Dobbiamo ridere (parte seconda)

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I
l circo aveva aperto la stagione poco distante dalle valli di Comacchio, in uno spiazzo che Ireneo teneva in affitto dal comune di Gòr. Chiuso tra il fiume e il mare, lo chapiteau attirava spettatori da tutto il delta del Po, e Hubert ricordava bene i successi degli inizi, i sorrisi del pubblico in visibilio per il Circo del Pagliaccio e le sue sgargianti follie.  Ireneo organizzava tutti i numeri come spettacoli di clownerie. I corpi acrobatici e di giocoleria, i domatori e le loro bestie, tutto faceva parte di una colossale beffa pagliaccesca. I numeri dovevano regolarmente concludersi con qualche fragoroso errore degli artisti in scena, e Ireneo collegava i vari momenti dello spettacolo con piccoli intermezzi narrativi che lo vedevano protagonista. Il clown triste cercava di conquistarsi il favore del bianco, la bella Gertha, fallendo ogni volta, fin quando al termine della rappresentazione le due figure sembravano incontrarsi e proprio allora, mentre il pubblico attendeva trepidante l’abbraccio dei due pagliacci che si correvano incontro sotto una pioggia di coriandoli, Ireneo faceva calare il sipario.
«La prossima volta», prometteva agli spettatori paganti, quando alla fine dei giochi venivano a chiedergli perché avesse chiuso lo spettacolo sul più bello, «La prossima volta».
E gli spettatori tornavano sempre, anche se Ireneo non accettava mai di dargli quel che volevano, anche se continuava a chiudere prima della fine. Hubert non avrebbe mai dimenticato la risata vittoriosa che il pagliaccio lanciava verso l’alto al termine dello spettacolo, stringendo Gertha dietro il sipario, davanti agli occhi di tutta la compagnia. Le cose sembravano andare per il verso giusto allora. Gli incassi erano regolari, e tutti si aspettavano che presto la compagnia sarebbe riuscita a muoversi verso un nuovo pubblico. Poi erano arrivati i filosofi con il loro teatrino delle ombre. All’inizio Ireneo non sembrava preoccuparsene molto, perché la compagnia di Yararà disponeva di un solo schermo e riusciva ad accogliere un numero molto limitato di spettatori. I filosofi avevano i loro burattini, proiettavano su uno schermo opaco le figure stilizzate di uomini e animali. Nessuno riusciva a capire esattamente il significato delle rappresentazioni, e forse fu proprio per questo che il pubblico del teatrino iniziò a incuriosirsi sempre di più. Molti accettavano di stare in piedi per l’intera durata dello spettacolo pur di assistere ai nebulosi racconti d’ombre proposti da Yararà, e la cavea del circo iniziò a svuotarsi, fin quando Ireneo dovette concedere attenzione alla concorrenza. Pagò il biglietto per l’intera compagnia, e guardò terrorizzato le incomprensibili rappresentazioni del teatrino. Hubert ricordava ancora quella notte, quando tornando allo chapiteau aveva sbirciato oltre il tendaggio del camerino di Ireneo, e l’aveva visto poggiare il capo sulle gambe di Gertha. Lei cantava una nenia per farlo dormire, ma il pagliaccio continuava a guardare un punto fisso di fronte a lui.
«Perché, Gertha?», mormorava. «Perché tutte quelle ombre?»
