Dobbiamo ridere (parte prima)

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Quando ebbe finito di controllare i fanali della vecchia Volk, Hubert si rinfoderò nel suo giubbetto di astrakan e iniziò a incamminarsi verso il tendone. Era notte fonda ormai; il giocoliere non riusciva a vedere esattamente dove metteva i piedi. Attorno a lui, il gracidio delle rane si alzava dagli stagni e dalle fosse di Comacchio, coprendo le furtive ritirate dei serpenti accecati dai fanali, il sibilo delle loro proteste rabbiose. Oltre il telone dello chapiteau, le voci di Gertha e Ireneo sembravano ancora impegnate nel loro continuo litigare, e starnazzavano le paperelle, forse nelle mani di Lucas, o di Catrin -Hubert non poteva saperlo.
A metà del cammino, come al solito, il giocoliere si fermò per guardare il disegno che Ireneo aveva verniciato sul fianco della vecchia Volk. Rimase fermo a pochi passi dal tendone, fino a quando i suoi occhi, abituandosi alla semioscurità, riuscirono a distinguere le linee e i colori del disegno sulla portiera anteriore dell’auto. Un piccolo manipolo di soldati napoleonici in Russia. Un cavallo rampava con le zampe oltre una cresta di ghiaccio. Sul dorso, un ussaro in uniforme azzurra si protendeva fieramente in avanti sotto il turbinio di una bufera, che occupava l’intera parte alta della scena con i suoi refoli. Al fianco del cavaliere, un fante inerpicato su una piccola altura ghiacciata sembrava guardare l’orizzonte. Il suo volto arrivava esattamente al livello di quello dell’ussaro, e Hubert spesso aveva l’impressione, guardando, che le due facce diventassero gli occhi di un’algida, graziosa vecchietta. Una vecchietta di ghiaccio, che aveva per naso il muso del cavallo, e per bocca il cuoio dei finimenti legati al petto dell’animale. Tra i vari dettagli che servivano a completare l’illusione, i refoli della bufera potevano facilmente diventare i capelli della donna, e i tricorni dei soldati le palpebre dei suoi occhi. Yararà aveva più volte criticato la rappresentazione storica proposta da Ireneo, sostenendo che i soldati avrebbero dovuto portare lo shakò piuttosto che il tricorno. Se così fosse stato, tuttavia, forse Hubert non sarebbe riuscito a scorgere il volto di una vecchia sul fianco della vecchia Volk, e per lui sarebbe stato un gran peccato, perché da quella confusione ricavava sempre un po’ di conforto. Quando il giocoliere riusciva a ignorare la carica dell’ussaro, e concentrava gli occhi sul volto sorridente della vecchia, per un momento dimenticava il degradante esito che aveva avuto l’impresa della compagnia, e riusciva a mettere da parte i singhiozzi di Ireneo, la rabbia di Gertha, il sorriso beffardo di Yararà. Tutto lasciava posto al placido sguardo di un’elegante vecchietta di ghiaccio, che sorrideva a Hubert con il cuoio della sua bocca striminzita, e sembrava dirgli: «Va tutto bene, tesorino». Tutto bene.
Scostando il tendaggio d’entrata, il giocoliere entrò nell’ala principale dello chapiteau. Nonostante il circo avesse chiuso ormai da anni, lo spazio era ancora allestito per lo spettacolo, e quel che era rimasto della compagnia sedeva a un tavolo in mezzo alla pista. Senza manifestare la sua presenza, Hubert salì silenziosamente i gradini della cavea e prese posto su una delle vecchie poltroncine sfasciate. Davanti a lui, seduti ai capi opposti del tavolo, Gertha e Ireneo dibattevano riguardo alle sorti dell’ultima battuta di caccia al serpente. Catrin cadenzava il loro botta e risposta strizzando il petto della sua paperella di gomma e facendola starnazzare. Lucas riposava a terra, sbronzo d’aria come al solito.
«Ti dico che erano sei» ripeteva Gertha a Ireneo, «Sei, non quattro».
Hubert pensò che era ancora bella, con il suo viso bianco di svedese incastonato tra la gorgiera elisabettiana e il cappello a punta. In fondo non era cambiata poi tanto da quella sera, quando si erano incontrati a Nizza, sul ponte René Coty, e lei gli aveva teso la mano. Aveva ancora lo stesso piglio severo, e la stessa sottile perfidia nello sguardo.
«Sei un’idiota», le gridava Ireneo, «Neanche sai contare. Due li abbiamo beccati appena fuori casa, altri due vicino alle grotte che era già tardi».
