Sotto la gonna- An ode to No One

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Ho sempre odiato la vita di campagna. L’illusione della tranquillità, il sospetto fondato che il rilassamento new age, derivato dai rumori della natura, sia solo uno stratagemma per venderti qualcosa di invendibile.
In realtà io non vivo nemmeno in campagna. Abito in uno di quei mille micro paesi a ridosso della cintura urbana, inglobati dalle città più grandi, dove in estate, il rumore dei grilli è mixato con gli antifurti che difendono le macchine dai ragazzini che si annoiano. Mio nonno Sergio vive isolato in mezzo a campi talmente aridi e malconci che probabilmente nessun altro vorrebbe starci. Per questo motivo, escludendo me e qualche assicuratore o rappresentante ingenuo, nessun altro frequenta quei posti.
Che la bruttezza sia l’ultimo rifugio possibile? Posso rispondere facilmente di no, per due ottimi motivi. Motivo uno, Peter.
Motivo due, Chiara.

Peter è comparso nelle nostre vite tra le viti, lo scorso settembre, poco prima che iniziasse di nuovo la scuola.
Una mattina, con gli operai, stavamo per impazzire. Eravamo sicuri di essere in cinque a fare vendemmia ma, ricontandoci più e più volte, eravamo magicamente divenuti sei.
Solo all’ora di pranzo ci siamo resi conto che c’era un “infiltrato”, Peter, che, senza dire niente, aveva indossato guanti, preso le cesoie e si era messo a vendemmiare.
Abbiamo poi scoperto che era un Hamish mennonita della Pennsylvania, scappato dalla sua comunità perché voleva girare il mondo. Poi il mondo l’ha derubato e rigirato come un calzino per un paio d’anni. Il resto l’avete già sentito.
Da quel giorno Peter era diventato uno di famiglia, finché la sua vera famiglia non se lo è ripreso indietro.
Peter mi raccontava sempre un sacco di cose dell’America, anche se le sue storie poco coincidevano con l’idea che mi ero fatto di quel paese dai film.
La sua comunità è un po’ particolare, e dico così solo perché volevo molto bene a Peter, ma secondo me lui e i suoi compaesani sono tutti pazzi.
Mio nonno eera un discreto bestemmiatore, e dico discreto perché gli voglio bene.
Spesso, mentre lavoravano nei campi e discutevano (e discutevano tanto), provavano a confrontarsi da gentiluomini, ma finivano per sbraitare, fino a quando Peter  si toglieva il cappello di paglia, si asciugava il sudore, guardava mio nonno e diceva: «Tu toscano, tu senza Dio», con quella strana pronuncia italiana che lo faceva sembrare Don Lurio.

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La cosa incredibile era che in verità, pur non volendo, i loro stili di vita si assomigliavano molto.
Mio Nonno era un anarchico ortodosso, Peter un mennonita intransigente; mio Nonno si veste sempre allo stesso modo, Peter si vestiva male, in segno di umiltà… diceva lui.
Entrambi adoravano le energie rinnovabili, ma odiano l’elettricità, o meglio, mio Nonno odia le bollette dell’elettricità. Ma c’erano tre cose che li univano: un pessimo bicchiere di vino, il cacio e i baccelli.

