Una stucchevole storia di famiglia

60383430_776270866107650_4013270952379940864_nIllustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Roberto aveva un longischiena di razza alpina. Lo portava spesso a passeggio nel loggiato della piazza, perché ai vecchi che sedevano là sotto il longischiena stava davvero molto simpatico e avevano piacere nel guardarlo mangiare. Era usanza tra loro porgere alla bestiola una mano piena di becchime e semi di papavero. Il longischiena andava ghiotto di questa mistura. Quando vedeva le mani dei vecchi protese verso di lui, faceva un rumorino stridulo con l’ugola e correva subito a leccarle. I vecchi ridevano, perché mentre mangiava il longischiena lappava loro il palmo con la lingua e faceva il solletico. Così alcuni di questi vecchi iniziarono a provare un cupo desiderio di possesso nei confronti del longischiena di Roberto, che secondo i registri del CEFE era poi anche l’unico esponente rimasto in vita della sua antica e nobile specie animale. Roberto ricevette diverse offerte in denaro, e anche altre proposte che però erano un po’ sconce e quindi furono subito messe da parte. La verità era che da molto tempo ormai il longischiena si era disamorato del suo padroncino e della sua vita sedentaria, per cui l’unica preoccupazione di Roberto era quella di accasarlo presso una nuova famiglia che fosse ben in vista nella società e lo trattasse con i dovuti riguardi. Alla fine ricevette un’offerta abbastanza vantaggiosa da una coppia di vecchietti che avevano fama di essere gente mondana. Il longischiena fu portato a casa loro e ci fu un addio molto commovente e spettacolare, in cui peraltro il longischiena dette prova di inattese proprietà di linguaggio ricordando tutti i bei momenti che aveva trascorso con il suo padroncino. Si versarono lacrime, si bevve del vino, e a fine serata Roberto salutò tutti con cordialità e gentilezza. Quando chiuse la porta alle sue spalle, fermi in un angolo i vecchi sfilarono i frustini dalla cinta dei pantaloni. Roberto sentì il longischiena guaire, ma scelse ugualmente di incamminarsi verso casa perché in fondo quel che accadeva all’animale non era più affar suo.

Alcuni giorni dopo i vecchi affittarono una villetta in campagna e diedero una grande festa a cui prese parte tutta la bella società del paese. Roberto si era da tempo tirato fuori da quell’ambiente, e quando ricevette l’invito capì subito che il longischiena doveva aver interceduto per lui. La sera della festa, rispolverò la vecchia marsina che usava portare ai balli in gioventù, quando accompagnava con le mani i fianchi delle gran dame sulla pista.  Nonostante non avesse nulla da fare, cercò in ogni modo di perder tempo per arrivare alla festa con un ritardo che fosse quantomeno accettabile, e accumulando ritrosie dietro ogni occupazione riuscì a raggiungere la villa esattamente tre ore dopo l’inizio dell’evento, quando i primi bicchieri erano stati vuotati e l’ebrezza generale aveva raggiunto un livello a malapena sospeso tra una sana voluttà e una riprovevole indecenza. Roberto, che pure si sentiva attratto da tutto quel baccano, si mantenne in una condotta di quieto decoro. Prese un flute di spumante e andò a sedersi su una delle panche del cortile. Una grande pista da ballo era stata allestita nel parchetto della villa. I corpi illustri degli invitati si incontravano e si muovevano al ritmo della musica, ballavano la polka e la mazurka nell’intermittenza delle luci al neon. Dentro quel movimento, tra gli scolli delle signore e le papaline dei marchesi, Roberto cercava la figura piccina del suo longischiena. Solo dopo molto tempo, per via di un equivoco scambio di sguardi, si accorse che l’animale era sempre stato a pochi passi da lui, al fianco dei suoi nuovi padroni. Portava un vestito di tulle bianco, e aveva le labbra tutte sporche di rossetto. Quando si accorse della presenza di Roberto, si gettò in pista e iniziò a ballare. Gettava spesso gli occhi di traverso, cercando al bordo dello sguardo quello di Roberto, e ogni volta sembrava dirgli: “Guarda, papà, guarda come sono diventata bella.” Roberto da parte sua non riusciva a sentirsi fiero della sua creatura e della sua nuova posizione nella bella società; gli sembrava più brutta, così conciata. Eppure sembrava felice. Roberto sapeva che l’aveva voluto lì solo perché potesse guardarla, sapeva che aveva obbligato i suoi padroni a invitarlo solo perché capisse che nonostante il frustino, nonostante tutte le botte che doveva prendere ogni giorno da quei vecchi disgraziati, la vita che loro gli offrivano era di gran lunga migliore di quella che aveva passato con lui. Di gran lunga più eccitante.