Povero Ireneo, era lui a non saper contare, e per di più sbagliava sempre al ribasso. Forse non se la sentiva di fare stime troppo ottimistiche, dopo quel che gli era successo. Veder fallire il circo era stato terribile per tutti, ma lui che l’aveva costruito, lui che aveva speso ogni anno della sua vita per mettere su la compagnia e portarla in giro per il mondo… per lui doveva essere stato davvero orrendo. La grande impresa si era fermata alla prima tappa del grande tour, impantanata a pochi chilometri da casa sua, nelle paludi di Comacchio. Per distruggerla erano bastati i filosofi di Yararà, un gruppo di barbogi occhialuti e saccenti che c’avevano visto lungo su tutta quella grande trappola dello spettacolo, certo più lungo di Ireneo che ancora blaterava intorno all’importanza dello stupore e della meraviglia. Questioni di cui a nessuno importava più nulla -Gertha aveva provato a dirglielo, e anche Yararà a modo suo, ma Ireneo non era mai stato granché bravo ad ascoltare. Prima poteva permetterselo forse, perché un leader deve sempre fare un po’ di testa sua, ma ora di chi era il leader? Un giocoliere che aveva dimenticato il suo mestiere, una contorsionista mezza rotta e un domatore senza più bestie da domare. Della sua compagnia non era rimasto granché, e anche lui era cambiato molto dai tempi del fallimento. Non portava più il naso rosso con l’orgoglio di prima, e a volte rimaneva giorni interi senza rifarsi il trucco, con la matita nera che gli colava giù dagli occhi e lordava tutto il cerone. Meno male che era un augusto, un clown triste, e su di lui tutto quel degrado poteva ancora trovare una sua ragion d’essere. A Gertha non avrebbe donato invece, e forse per questo non accettava di lasciarsi andare. Un clown bianco deve sempre conservare un certo appeal, altrimenti non può permettersi di dar le botte all’augusto davanti a tutti, e la coppia inevitabilmente si sfibra, perde la sua armonia.
Hubert si scoprì mezzo assopito, mentre sprofondava lentamente giù dalla poltroncina. Si alzò di scatto, e l’intera fila di sedili traballò rumorosamente. D’improvviso tutti si voltarono verso di lui. Sotto la luce dei vecchi fresnel che illuminavano dall’alto la pista, i volti della compagnia sembravano orrendi teschi; le sporgenze delle loro fronti gettavano un’ombra fitta giù per il viso, oscurando completamente le orbite. Il giocoliere non poteva intuire l’intenzione degli sguardi che gli erano rivolti, e per qualche secondo fu punto dal vago e insensato sospetto che tutti stessero per aggredirlo.
«Finalmente!», esclamò Catrin, continuando a strizzare la sua paperella, «Aspettavamo solo te».
Hubert si rilassò al pensiero che finalmente avrebbe potuto mettere qualcosa sullo stomaco. Poi ricordò che da mangiare non c’era un bel niente, perché Yararà doveva ancora passare con gli avanzi dei suoi, e Lucas aveva divorato tutti gli scarti della settimana prima in una delle sue crisi notturne. Il giocoliere bestemmiò sommessamente e si alzò dalla poltroncina. Mentre scendeva le gradinate della cavea, cercò di tornare col pensiero al sorriso della vecchia di ghiaccio.
«Vai a prendere la tua paperella», gli urlò Catrin, «Ireneo dice che è arrivato il momento di ridere».
Hubert vide l’immagine della vecchia dissolversi; da tempo ormai aveva smesso di credere nelle attività ricreative proposte da Ireneo. La caccia al serpente poteva ancora andar bene, era divertente stanare quelle bestie e accecarle con i fanali della vecchia Volk, ma questa storia delle paperelle era davvero un’idiozia, una roba di quelle che solo a Ireneo potevano venire in mente. «Dobbiamo ridere», diceva sempre, con quella sua fastidiosa prosopopea, quel fare declamatorio che in qualche modo lo accomunava a Yararà e ai suoi barbogi. «Dobbiamo ridere, o saremo perduti». Tattiche di sviamento del pensiero, niente di troppo diverso dalla storia della vecchia di ghiaccio in fondo, ma l’idea di strizzare le paperelle, quella Hubert non riusciva proprio a capirla. L’accettava però, non foss’altro che su tutti gli altri sembrava sortire un bell’effetto, e in particolare su Catrin, che si portava la sua paperella sempre dietro, e dopo averla strizzata di solito veniva da lui con una gran voglia di montargli addosso. Cosa c’era di meglio di una contorsionista bisognosa d’esercizio, per passare qualche ora di sollazzo e sfogare la fame?
Nuovamente rincuorato nei riguardi del suo più prossimo avvenire, Hubert salì in pista. Scansando attentamente il corpo inerte di Lucas, superò Gertha e Ireneo, che avevano ripreso a litigare, e attraversò il tendaggio che dava sul retroscena. Ormai conosceva a memoria ogni svolta, ogni angolo del vecchio chapiteau. Quando entrò nel camerino delle paperelle neanche si guardò intorno. Allungò una mano verso lo scaffale dove ogni notte venivano riposti i preziosi giocattoli in gomma, e strinse per afferrarne uno, ma la presa andò a vuoto, le dita batterono contro il palmo, e Hubert improvvisamente capì.

Qualcuno aveva rubato le paperelle.


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