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Chiara, invece, era la nipote del nonno Nanni , che ha i campi accanto a quelli di mio nonno. La prima volta che l’ho vista il mio cervello pensava ancora che le ragazze facessero schifo, non sapessero giocare a pallone e vestissero solo di rosa; convinzioni divenute inutili quanto il fuorigioco durante una partita a scacchi. L’aggettivo che più completa la descrizione di Chiara è sciolta. Era in grado di saltare fossi, far rimbalzare i sassi piatti sull’acqua o arrampicarsi sugli alberi anche se vestita con l’abito della comunione.
Qualcosa fra di noi era cambiato proprio grazie a quelle arrampicate. Un millennio di domeniche fa aveva vinto a morra cinese, quindi sarebbe salita per prima sul leccio, onore che finora era sempre toccato al sottoscritto.
Era domenica mattina, la messa delle dieci e quarantacinque incombeva su di noi.
Io ero in versione il Piccolo Lordo, un’apparente eleganza che nasconde una gomma appiccicata alla tasca di dietro, scarpe slacciate e capelli ultra sudati che da lontano potevano apparire gellati all’ultima moda.
Chiara invece vestiva una camicetta di pizzo che sembrava il centro tavola che trovi a casa dei nonni, scarpe da ballerina e gonna a fiori che le calzava talmente bene da far starnutire ancora di più gli allergici in certi momenti.
Insomma, con un doppio sasso sulle mie due forbici, si era accaparrata il diritto di salire prima di me sull’albero e quindi dovevo fargli scaletta.
Ci piace sempre pestare qualcosa di viscido prima che uno di noi debba offrire la mano per dare lo slancio alla salita.
In quel caso la mia cara amica aveva trovato un misto tra fango e sterco di un animale non meglio identificato.
Alzai lo sguardo distrattamente, senza neanche pensare e, in quell’istante, iniziò uno strano film mentre la fissavo da là sotto.
Uscii dalla “sala” solo quando mi arrivò un sasso in testa: «Oh! Che aspetti a salire? Tra dieci minuti dobbiamo essere in chiesa».

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Rimasi catatonico, poi divenni rosso, bianco, virando verso un grigio/aiuto-non-so-cosa-sta-succedendomi.
Nel dubbio corsi verso la chiesa. Non sapevo perché scappavo. Ora che ci ripenso credo che quando avvengono grossi cambiamenti c’è sempre una parte di me che cerca di sfuggirgli, ma per quanto veloci possano essere le mie gambe, finisce che il nuovo Me sorpassa quello che ero. Quando Chiara mi raggiunse in chiesa presi un cazzotto sulla spalla, a cui risposi con un leggero calcio nello stinco e, apparentemente, gli astri rientrarono al loro posto. Apparentemente. Solo con Peter riuscivo a parlare di quello che sentivo per lei, ed ero talmente poco sicuro di ciò che dicevo e, probabilmente, lo combattevo pure, da risultare quantomeno ambiguo.
«Peter, hai mai guardato sotto la gonna di una ragazza?»
«Difficile, le gonne delle ragazze dove vivo io sono lunghissime.» Peter dava le risposte che meno mi aspettavo, ma, in fondo, erano molto razionali.
Quando, nei miei tanti viaggi, ci ho ripensato, ho sempre trovato una chiave di lettura che, all’epoca di questo racconto, mi era lontana, come se anche lui sapesse che era impossibile cogliere la verità semplicemente dai racconti; la vita andava vissuta, riletta a un certa distanza da se stessi.
«Va be’, Peter, ma ti è mai capitato di giocare con una tua amica e poi non riuscire più a giocarci insieme? »
Peter stava sgranando i fagioli accovacciato su di una sedia che aveva tre volte i nostri anni sommati insieme.
Peter veniva da un posto in cui il silenzio copre le distanze. Nei suoi racconti le parole andavano in ordine, un po’ per la minuzia con cui curava ogni aspetto, un po’ perché, come nell’ ‘800 in cui la sua comunità ritiene di voler vivere, spesso le parole sono tutto ciò su cui puoi contare per conoscere una cosa.
Ti devi fidare ciecamente di quelle parole, per quanto assurde e improbabili ti sembrino.
«Noi non giochiamo con le ragazze, parliamo con quelle con le cuffie nere o blu, perché quelle con le cuffie bianche sono già sposate.»
In teoria non faceva una piega. Poi, approfondendo l’argomento, sembrava che nella comunità di Peter il concetto di amicizia con una donna e il concetto stesso di gioco non andassero per la maggiore.

