IL CONTESTO (parte terza)

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S i alzava di fronte ai miei occhi l’alto soffitto di un enorme sala, e lassù si rifletteva il movimento dei fuochi, dei bracieri che in basso ardevano crepitando, ai lati del grande trono dorato su cui sedeva un essere obeso, tutto corna, tutto spire, tutto occhi. Con una mano, quello carezzava il capo calvo del prete, che stava raggomitolato su sé stesso alla base del trono e sorrideva guardando la folla dei napoletani. Danzavano di fronte al re, a centinaia, mescolando i colori delle loro squame, dei loro variopinti piumaggi, mentre alcuni musicanti, assiepati al fondo della sala, suonavano le tammorre percuotendole con le mani, con le code, con le lunghe dita uncinate. Le donne stavano dinnanzi a tutti, riunite in un crocchio ordinato che attendeva al cospetto del trono. Davanti a loro si trovava un grande giaciglio di strame dove riposavano, lucenti e bellissime, alcune grandi uova. L’orrendo re alzò una delle mani sopra gli intricati palchi delle sue corna, e d’un tratto tutti i napoletani si fermarono. L’orchestra fece silenzio e il prete si alzò, ergendosi sull’orda con aria solenne. Una delle donne gravide venne innanzi, si chinò sul giaciglio delle uova e iniziò a gemere. Il prete intonò una preghiera, scandendo con difficoltà le parole della lingua comune: «O bene..detta fra le madri, groliusa Sant’Anna, che aveste pè.. fijia a voi soggett’ e ob-bbediente la madre…». Gridando, la donna espulse dalla cloaca un enorme uovo, e tutti iniziarono ad applaudire rumorosamente. Io disgustato osservavo la scena, constatando sempre più quanto prima di ogni altra distanza vi fosse tra me e quel popolo un’innegabile differenza biologica. Fossero state unicamente le forme a dividerci, il problema sarebbe ancora stato aggirabile, ma la distanza tra me e loro sembrava estendersi, ora, all’intera sfera riproduttiva nonché genitale. Questo mi precludeva, tra le altre cose, la possibilità di un matrimonio di convenienza, che senza dubbio avrebbe aiutato ad appianare la mia estraneità rispetto a questa peculiare razza. Tali perplessità senza dubbio mi turbarono, ma non riuscirono a fiaccare in me la speranza. Inspiegabilmente, mi sentivo perfettamente lucido, tanto risoluto a ottenere quanto desideravo da non provare paura alcuna. Deciso, uscii dal cunicolo venendo in luce. Gli occhi del re mi intercettarono subito, e tutti i napoletani si voltarono a guardarmi mentre la donna, riversa sul nido, puliva l’uovo appena deposto dalla guaina semiliquida in cui era avvolto. Per chiarire sin da subito le mie intenzioni, mi inchinai. Avendo orientato il capo verso terra non potevo vedere la scena, che ricostruivo unicamente attraverso l’acustica. Sentii alcuni napoletani protestare con rabbia, altri squittire impauriti. Poi un muggito gravissimo zittì tutti. «Aizzete», fu detto, e obbedendo appresi che era stato il re in persona ad emettere l’ordine. La folla dei napoletani si aprì per lasciarmi passare, e mentre camminavo verso il trono, tenendo dritto lo sguardo, sentivo addosso gli occhi di tutti, le loro feroci intenzioni, che mai avrebbero accettato di incontrare le mie. Arrivato di fronte al nido, mi inchinai nuovamente, tenendo stavolta il capo alzato per comunicare più eloquentemente con il sovrano, che ora mi guardava curioso, visibilmente divertito. «Mio Signore», iniziai «Qui, ora, io scelgo di consegnare a voi la mia vita. Ordinatemi quel che volete. Anche se il vostro unico desiderio fosse la mia morte, io da solo me la infliggerei». Fu silenzio, per pochi secondi, poi il re protese la testa in avanti facendo vibrare i suoi grossi bargigli. «Strunz», mi apostrofò «da vita toia nun saccio che me ne aggia fa’». La sala intera scoppiò in una fragorosa risata, e il prete iniziò a svolazzare con le sue ali rachitiche, incitando la folla ad offendermi. «Vattenne», disse il re con disprezzo, e già io andavo figurandomi quel che sarebbe accaduto quando, dopo aver fallito, sarei tornato alla mia vecchia vita. Ancora mi sfuggiva la possibilità di denunciare quella realtà, e pensando al futuro immaginavo la nausea che avrei provato nel sentirmi nuovamente chiuso nella doppia gabbia della mia solitudine e della mia estraneità. Vedevo il sorriso con cui il mio agente mi avrebbe accolto, confermando la mia inettitudine e impegnandosi sin da subito a blandirla con quelle sue disgustose lusinghe, che sempre mi ferivano regalandomi un piacere doloroso, umiliante. Vedevo le pareti spoglie della mia casa, le foto incorniciate di una madre che aveva scelto di dimenticarmi. E immaginando il degradante ozio in cui mi sarei ritirato, qualcosa si accese in me, come una scintilla che dia fuoco all’erba più secca. Sentii una forza che da tempo avevo