Dobbiamo ridere (parte terza)

Untitled design

Strizzare le paperelle prima di dormire, accecare i serpenti con i fanali della vecchia Volk… Quante inutili stronzate, pensava Hubert, mentre la macchina correva tra i fossi di Comacchio. Catrin sonnecchiava serenamente con il capo poggiato sulla sua spalla, mentre alla guida Ireneo lanciava grandi improperi contro i serpenti. Seduta accanto a lui, Gertha scrutava le valli con il suo vecchio cannocchiale di scena. Hubert si chiese cosa potesse mai vedere, in tutta quell’oscurità, ma la donna sembrava guardarsi attorno seguendo un certo ordine, come se in qualche modo riuscisse a penetrare le ombre che oscuravano le paludi.  Da qualche parte là intorno, i serpenti dovevano nascondere la loro refurtiva.
«Ladri!» gridava Ireneo, «Ladri vigliacchi!»
Ad un tratto Hubert udì qualcosa, come uno strisciante gracchiare che si alzava dagli acquitrini. Disse a Ireneo di fermarsi, e la Volk accostò sul ciglio della strada. La luce dei fanali si riverberava su una sottile striscia di terra che correndo in mezzo a un pantano sembrava portare verso la bocca di una caverna. Dall’interno buio dell’anfratto veniva uno strano fetore, come di gomma bruciata, e la voce che Hubert aveva udito continuava a gracchiare, ora più vicina.
«Le mere scienze di fatti creano solo meri uomini di fatto», blaterava qualcuno nell’ombra. Hubert chiese a Gertha il cannocchiale, e guardandoci dentro riuscì scorgere una piccola paperella di fronte all’entrata della grotta. Affondando le galosce nel fango fino alle caviglie, corse in mezzo all’acquitrino e afferrò il giocattolo. Provando a strizzarlo, sentì uno strano spessore sotto la gomma. La papera non starnazzava, e continuava a parlare. Hubert provò a stringerla con più forza. La voce iniziò a corrompersi. Allora il giocoliere si avvicinò alla Volk ed espose il giocattolo alla luce dei fanali. Girandolo, vide che un sottile strappo lo percorreva da sotto. Hubert ci infilò dentro le dita e lo aprì. Le bobine di un piccolo registratore giravano nella gomma.
Disgustato, il giocoliere lasciò cadere il giocattolo nel fango. Per quanto poco credesse nel valore catartico di quelle paperelle, non poteva sopportare di vederle ridotte a quel modo, né tantomeno di immaginarle nelle mani indegne dei serpenti di Comacchio. Cosa diventa una paperella, se non può neanche più starnazzare? Cosa diventa, se le si toglie tutto ciò che fa di lei un così inutile, carezzevole giocattolo e la si trasforma in una stupida trappola che non fa più ridere, in qualcosa che non può divertire o intrattenere ma solo atterrire, o spiegare? Quante parole, pensò Hubert. Parole inutili, parole orrende.
Ireneo si lanciò dentro la grotta chiamando vendetta, e il giocoliere lo seguì. Quando si trovò all’interno della spelonca non vide più niente, e iniziò sentire il sibilo dei serpenti, il disgustoso strisciare dei loro corpi che si riordinavano nel buio. Hubert avanzò alla cieca, tastando con le mani la parete rocciosa, fin quando sbatté contro Ireneo.
«Le hanno portate qui,» singhiozzava il pagliaccio, «quegli animali le hanno nascoste qui dentro.»
Voltandosi, il giocoliere gridò a Gertha di portare la Volk dentro la grotta. Mentre il rombo dell’auto si avvicinava, avvertì che i serpenti si stavano disponendo lentamente intorno a loro. Alcuni presero a parlare, e Hubert portò le mani alle orecchie per difendersi. I serpenti si stavano facendo sempre più vicini. Improvvisamente, il giocoliere sentì contro il viso il tocco delle loro lingue bifide, e si voltò verso Ireneo per salutarlo un’ultima volta, ma non ebbe il tempo di parlare.
