tanto che appena una settimana dopo il mio arrivo ero già di ritorno, comodamente seduto sul sedile di un treno, con un’inconfutabile prova al mio fianco.                                                                                                                                          Quando arrivai a Napoli, era dicembre inoltrato. L’inverno mi sembrò sin da subito incredibilmente clemente, e da questo ricavai una prima soddisfazione, giacché mentre io mi trovavo impelagato in questa impresa ardita e abbastanza inutile la mia famiglia si era riunita, lassù, per celebrare la più irrinunciabile di tutte le feste. Erano anni ormai che non presenziavo ai loro bagordi, eppure trovavo sgradevole e alquanto odioso il fatto che avessero completamente rinunciato a invitarmi. Persino mia madre sembrava avermi dimenticato, al punto che l’unico rapporto rimasto, tra me e lei, era riassumibile nel virtuale flusso dei bonifici bancari che mensilmente partivano dal suo conto andando a ingozzare il mio con generosità anche eccessiva. E proprio nell’eccesso, nella differenza che separava quelle cifre dal decoro di una misura, stava ai miei occhi l’offesa più grande. Ogni volta, al momento di quel necessario contatto, assieme alla vergogna mi assaliva un sentimento di odio, di ingrato disprezzo per questa donna che accettava ormai passivamente di mantenermi, e provai sin da subito una gran gioia nell’immaginarla chiusa in casa, bardata da capo a piedi per fuggire il freddo, mentre io potevo tranquillamente passeggiare per le strade di una bella città, godendomi il vento come fosse autunno. Il mio soggiorno iniziò quindi con ottimi auspici, e mentre mi allontanavo dalla stazione a bordo di un taxi iniziai a osservare fuori dal finestrino le molte meraviglie che la città offriva. Quanto più attirava il mio sguardo tuttavia, deviandolo dalle glorie del rinascimento e del barocco, dai castelli arroccati sul mare e dalle regge, era la curiosa fisionomia dei napoletani. Facilmente distinguibili, nella folla multietnica che affollava le strade, gli indigeni mi apparvero sin da subito creature un po’ strane, in tutto rispondenti a quanto il cinema aveva sempre mostrato, attraverso le meraviglie dell’effettistica e della prostetica. Nessuna menzogna quindi, lo spettacolo aveva per una volta raccontato il vero. Ricordai la perplessità con cui, da bambino, leggevo le descrizioni terribili dei napoletani, e dovetti constatare che in quei romanzi fantastici, spesso tendenti alle tinte più nere del gotico, non era scritto niente di eccessivo o di falso. Per quanto assurde e terrificanti, le celebri forme di questo popolo erano tutte lì, indubitabili, incarnate, certe di una realtà che forse anch’io potevo raccontare.          L’avventura era appena iniziata e come sempre accade, in questi frangenti, mi sentivo pieno di energie e solidissime intenzioni. Presi alloggio in un lussuoso albergo vicino al lungomare, e trascorsi la prima sera passeggiando per le vie del centro. Napoli mi parve sin da subito uno splendido labirinto. Era facile perdersi tra gli intrichi degli strettissimi vicoli, delle scale, tanto che appena si usciva dalla sicura via dei decumani e delle strade più trafficate, in un nonnulla ci si trovava traslati da un mondo a un altro, dove il decoro e l’ordine della civiltà moderna perdevano di senso, semplicemente svanivano, lasciando spazio a qualcosa di diverso e più antico. Un’idea di rancore, di colpa, covava nel fondo buio dei vicoli, e ovunque si alzava l’afrore del cibo avariato e dell’orina, mentre dall’uscio sempre aperto dei bassi veniva la lingua selvaggia e incomprensibile dei napoletani. Questo mondo nascosto, precristiano, mi attraeva a sé come mai era accaduto prima. Sentivo che vi era qualcosa, tra me e lui, come un non detto.      Dimenticai rapidamente l’indagine che mi ero proposto di svolgere, e impiegai i giorni seguenti in una metodica esplorazione della città. Vidi i campi Flegrei immersi nel fumo delle solfatare, e la bocca atroce del Vesuvio, aperta e immobile accanto al monte Somma. Visitai le piazze e i musei, le chiese e i castelli, spostandomi da un quartiere all’altro ed estraendo, da ognuno, un’idea o una suggestione nuova. Tanto precisa fu la mia esplorazione, e tanto densa nel poco tempo che vi impiegai, che al termine del quarto giorno potevo affermare di conoscere questa metropoli più del paese dov’ero nato. Andava costruendosi, nella mia mente, un fitto reticolo di dati e informazioni, corroborati dall’esperienza tangibile che avevo fatto della città, dalle sensazioni che ne avevo ricavato. E mentre la rete si infittiva io sempre di più desideravo appartenerle, abbandonarmi a lei e trovar posto tra le sue molte maglie. Non importava la gloria, non importava chi ero stato né quel che avevo fatto. Ora ero qui, e qualsiasi spazio avessi trovato per restare, anche il più scomodo, anche il più piccolo e vergognoso io subito lo avrei preso. Ed ecco che le forme dei napoletani iniziavano a sembrarmi lentamente più armoniose, più umane. Ecco che nel sogno mi figuravo improvvisamente simile a loro. Così nasceva in me un sentimento inedito, potrei dire di appartenenza, che rendeva questo mondo sempre più vicino, come se il caos che lo governava potesse essere, in fondo, l’unico contesto disposto ad accogliermi, e l’unico che avrei potuto accettare.      Ma la mia estraneità non tardò a manifestarsi in tutto il suo inaccettabile peso.

 


 

Nicola Dardano è nato a Pisa il 23 Febbraio 1995, si è diplomato al liceo classico Niccolini Palli di Livorno e ha studiato alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Oltre ai racconti, scrive cortometraggi, riservandosi la possibilità di dirigere testi più personali. Attualmente risiede a Torino, dove frequenta la classe Scrivere alla Scuola Holden.


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