dimenticato, una pulsione violenta che mi spingeva contro le tempie e intrideva il mio palato di un sapore acido, disgustoso. Nella stretta dei pugni le dita premevano contro il palmo, lasciandovi penetrare le unghie. Ed ecco che mentre il mio desiderio di esser parte di un tutto crollava, spezzato dalle risa di quel popolo odioso, un altro affiorava al suo posto. Era questa una voglia meschina, un sordido capriccio di vendetta, che mi spinse a compiere un’azione avventata. Balzai in piedi, e sotto gli occhi stupiti del re corsi verso il nido. La novella madre stese l’intera lunghezza del suo corpo attorno alle uova, e sporgendo il collo in avanti mi sibilò contro. Furioso, le afferrai il capo e tirai, svolvendo la sua spira dal nido. Quella mi si attorcigliò attorno al braccio e iniziò a stringersi per spezzarmelo, ma io mi chinai e animato da un sacro furore sbattei più volte a terra il mio arto. La donna gridava mentre la stretta del suo corpo andava indebolendosi, e intanto dietro di noi i napoletani iniziavano a scomporsi, a latrare rabbiosi. Quando sentii che la spira non aveva più presa sul braccio mi rialzai, e imprecando scagliai la donna contro uno dei bracieri. Il prete strillò mentre quella crollava a terra tra le ceneri ardenti, e tutti assieme i napoletani si lanciarono verso di me. «Omm e merd», gridava il re. «Accidetelo!». Afferrai l’uovo appena deposto e sorridendo mi voltai verso la torma dei napoletani. Erano tanto vicini da potermi toccare, ma nel vedere l’uovo tra le mie braccia si fermarono all’istante, alzando gli occhi verso il re. Dopo un lungo silenzio, quello dovette fare un qualche cenno alle mie spalle, perché tutti iniziarono ad indietreggiare. Sconvolti dall’odio, facevano guizzare in ogni direzione le code, sibilando con le loro lingue forcute, sbavando. E qualcosa accadde, in quel momento.  Sentii un peso poggiarsi sul mio capo. Un peso lieto, dolcissimo, come di una corona che mi venisse giustamente concessa. E su di me apparve. Infine, cadde sul mio riscattato corpo la luce della vittoria, l’oro a lungo mendicato del sole, sempre negato, sempre rubato e ora finalmente stretto nel cavo dei pugni, ad altri rubato, ad altri negato e quindi mio. Finalmente mio. Tenendo il capo alto mossi i primi passi verso l’uscita, con l’uovo stretto contro il petto. I napoletani non si scostarono fin quando non gli fui di fronte, ma io non rallentai il passo e guardandoli negli occhi continuai a procedere. Fremendo per la rabbia e la frustrazione, la folla si aprì alla stessa maniera di prima, e nuovamente mi lasciò passare. Con passo rilassato avanzai tra le fila dei napoletani, diretto verso il cunicolo che conduceva alle scale, e arrivato all’imbocco di questo mi fermai. Voltandomi per guardare il re, presi parola. «Se udirò un solo passo alle mie spalle» dissi, «vi renderò la vostra prole…». Prima di concludere la frase mi interruppi, per prendere respiro o forse solo per diletto, mentre la confusione si dipingeva sul viso del sovrano. «…Lasciandola cadere giù per la tromba delle scale», conclusi. L’orda iniziò a gridare. Il re vibrò un pugno sul bracciale del trono, strabuzzando assieme i suoi grandi occhi. Io mi voltai, inoltrandomi nel corridoio. Alle mie spalle, sentii il prete pronunciare una strana formula che aveva tutta l’aria di essere una maledizione, ma non me ne curai più di tanto. A queste sciocchezze non ho mai creduto.  Salendo le scale iniziai a carezzare la levigata superficie dell’uovo. Pulsava, là dentro, la vita di un figlio. Era pronto per lui un preciso e stabile posto nel mondo, e in quello avrebbe di sicuro trovato una vita piena e soddisfacente. Crescendo nei sobborghi della sua città sarebbe venuto su forte, sano, accumulando man mano ogni bene. Una famiglia amorevole anzitutto, e poi un solido gruppo di compagni, un soddisfacente impiego, una moglie, una nuova famiglia quindi, dei figli, suoi anche quelli, e suoi una grande tavola cui sedersi assieme a loro, un caldo letto dove riposare assieme a lei, dove morire infine, dopo essersi riposato per i lunghi e piacevolissimi sforzi. Ma tutte queste cose, tutti questi meravigliosi, immeritati doni lui mai li avrebbe avuti, e proprio qui stava l’esatta misura della mia vendetta. Per questo avevo rischiato di essere ucciso, poco prima, nella grande sala del trono. Perché questo bambino crescesse come io ero cresciuto, disprezzato, solo, eternamente lontano dalla quiete di una casa. Nient’altro desideravo, oltre a sprofondarlo nello stesso mortificante abisso dove sempre ero vissuto, e mentre attraversavo la navata della chiesa, nascondendo prudentemente l’uovo dentro il cappotto, una gran gioia mi invase, al pensiero che egli niente avrebbe ottenuto dalla vita più di quanto avevo avuto io. Un nonnulla.