Le cose continuarono ad andare sempre peggio. Quasi nessuno seguiva gli spettacoli del circo, e i filosofi iniziarono ad espandersi, aprendo sempre più teatrini. Ovunque, nel delta del Po, non si faceva altro che parlare di Yararà. Molte cose si dicevano di lui, filosofo argentino, plurilaureato all’Università di Buenos Aires. Ireneo sosteneva che tutte quelle storie fossero menzogne. Yararà lo invitava spesso nel retroscena dei suoi spettacoli; lo guardava negli occhi mentre muoveva i burattini, e gli parlava in ferrarese per farlo impazzire. Ireneo provò più volte a dire in giro che Yararà con la pampa aveva ben poco a che fare, ma il fatto che il presunto filosofo parlasse nel dialetto del posto servì solo ad accrescere il comune sospetto che Yararà fosse un formidabile poliglotta, oltre che un individuo incredibilmente dotto. Tra i due si sviluppò un curioso rapporto di amicizia, voluto più che altro da Yararà, che Ireneo accettava passivamente. Il filosofo veniva spesso allo chapiteau per dispensare consigli alla compagnia. Raccomandava una minore spettacolarità alla gente del circo, consigliando caldamente un approdo al minimalismo. Ireneo, da parte sua, non sapeva neanche cosa fosse il minimalismo. «Come può chiederci di essere meno spettacolari?», piagnucolava. «A noi, a un circo?»
Quando il comune di Gòr chiese a Ireneo di spostare i tendoni per lasciar spazio ai teatrini dei filosofi, Yararà diede inizio a una nuova fase della sua impresa. Al termine delle rappresentazioni, mentre le ombre smettevano di agitarsi sullo schermo, i filosofi venivano allo scoperto con i loro occhiali e le loro barbe finte, e iniziavano a spiegare. Parlavano di Kant e Scheler, leggevano al pubblico i passi più importanti della Fenomenologia di Husserl, e tutti ascoltavano ammirati. Non contenti delle loro esibizioni sul palco, i filosofi sceglievano tra la gente del pubblico gli individui più restii ad ascoltare, e li seguivano fino a casa al termine delle rappresentazioni. Continuavano a tormentarli con i loro discorsi, con le loro colte citazioni, fin quando i poveretti presi di mira convenivano riguardo l’assoluta utilità di tutte quelle parole, e promettevano di tornare al teatrino. Se qualcuno non manteneva la parola data, i filosofi andavano a cercarlo sotto casa. Erano capaci di tirare avanti per giorni e notti intere; aspettavano che le loro vittime fossero costrette a scendere per andare al lavoro o fare la spesa, e poi le seguivano, vomitandogli addosso le loro perniciose classificazioni, i loro nomi inutili. Ireneo e Hubert dissero più volte a Yararà che tutto questo era una crudeltà e un’ingiustizia, ma il filosofo argentino non gli diede mai ragione.
«È solo spettacolo», affermava sorridendo. «Tutto può esserlo, cari miei»
Lo chapiteau venne spostato nel bel mezzo delle paludi, in quella che Ireneo diceva essere “terra di nessuno.” La verità era che laggiù nessuno li avrebbe mai trovati. Gran parte della compagnia abbandonò l’impresa, anche se Ireneo continuava a dire che bisognava aspettare, che a breve il pubblico sarebbe tornato con i soldi e il circo sarebbe riuscito a spostarsi da quel pantano. Hubert, Lucas e Catrin furono gli unici a restare; insieme a Gertha, attesero che Ireneo si facesse venire una qualche idea per risolvere la situazione. Il pagliaccio vendette tutte le bestie, che non poteva più permettersi di nutrire, e gran parte degli strumenti di scena. Con i soldi del ricavato avrebbe potuto pagare a tutti il viaggio di ritorno, ma scelse di impiegarli per comprare una decina di paperelle di gomma a un vecchio collezionista.
«Hanno un grande valore» diceva, «Una di queste paperelle vale quanto una tigre del Bengala.»
Cosa poi avesse a farsene la compagnia, delle paperelle, nessuno riusciva a capirlo esattamente. Gertha iniziò ad essere molto dura con Ireneo. Sosteneva che il collezionista lo avesse truffato; diceva che lui stesso stava truffando la compagnia, con i suoi errori e i suoi investimenti insensati.
Fu allora che il pagliaccio se ne venne fuori con quella gran baggianata delle attività ricreative.


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