Solo

57012628_2367027683518484_4875887319573331968_n.jpgIllustrazione di Giorgio B. Scalia

La città era subissata da versi e fragori. Già dal tardo pomeriggio, la calca aveva gremito le strade del centro. Io me ne stavo lì, seduto in disparte, su quella panchetta verde del corso, a osservare il continuo e incessante viavai di folla. Andava a un ritmo incalzante e sparpagliato, per poi ordinarsi sul ciglio del marciapiede, in attesa del semaforo verde.
Una pioggia impalpabile e vaporosa cominciò a precipitare dal cielo di fuliggine, e la gente oberata affrettò il moto dei passi, che ora suonavano sul marciapiede come tanti charleston. Non mi mossi. Alzai lo sguardo verso il cielo greve, e gocce gelide e beccanti mi bagnarono il viso. Quella pioggia mi piacque particolarmente. Un’emozione mai provata prima mi prese lo stomaco e si estese a tutto il corpo. Ero io, da solo, su quella panchetta, con la pioggia che piombava e pensavo:
«Vorrei poter rimediare, ma disgraziatamente, a volte, sono costretto a prendere delle scelte. Scelte che vanno ad albergare nelle tane più luride del fato. L’unica cosa rimasta sono i tanti spiriti che mi ronzano nella testa, come se al posto del cervello avessi un alveare fantasma».

Negli anni, sono riuscito a discostarmi da chiunque non fossi io. C’è stato chi ho deluso, chi ho fatto arrabbiare, chi ho addirittura spaventato. Uno a uno, tutti sono andati lontano e poi scomparsi come il moralismo di chi va a puttane. Solo, senza amici, senza ragazza, senza famiglia e parenti.
Ho litigato perfino con il mio analista. Pensava fossi sano di mente, che mentecatto!

Vi mostro come si fa a rimanere da solo, facendovi dono di un piccolo aneddoto personale. Io e mio cugino Orlando condividevamo le stesse passioni: da piccoli ammazzavamo lucertole con la fionda e da grandi andavamo per locali a corteggiare ragazze che profumavano di cocktails e di disperazione. Tutto molto divertente per un’esistenza epidermica. Una scopata nel bagno di un club esclusivo non ti fa capire cosa sia il Noumeno, ma oggi come allora continuo a non saperlo e ho smesso pure di chiedermelo.
Una sera, ed ecco come si può far subito desolazione tutto intorno a sé, Orlando mi presenta la sua nuova fidanzata, una tipa banale e artificiale, proprio come lui, ma lei aveva le sue qualità: un bel culo, che sembrava arrivato dall’Africa nera, e due occhi suadenti, che aprendosi e chiudendosi sembrasse dicessero: «Ehi tu. Sai cosa dicono delle ragazze col piercing sulla lingua?». Mi sembrò un interrogativo motivante. Sì, potevo scoparmela senza troppo tergiversare. Difatti, l’odalisca che è e che fu, non rifiutò il mio invito. Fui un santo, davvero. Levai dalle lenzuola di Orlando una donna fedifraga. Non era adatta a lui. Lui cercava l’amore, a differenza mia.

Senza mezzi termini e senza il minimo tatto, dissi a Orlando che ero stato in calda compagnia della sua insaziabile ragazza, Angelica. Orlando, da innamorato, mutò in furioso. Calci, pugni, schiaffi, pure un paio di sputi e mi tirò anche i capelli. Ma non reagii. Non articolai nemmeno una scusa mediocre, del tipo: «Scusa Orlando, ero ubriaco». Non volevo dare la colpa alla dozzina di bottiglie che avevo scolato quella porno-notte. Poveri alcolici, condannati a prendersi tutte le nostre più becere colpe e oscuri misfatti, sui loro lunghi colli di bottiglia. Che senso aveva giustificarmi? Io volevo essere abbandonato, come il senno abbandonò Orlando quando seppe della facilità con cui Angelica mi aprì il suo anfratto.

Ero solo. E volevo esserlo, con la stessa forza e determinazione che ebbe Orlando nel picchiarmi e Angelica nello svuotarmi. Ecco perché mi trovo qui da solo, in centro, seduto su questa panchetta verde, l’ultimo dell’anno.
La pioggia aumentò d’intensità e i lampi illuminavano le pozzanghere e si confondevano con i fuochi d’artificio che brillavano assordanti, mentre la gente festeggiava un altro anno che passa dietro la schiena, e gioiva d’istanti che non avrebbe più avuto indietro. Tutto tempo versato alla scadenza che batte la sveglia della morte. È così non si può negare. Qualcuno mi ha detto che sono depresso, ma si sbaglia. Io sono realista, è difficile da accettare, ma è così.

Assorto nelle mie meditazioni, d’improvviso, riuscii a malapena a distinguere una voce, una voce che mi chiamava. E poi tra i tuoni, i lampi, la pioggia, i fuochi d’artificio e la moltitudine di gente, che esultava di gioia alcolica, la voce mi disse: «Osserva questa pioggia. Sii come la pioggia», e io chiusi gli occhi e sottovoce risposi: «Mi è sempre piaciuta la pioggia. Ma solo ora mi accorgo che ogni goccia nasce da sola, cade da sola, però precipitando a terra rovinosamente (come accade a tanta gente) poi si riunisce alle sue sorelle, in meravigliose pozzanghere».
Eppure restai impassibile a questa scoperta filtrata dalla metafora in gocce. È così anche la voce della mia coscienza mi abbandonò. Allora, nel vuoto che m’ingabbia, so con rabbiosa certezza che sono solo un’ombra su questo corso piovigginoso. Solo un corpo che infrange la luce e spezza la pioggia.

Solo.


Una risposta a "Solo"

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...