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«Va be’, Peter, però ti sarà capitato di innamorarti di una che un giorno aveva la cuffia blu, poi bianca?», provai a destabilizzarlo.
«Certo che è successo e ne ho parlato con mio fratello. Prima mi ha dato una sberla, poi mi ha dato una cassetta dicendomi: Sai quante volte avrei voluto disubbidire a papà o agli anziani o a queste nostre regole? Quando pensavo di non farcela più correvo lontano da casa, mi distendevo in mezzo ai prati dove nessuno mi avrebbe visto e ascoltavo questa cassetta per ore e ore e ore.»
«E che cassetta era?», interrompendolo come facevo sempre.
Peter si alzò dalla sedia, ripose meticolosamente il cestino con i fagioli e si diresse verso il capanno degli attrezzi, abusivo e utile quanto la sua presenza nella mia vita. Presto, presto, la mattina canta il Gallo, anche se nessuno glielo ha chiesto. Poco più tardi iniziano gli spari dei cacciatori, i cani abbaiano e gli animali inseguiti si vanno a nascondere.
Poi partono le campane della chiesa, la voce del nonno, il rumore dei calci al trattore che andrebbe cambiato. Da quando ho preso quella cassetta che Peter custodiva come una reliquia, tutti quei rumori si sono spenti, ed è come se Mellon Collie and the Infinite Sadness fosse diventata la radiocronaca della mia giornata.

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La ascolto praticamente in continuazione: mentre andavo a scuola, a volte pure durante, a volte quando tutto sembrava così liscio e facile che volevo farmela complicata.
C’era la rabbia, la pace, la malinconia, c’era l’amore e tanti dei suoi contrari, c’era Chiara e c’ero io. Alcune canzoni odoravano pure se le ascoltavo disteso. Disteso a parlare con Peter.
«Ma è colpa di questa cassetta se sei scappato di casa?»

«Non la chiamerei colpa, ogni volta che l’ascoltavo sapevo che era una colonna sonora, ma non della vita che avevo e nemmeno della vita che ho adesso. Ancora non ho capito dove dovrei ascoltarla, ma so che un giorno troverò il posto e la persona giusta e partiranno i titoli di coda.»
Mi alzai mentre usciva un riff esagerato da Ode to No one.
«Allora te ne andrai anche da qui?»
Peter non pesava mai il tono con cui diceva né con cui gli si chiedevano le cose.
«Certo che me ne andrò. Pensavo dopo la prossima vendemmia, ho curato quelle viti tutto l’anno, voglio vedere se ho ragione io o tuo nonno», e rise come quelli che vedono per la prima volta il mare, non perché faccia ridere, ma perché c’è ancora qualcosa che ti sorprende.
«E la ragazza con la cuffia blu?», chiesi mentre Peter si caricava esageratamente la schiena di legna.
«Sai che non riesco a mentire, quindi non te ne parlo, scusami»
In quel momento capii che Peter mi sarebbe mancato da morire. Chissà che suono avrebbe fatto questa casetta quando lui se ne sarebbe andato.
Peter se ne andò, esattamente come aveva detto. Finita la vendemmia, posò l’ultima cestino con l’uva, riconsegnò le cesoie a mio nonno, si fece una doccia, mangiò i baccelli con il cacio e la mattina dopo non c’era più.
Mio nonno, mattiniero come lui, mi disse che aveva le lacrime agli occhi. Mi aveva lasciato Mellon Collie in prestito.

Vent’anni dopo. Aeroporto di Philadelphia – Pennsylvania.
In attesa di prendere le valigie mi sentivo strano, una sensazione che sentivo spesso da quando vendevo il vino del nonno in giro per il mondo.
Il trolley sembrava non arrivare mai, i passeggeri del mio volo se ne andavano velocemente, ritiravano il loro bagaglio e mi sorridevano con quella espressione che voleva essere allo stesso tempo solidale, ma anche di trionfo rispetto ai tempi d’attesa.
La musica che proveniva dagli altoparlanti non mi era nuova.

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Finalmente arrivò la mia valigia, ma quella chitarra e quella batteria usciti così, senza precauzione da quell’aeroporto, mi avevano riportato a tanti anni fa. Non lì, dove sarebbe bastato allungare una mano, prendere il trolley e andarsene per chiudere la vicenda.
Erano tornati gli Smashing Pumpkins nelle mie orecchie che avevano bevuto, in questi anni, quintali di altre parole per dimenticarli. Rivenne a galla il nonno, Chiara… e tornò su con loro anche Peter. Chissà che fine aveva fatto, Peter. Una coincidenza neanche troppo psicomagica quella di ritrovarmi a pensare a Peter proprio nel posto del mondo da cui proveniva. Trovare il suo villaggio Hamish fu più facile che noleggiare una macchina. Presi tutte le indicazioni giuste, quelle che volevo. Ripensai alla cassetta che mi aveva regalato vent’anni prima, ora che le cassette non esistono nemmeno più.
Come Peter. Così almeno mi dice suo fratello quando ci incontriamo ad un caffè sulla strada, venti chilometri prima del villaggio.
«Peter è morto dieci anni fa», mi dice con un certo aplomb Johann, il fratello, quello delle sberle, quello che apparentemente sembra non sapere niente di me e della vita di suo fratello in Toscana. Tiro fuori dallo zaino una nostra bottiglia di Infinite Sadness.