Così si concluse la mia avventura partenopea. Preoccupato da una possibile controffensiva da parte dei napoletani, scelsi di partire subito, e neanche un’ora dopo essere uscito dalla chiesa di Sant’Anna mi trovai di ritorno. Fu proprio durante il viaggio che mi sovvenne l’idea di denunciare quanto avevo visto, e in due giorni appena composi a grandi linee l’articolo che mi avrebbe consegnato la gloria.  Quando lo presentai al mio agente, quello rimase a dir poco sbigottito dalle mie scoperte, e subito si prodigò perché il testo acquisisse visibilità presso le maggiori testate giornalistiche. Molte eminenze, di cui non farò il nome, si rifiutarono di pubblicarlo. Alcuni si limitarono a definirlo “pericoloso”, mentre altri arrivarono persino a insinuare che nelle mie parole vi fosse del falso. Ad approfittarsi di queste incertezze fu una testata minore, che ricavò dal suo coraggio un futuro persino più fortunato del mio. La pubblicazione ebbe immediata risonanza infatti, e il giornale spinse le tirature sino a cifre da capogiro. Un rapido, capillare passaparola fece si che praticamente chiunque arrivasse a conoscere il contenuto del mio articolo, e subito le forze dell’ordine se ne servirono per contrastare lo strapotere dei clan. I pozzi vennero chiusi in tutte le chiese, la Napoli sotterranea riconsegnata al silenzio. Defraudate delle loro terre, le autorità criminali caddero una dopo l’altra, decapitando il popolo dei napoletani e spingendolo rapidamente verso una triste fine. I parti vennero regolamentati, e si impose che le donne gravide deponessero le uova in ospedale, dove alcune incubatrici le avrebbero sostituite nella cova. Ogni napoletano fu costretto a subire una visita medica in cui venisse attestato, con esattezza, di quante e quali armi fisiche era disposto. In base ai risultati di questi esami, il popolo venne diviso in classi, e ad ognuna di queste venne imposto un diverso grado di sorveglianza. In alcuni casi, questi provvedimenti sfociarono in veri abusi di potere. I gruppi dotati di un numero di code o bocche superiore alla decina, ad esempio, si trovarono costretti a dormire con un soldato sull’uscio di casa, e a nulla servirono le loro proteste. 

Il mio testo raccolse i più svariati consensi, e la sua influenza ebbe importanti ripercussioni anche in ambito scientifico. Difatti la descrizione anatomica, da me proposta, dei napoletani riuscì a chiarire, una volta per tutte, come i membri di questo popolo non fossero da considerarsi tra gli esponenti della razza umana. Una commissione di zoologi si occupò di aggiornare la tassonomia delle specie animali, bandendo per sempre i napoletani dal novero dei mammiferi. A proposito della loro classificazione si generò peraltro una seconda controversia, giacché gli esponenti di questa razza erano morfologicamente simili ai rettili quanto agli uccelli. Essendo tuttavia già confusa la distinzione tra questi due ordini, si decise di sommarli tutti assieme, cosicché la classe Reptilia arrivò ad includere, oltre a lucertole varie e serpenti, tutti i pennuti e le diverse tipologie di napoletani. A ricavare dispiaceri dalla mia rivelazione fu invece l’industria dello spettacolo, che trovò non poche difficoltà nel continuare a sfruttare un mistero che era stato ormai ampiamente svelato. Ne risultò il fatto, invero un po’ sgradevole, che un certo cinema orrorifico e fantastico perse terreno nel nostro paese, lasciando spazio ad altri generi, ugualmente remunerativi ma più poveri di suggestioni. 