I fanali della Volk si accesero sul buio pesto in cui Hubert e Ireneo si erano arenati, e allora il giocoliere vide i serpenti, li vide gridare davanti a lui, accecati dai fanali dell’auto che intanto avanzava giù per la spelonca, con Gertha alla guida che rideva assieme a Catrin, persino insieme a Lucas che intanto doveva essersi svegliato. Hubert e Ireneo montarono sull’auto in corsa e il pagliaccio accese la radio a tutto volume. I serpenti cercavano di scappare verso il fondo della grotta, vaneggiavano di Heidegger e Deleuze per scacciare la gente della compagnia, ma non serviva a niente poverini, la Volk continuava a stargli dietro, e loro continuavano a cadere accecati, perdendo i loro occhiali, le loro orrende barbe finte. La caverna intera sembrava tremare al passaggio della Volk, e Ireneo continuava a cambiare stazione radio, mentre Hubert rideva assieme a tutti gli altri. D’improvviso un serpente si lanciò sul cofano dell’auto.
«Più piano» implorò, «Per favore, fate più piano.»
Gertha frenò bruscamente, e il serpente venne sbalzato giù dal cofano. Guardando fuori dal parabrezza, Hubert vide il fondo della caverna aprirsi di fronte a lui. Alla luce dei fanali, un grande cumulo di paperelle si ergeva contro la parete rocciosa. Non più una decina ma centinaia, migliaia di piccole preziose paperelle di gomma stavano accatastate una sull’altra sotto le stalattiti, attorcigliate dalla spira di Yararà. Il grande serpente argentino sibilò, accecato dai fanali della Volk. Ireneo aprì la portiera dell’auto, e Hubert lo vide avvicinarsi al grande cumulo. Yararà cercò di sotterrare la testa nei giocattoli, ma il pagliaccio affondò un braccio nella matassa e lo prese per il collo. Allora Hubert scese dalla Volk assieme agli altri della compagnia. Tutti presero dal cumulo una paperella, e ognuno avvicinò la sua al volto di Yararà. Il serpente si guardò attorno terrorizzato.
«I plurisensi del dire poetico…» cercò di sibilare. Gertha avvicinò lentamente una paperella alle sue orecchie e la strizzò. Tutta la compagnia prese a far starnazzare i piccoli giocattoli, finché Yararà ammutolì completamente. Assordato dalle papere, il serpente iniziò a piangere. Hubert sentì qualcosa, come una mano che gli grattava la pancia da dentro e lo prendeva ai fianchi. Gonfiò le guance cercando di trattenersi, ma poi guardò Gertha, e vide che anche lei aveva le guance gonfie. Entrambi scoppiarono a ridere, e Catrin si lasciò cadere a terra reggendosi il grembo. Il serpente stava piangendo in ferrarese.
«Soffoco» sghignazzava Ireneo, «Non ce la faccio più»
Tutti ridevano sul fondo della grotta, mentre le papere cadevano dalle loro mani e continuavano a starnazzare sole, senza che nessuno le strizzasse, senza che nessuno avesse più bisogno di strizzare una piccola paperella di gomma per ridere, perché ridere non era più un bisogno, era qualcosa che semplicemente accadeva, che prendeva ai fianchi Hubert e gli riempiva il ventre, lo scuoteva steso a terra, ansimante, mentre tutta la compagnia imitava Yararà e ripeteva le sue parole cantilenandole. Ireneo si dispose al fianco della Volk, infilò una mano davanti ai fanali dell’auto e compose una forma con le dita. Il becco di una papera apparve sulla parete di fondo della caverna, e Gertha iniziò ad applaudire. Quando Ireneo apriva il becco, le paperelle starnazzavano. Davano una voce a quell’ombra, e tutti ridevano mezzi accasciati per terra.
Spossato, Hubert si trascinò fino al fondo della grotta. Poggiò la schiena contro la parete rocciosa e rimase immobile a osservare la scena, investito dalle luci della Volk. Vide i volti di Gertha e Catrin che ridevano sfigurati. Dietro di loro, Ireneo continuava ad aprire il becco della papera, mentre Yararà si ritirava a testa bassa verso l’uscita, piangendo in quel suo strano modo. Hubert pensò che in quel momento non aveva bisogno di guardare il fianco della Volk, perché sapeva già cosa avrebbe visto. Non la carica dell’ussaro teso in avanti verso la rovina, ma lo sguardo di un’elegante vecchietta di ghiaccio, che gli avrebbe sorriso con la sua bocca striminzita, e gli avrebbe detto che andava tutto bene in fondo.

Tutto bene.


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...