IL CONTESTO (parte seconda)

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Questo sciocco idillio, infatti, si ruppe bruscamente durante il quinto giorno della mia permanenza. Nel pomeriggio mi ero inoltrato nei quartieri spagnoli, dove il circondario sembrava coinvolto in un festoso tumulto. Un nutrito gruppo di quartierani passava di casa in casa, gridando nomi e raccogliendo nuovi membri ad ogni porta. Per lo più si trattava di donne gravide o molto giovani, che assieme ai cari si dirigevano verso la fermata del bus. Qui, come appresi dalle parole di uno straniero, le donne si sarebbero imbarcate per raggiungere la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi. Quando chiesi il perché, lo straniero non seppe rispondermi. Decisi allora che avrei chiesto a qualcuno del posto, e mi avvicinai al corteo. Imbarazzato e trepidante, in vista del mio primo approccio con gli indigeni, scelsi di rivolgermi a un ragazzino deboluccio rimasto un po’ indietro. Mi accostai a lui ostentando naturalezza, e con fare affabile gli chiesi dove fossero diretti. Ma ecco che quello si gira verso di me, e guardandomi storto bofonchia un’offesa nella sua strana lingua. «Come scusa?», gli chiedo, con la mezza intenzione di redarguirlo. «Che vvuo’?», risponde lui inviperito. «Tu nun sie un e’nuij». Io mi irrigidisco, mi blocco, mentre il ragazzo fugge via per riunirsi al corteo. Riesco a vedermi, da fuori, con i miei pantaloni eleganti, il mio costoso cappotto. Riesco a vedermi immobile, patetico e solo in mezzo alla strada, mentre loro si allontanano assieme. Il ragazzetto si avvicina alla mamma, la chiama scuotendole un braccio e i due si voltano. Lui mi indica, sorride con il suo becco mentre lei mi guarda e nei suoi occhi cisposi, grandissimi, leggo un disprezzo feroce. Lo spazio d’improvviso si allarga, si piega. E in quel momento comprendo, con disarmante chiarezza, quanto mi sia dal principio ingannato nel riconoscere un legame tra me e questa città straniera. Napoli non era diversa da ogni altro luogo. Tutto, in me, era al suo cospetto mancanza ed errore. In qualsiasi altra occasione, una simile presa di coscienza avrebbe istantaneamente fiaccato la mia volontà, portandomi ad accettare la possibilità di una resa. Ma questa volta il mio animo non rispose al rifiuto subito con forza eguale e contraria. Questa volta la vergogna e l’umiliazione non riuscirono a spegnere in me il desiderio. E mentre il corteo si allontanava verso la fermata del bus io chiaramente compresi che se non mi fossi opposto a quanto accadeva, se non avessi preteso quel che desideravo, avrei perso per l’ultima volta, e mai mi sarei concesso di tentare ancora. Allora decisi che a qualsiasi costo io avrei strappato a quella città un posto mio. Se la distanza tra me e quel popolo stava tutta nelle forme, quelle stesse abominevoli forme le avrei impiantate nella mia carne senza paura. Ogni appendice avrei accettato, ogni corno. Se mi fosse stato chiesto di versare altro sangue oltre al mio, io anche quello avrei fatto. Mi sarei macchiato di ogni crimine, pur di sfuggire all’esacerbante piattezza della mia esistenza, poiché in cuor mio sapevo che l’unico modo per riuscirvi era accedere, finalmente, ad un consorzio umano di un qualsiasi tipo. Il mondo intero, a partire dalla mia famiglia, sembrava avermi rifiutato sin dalla nascita, e da quel rifiuto avevo ricavato un odio inarginabile, selvaggio, che aveva contribuito nel tempo a precludermi la possibilità di un qualsiasi contatto umano. Ma Napoli sembrava essere distante dal resto del mondo almeno quanto lo era da me. Era l’unico contesto che non riuscivo a disprezzare, ed anche l’unico a cui, nonostante ogni resistenza, avrei desiderato appartenere. Tenendomi a una debita distanza, seguii il corteo fino alla fermata del bus. Qui si ammonticchiavano i napoletani, raggrumati in un’unica macchia convulsa, urlante. Ed io stando un poco discosto riflettevo, pensando se fosse il caso di unire le mie grida alle loro. Mi tastai la gola, vi