Quanto a me, tornai a Napoli una volta sola, per riceverne le chiavi, e in quell’occasione a stento mi salvai da un attentato. Quasi rimpiango quel momento, ora che ho smesso di esser sulla bocca di tutti e nessuno mi dedica più elogi né minacce. Dalla televisione non ricevo più inviti, e nessuna proposta di pubblicazione arriva da case editrici o giornali. Meglio così del resto, dato che anche arrivassero, queste proposte, io tutte le dovrei rifiutare. Da anni ormai non scrivo più niente. Di indagini ne ho avuto abbastanza, e alla narrativa non riesco più ad approcciarmi con la sincerità di prima. Dopo aver guardato in faccia la realtà, le atmosfere oniriche delle mie vecchie storie non riescono più ad attrarmi. L’approdo al realismo, che il mio agente consigliava così caldamente, ha spento in me ogni fantasia e ogni slancio creativo. Ma va bene così, in fondo. Qualche cosa sono riuscito a farla nella vita, anche se la gloria che ne ho ricavato non basta neanche lontanamente a rifondermi dei molti dispiaceri di cui ho sofferto. Peraltro questa vittoria d’accatto, che ogni giorno si fa più lontana, mi pare tanto più infima quanto più la raffronto con quello che provai nella sala del trono, quando riuscii a beffarmi del re dei napoletani, derubando il suo popolo e condannandolo per sempre ad una vita di persecuzioni e di stenti. Ricordarlo riesce ancora a darmi piacere, talvolta, quando al telegiornale vedo i soprusi che questi esseri sono costretti a subire in ragione del loro mutato stato di natura. Ma la gioia più grande mi viene da altro. Da questo mio falso figlio, che di giorno in giorno cresce comprendendo sempre più la miseria della sua condizione. S’è fatto grande, oramai, anche se non saprei dire con esattezza quale sia la sua età. Ora attende, seduto di fronte a me, e con gli occhi impauriti cerca nel mio fissarlo una conferma. Pochi giorni fa l’ho preso da parte, e sorridendo gli ho fatto una promessa. Ho detto di avere, in serbo per lui, un grande regalo. All’inizio quello non sembrava crederci molto, e devo dire che i suoi sospetti un po’ mi hanno offeso. Non sono stato un padre amorevole, devo ammetterlo, ma ho sempre cercato di essere sincero con lui. Una volta, da piccolo, si arrischiò a chiedere dove fossero i suoi reali genitori, ed io senza farmi problemi spiegai come avessi rotto la schiena a sua madre per poterlo rapire. Da allora, lui non parla più tanto. Riesce solo a guardarmi, con quei suoi pavidi occhietti di cane, con quel suo lungo e triste muso. E io ogni volta non riesco a capire cosa voglia comunicarmi, ma non mi importa un granché. Anche ora mi guarda, aspettandosi che io dica qualcosa, che gli riveli finalmente quale sia, questo regalo che lui segretamente attende. Ma io ancora taccio e attendo, beandomi dell’ansia che lo agita, pregustando quanto verrà. «Vieni», dirò. Allora lui saprà che il momento è arrivato e non vorrà sorridere, ma lo farà. Perché lui da me non ha mai avuto niente come niente ha avuto dalla vita, lui che è cresciuto solo, dormendo per terra in questa casa non sua, cresciuto da un essere odioso e diverso da lui, che non comprendeva. Tanto lo desidererà, questo regalo che io gli ho promesso, e quando mi dirigerò vero l’atrio mi seguirà trepidante, pensando che qualcosa stia per cambiare. E io mi avvicinerò al portone e nel momento in cui lo aprirò, spalancandolo di fronte ai suoi occhi, lui forse piangerà. Sì, piangerà mentre io lo inciterò ad andare, e griderà di gioia quando rimarrà solo là fuori. Ma poi cosa accadrà, quando dovrà prender posto in quel mondo che ha lungamente atteso? Cosa, quando capirà che tutto quanto lo circonda è terra di altri e che la sua casa è ancora lontana, forse perduta? Cercherà di farvi ritorno, io credo, per riunirsi ai suoi simili. Ma anche lì tutti vedranno in lui qualcosa di lontano e un po’ rotto. Anche lì non sarà al posto suo, e di fronte a questo nuovo rifiuto lui fingerà di non capire, ma in fondo saprà che è cresciuto qui con me, in una gabbia, e ora a quella gabbia appartiene.

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Illustrazione originale dell’autore.


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