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«Questo vino ce l’ha insegnato tuo fratello a farlo, lo vendiamo in tutto il mondo, ha vinto più prei questa bottiglia che Varenne».
Johann ride esattamente come suo fratello. «Il nome mi ricorda un album che regalai a Peter quando era triste e neanche quell’album l’ha salvato da se stesso.» Iniziai a fissare la mia tazza di caffè, lunga e nera come era la domanda che stavo per fare.
«Quando è morto Peter?». Ma la mia domanda era un’altra: «Com’è morto uno che viveva come Peter?». Suo fratello mi guardò a lungo prima di rispondermi, cercando probabilmente nei miei occhi un grado di parentela che sembrava legarmi in maniera così forte a suo fratello. «Peter si è suicidato. È la prima volta che lo dico ad alta voce.»
Bevvi il caffè anche se non mi andava, anche se non mi era mai piaciuto quello americano. «Per noi il suicidio è un reato, l’unico che Peter abbia mai commesso.» Prese il borsello e ne tirò fuori una foto. C’erano lui, una donna e un bambino.
«Quel Bambino è mio figlio Peter, è stato concepito durante un concerto degli Smashing Pumpkins a cui io e mia moglie siamo andati di nascosto insieme a mio fratello. Non eravamo nemmeno sposati, ma facemmo un sacco di cose che non potevamo fare, quella sera. Finito il concerto tornammo alle nostre vite, alle nostre sicurezze e certezze, credo che Peter non sia mai tornato veramente da quel concerto.»
Sembrava volesse dirmi che, a differenza sua, Peter invece era spaventato da quella tranquillità e da quella protezione in cui vivevano.

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«Mentre eravamo al concerto, io e Lydia eravamo impauriti da tutte quelle persone, quelle cose, quei colori, quegli odori e quei suoni. Peter sembrava perfettamente a suo agio, invece, in tutto quel caos. Fuori dalla sala ci salutammo, mi disse che aveva conosciuto dei ragazzi californiani che giravano l’America in furgone e che si era magicamente liberato un posto, proprio per lui. Provai a trattenerlo, ma ero talmente poco convinto io stesso di quello che sostenevo, che decidemmo di non spendere altro tempo in parole e ci abbracciammo.»
Si interruppe per controllare la macchina che avevo preso a noleggio.
«È elettrica?» mi chiese.
«Sì», mi affrettai a rispondere, dev’essere un vizio di famiglia quello di sciacquare la tristezza con la curiosità.
Mi disse che aveva realizzato diversi progetti eolici, che avevano reso la sua casa autonoma e la sua vita autarchica, che credeva nella natura, non nell’elettricità.
Provai a dirgli quello che avevo detto a Peter anni fa: che non c’era bisogno di crederci nell’elettricità, c’era già nel mondo, come il nonno, Chiara e gli Smahing Pumpkins… Che lui ci credesse o meno.
Ci salutammo poco dopo. Mi offrii di dargli un passaggio, ma mi fece capire che aveva voglia di camminare.
Ci salutammo come due reduci di guerra e, forse, a nostro modo, lo eravamo.
Gli regalai una bottiglia di Infinite Sadness.
Mentre guidavo verso l’albergo pensai alla colonna sonora di Peter, che non aveva mai trovato il giusto film a cui abbinarla. Volevo piangere, ma ero piuttosto arido in quel momento.
Per tutti questi anni avevo coltivato un deserto dove avevo nascosto tante cose, e una di queste era proprio Peter.
Adesso che l’avevo ritrovato, anche se in questo modo, era stato come scoprire un’oasi. Magari l’avevo vista davvero, magari era solo un miraggio.

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