feci pressione a diversi livelli cercando di modulare la mia voce sulle frequenze dei loro vagiti. Proprio quando riuscii a trovare un buon compromesso, tuttavia, il bus si fermò davanti al marciapiedi. L’orda aspettò a gettarsi dentro, e i maschi si scansarono per dare precedenza alle donne gravide. Quest’atto garbato, oltre a demarcare la gentilezza di un popolo all’apparenza tanto feroce, mi diede modo di avvicinarmi lentamente alla portiera anteriore del mezzo, dove attesi, non visto, fino all’ultimo secondo utile. Solo allora, quando l’orda intera ebbe preso posto, entrai. La portiera si chiuse alle mie spalle e, prima che i napoletani si accorgessero della mia presenza, il bus era già partito. Il viaggio che seguì ebbe breve durata, ma riuscì comunque a mettere a dura prova il mio ritrovato coraggio. I napoletani non perdevano occasione di schernirmi. I bambini si avvicinavano al palo cui mi reggevo e vi danzavano intorno, intonando cori di insulti. Le donne gravide, cui di certo non si poteva dir niente, allungavano le loro code fino ai miei piedi, cercando di farmi inciampare. Ma il più odioso fu un omone grasso, dal viso butterato e crudele, il quale con la scusa di guardare fuori dal finestrino continuava a rivolgermi il sedere, sfogando senza vergogna i suoi bisogni in rumorose e continue flatulenze. Il tormento ebbe fine solo quando il bus si fermò nei pressi di piazza Monteoliveto. I napoletani sembrarono dimenticarsi della mia presenza e si riversarono fuori. Compatti attraversavano la strada diretti verso la chiesa di Sant’Anna, ed io titubante li seguivo, curioso di apprendere quale rito si consumasse in quel luogo, segretamente desideroso di prendervi parte. Mi accodai alla fila e nascosi il mio corpo indegno dietro le spalle dell’ultimo napoletano. Seguendo il suo passo scomposto, pesante, riuscii ad entrare nella chiesa senza destare sospetti. Un’unica navata si apriva davanti a me, affondando nello spazio sino all’altare, mentre sui lati si aprivano le cinque nicchie delle cappelle. Qui stavano custodite le preziose effigi di Sant’Anna, le lugubri reliquie di San Gennaro, e da quelle veniva uno sgradevole odore  di zolfo che suggeriva qualcosa al mio pensiero agitato. Se infatti il cinema e la letteratura avevano descritto il vero, come in quei giorni avevo assodato, allora quel caratteristico odore aveva un significato preciso. La chiesa doveva essere uno dei luoghi di ritrovo degli antichi clan cittadini, gli stessi che, secondo la stampa, erano responsabili dei più efferati crimini della città. Terrorizzato da questa rivelazione, mi nascosi in una delle cappelle più vicine all’entrata, e sporgendo un poco lo sguardo osservai la scena.I napoletani, fermi in piedi, guardavano verso l’altare. Nelle pose in cui si trovavano impegnati vi era un contegno tutto particolare, che dava alle loro figure un qualcosa di regale e di altero. L’intera scena sembrava come pietrificata, cristallizzata nella gravità del momento, e pareva che niente avesse a muoversi o cambiare, quando improvvisamente il prete sbucò dall’entrata della sagrestia. Questi era un omino gracile, dal volto consunto, che portava sul capo uno zucchetto nero. Saltellando si lanciava in brevi voli, in tutto simili a quelli dei polli, e ricadeva ogni volta un poco distante. Raggiungendo con grande difficoltà l’altare, sorrise alla folla in attesa. Pronunciò una frase, assolutamente incomprensibile, che sembrava assommare in sé le sonorità del latino e del dialetto campano. Poi si chinò e scomparve dietro l’altare, come inabissandosi nel pavimento. I napoletani si composero in una fila ordinata e avanzarono attraverso lo stretto corridoio che si apriva tra le due file di panche. Uno ad uno salivano i gradini che portavano all’abside e gradualmente scomparivano dietro l’altare, muovendo i loro passi giù per quella che doveva essere una seconda rampa di scale. Io nervoso attendevo che l’orda defluisse, chiedendomi se fosse il caso di seguirli. Molte ipotesi andavo inventando, riguardo quel che poteva aspettarmi là sotto. Nelle più luminose, il ritrovo del clan era per me la migliore delle occasioni. Qui mi sarei inchinato al cospetto delle autorità locali, e promettendo eterna obbedienza avrei ottenuto il mio posticino in quel popolo ostile. Ma vi erano anche altre possibilità, decisamente meno rassicuranti. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se i napoletani avessero ritenuto oltraggiosa la mia intrusione? Sarei andato forse a nutrire la ricca tradizione di sparizioni che la città vantava? Ma anche fosse, mi dissi, cosa avrei perduto? La chiesa era vuota oramai. Prendendo un gran respiro, uscii dalla cappella in cui mi ero rintanato e a cauti passi mi diressi verso l’altare. Là dietro si apriva una voragine, incisa con inquietante precisione nel marmo, che portava ad una ripida scala. Sui gradini di quella si riverberava una luce calda che rivelava la presenza, là sotto, di un qualche gran fuoco. Tremando iniziai a scendere, mentre attorno a me le pareti di roccia andavano pian piano dilatandosi, aprendosi nella conca di una caverna. Ed io sempre più forte sentivo venire, dal basso, un ritmo tribale, scandito dai colpi dei tamburi su cui si alzavano le voci chiocce dei napoletani, i loro canti di gioia, inumani, che riecheggiando lungo la tromba delle scale muovevano a terrore il mio animo. Arrivato al fondo, mi trovai in uno stretto corridoio scavato nel tufo, lo sbocco del quale era nascosto da una curva improvvisa. Questa offriva come solo orizzonte ai miei occhi la cruda vista della parete rocciosa, rischiarata dalla luce dei fuochi su cui si proiettavano le ombre dei napoletani, vibranti e terribili nell’ebrezza di un’oscena danza. Io subito capii dove mi trovavo. Quel buco doveva essere quanto restava dell’antica Napoli sotterranea. Nel corso delle mie recenti ricerche avevo infatti appreso come in origine i coloni greci avessero eretto la città estraendo i materiali di costruzione da alcune cave. Successivamente, queste cave erano state trasformate in acquedotti, fondamentali per l’approvvigionamento idrico della città, giacché il territorio su cui essa sorgeva era per natura sprovvisto di sorgenti. Caduti in disuso nel tempo, i locali sotterranei furono riscoperti durante la seconda guerra mondiale e adibiti a rifugi antiaerei. Al sottosuolo si accedeva allora attraverso alcuni pozzi che furono in gran parte murati, rimanendo aperti solo nelle chiese. Si credeva, a torto, che i luoghi di culto sarebbero stati risparmiati dai bombardamenti, e pertanto ancora oggi le uniche vie di accesso a quel mondo segreto si trovavano nelle chiese e nei monasteri della città. Informazioni, queste, che mi portavano ora ad una nuova, sconvolgente presa di coscienza. Se infatti, come ogni prova sembrava indicare, il luogo dove mi trovavo sprofondato era stato eletto a punto di ritrovo dai clan, allora era lecito supporre che l’intera Napoli sotterranea fosse territorio loro. In quei cunicoli risiedeva probabilmente la risposta a ogni mistero dietro cui la stampa e le forze dell’ordine si erano da sempre affannate. E non era tutto, giacché un’altra supposizione poteva evolversi da queste premesse. Se la Napoli sotterranea era la base operativa dei clan, e i punti d’accesso a questo luogo erano situati unicamente nei luoghi di culto, allora era plausibile ed anzi probabile che vi fosse uno stretto legame tra le autorità criminali e quelle ecclesiastiche. Il disegno complessivo di quest’intrigo mi lasciò sul momento sbigottito, ma ancora non pensavo di servirmene per conquistare la gloria, impegnato com’ero a perseguire altri scopi. E mentre avanzavo lungo il corridoio il terrore andava dissipandosi in me, lasciando spazio solo al grande, caldo desiderio di gettarmi in braccio a quella selvaggia comunità. Il cuore lentamente si assestava su un ritmo più largo, battendo sempre più adagio e, quando svoltai assieme alla curva, per un momento parve fermarsi.


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