Quando tornò in paese e si trovò nuovamente solo nella sua vecchia casa, Roberto pensò che forse aveva sbagliato a cedere così facilmente il suo longischiena. Del resto, sembrava fosse stata la stessa creatura a chiederglielo. Negli ultimi mesi di convivenza il loro legame aveva iniziato a sfaldarsi. Il longischiena non veniva più a mangiare il becchime dal palmo di Roberto, e in casa sembrava non ci volesse proprio stare. Passava le notti a correre da una stanza all’altra; uggiolando graffiava i vetri delle finestre, il legno delle porte. Probabilmente era la povertà dell’arredamento a fargli paura. Come già la sua forma dovrebbe chiaramente suggerire, il longischiena mal si adatta a una vita parca, modesta. Non a caso la classificazione CEFE lo posiziona nel gruppo numero tre delle razze alpine, con riferimento alla sezione due: cappelli e bestie per pista da ballo. Il longischiena non è fatto per vivere nascosto. Deve avere a disposizione grandi spazi per mostrarsi, altrimenti inizia a indebolire, a rattrappirsi, e inevitabilmente perde tutta l’affusolata eleganza delle sue forme muliebri. Roberto aveva sbagliato, non avrebbe mai dovuto prendere il longischiena con sé. Per quanto potesse trovare disdicevole il suo abbigliamento alla festa, per quanto potesse dire di cattivo gusto tutto quel trucco, non poteva negare che quella sera la creatura gli fosse apparsa raggiante come mai prima d’ora. Però voleva. Con tutto se stesso voleva negarlo, dire che era più bella tutta nuda, con la pelle che iniziava a squamarsi e la faccia sporca di polvere. Voleva dirlo perché lo pensava, perché qualcosa dentro di lui continuava a ripetere che era giusto andar contro la propria natura, continuare a negarla. Roberto l’aveva fatto: si era allontanato dal suo ambiente d’elezione per chiudersi nell’ombra della casa, e anche lui aveva passato notti insonni a girare per stanze vuote e polverose, anche lui era stato per ore a grattare il legno delle porte, i vetri delle finestre, eppure tutto questo era giusto, era anche bello in fondo, perché l’aveva scelto. Ma il longischiena? Era giusto costringerlo alla sua stessa scelta di vita, era giusto tenere in casa una bestia da ballo, tarparle le ali?

Il mattino dopo, Roberto si svegliò con un certo appetito. A colazione divorò cinque fette di pandolce, e non contento scese per comprare alla pasticceria dell’angolo un vassoio di bignolini alla crema. Li mangiò sorridendo mentre passeggiava sul lungofiume. Tutta questa vitalità, così insolita per lui, lo portò abbastanza facilmente alla risposta che cercava. Senza ripassare da casa, si incamminò verso il centro del paese. Verso mezzogiorno attraversava già il loggiato della piazza. I vecchi che sedevano tra le colonne dovevano aspettarsi di scorgere al suo seguito la figura scodinzolante e carezzevole del longischiena; quando si accorsero che Roberto camminava solo, alcuni di loro crollarono il capo e nascosero una smorfia addolorata sotto le tese dei cappelli. Uscendo dal colonnato, Roberto attraversò longitudinalmente la piazza, diretto verso il portone di un grande palazzo stile impero. Suonò al campanello.
– Chi è? – pigolò la vocetta della vecchia.
– Roberto –
Passarono alcuni secondi di silenzio. Roberto ticchettava nervosamente con la punta di una scarpa sul marciapiedi. Alla fine gli aprirono, e lui salì le scale lentamente, preparando tra sé e sé le parole. Quando arrivò al pianerottolo del terzo piano, vide la vecchia che lo fissava torva dal vano della porta.  Alle sue spalle, nel salone, il longischiena stava seduto su un divano tra le preziose maioliche e i mobili in legno.  Senza ricevere alcun saluto, Roberto scansò la vecchia insinuandosi di lato tra il suo corpo immobile e la parete. Avanzò di qualche passo nel vestibolo e si fermò in piedi all’entrata del salone. Davanti al longischiena, su una strana sedia che sembrava abbastanza scomoda ma che pure avrebbe potuto avere un qualche valore, il vecchio gli dava le spalle. Roberto sentì la porta richiudersi dietro di lui. Il vecchio si voltò per guardarlo.
– Allora – chiese – Cosa vuole? –
Roberto si avvicinò e andò a sedersi sul divano. Il longischiena si ritrasse verso il bracciale opposto. Intanto la vecchia si era avvicinata alle spalle del marito e stava in piedi là dietro, guardando Roberto dall’alto.
– Io credo – accennò Roberto – Ecco, io credo che tutta questa chiacchierata potremmo gestircela meglio senza di lui – e con il capo fece cenno verso il longischiena, che rimase impassibile.
– E per quale motivo? –  fece il vecchio – Non so di cosa sia lei voglia chiacchierare, ma per quanto mi riguarda posso dirle che ha perso qualsiasi diritto sul longischiena nel momento in cui ce l’ha venduto. Vorrei ricordarle che abbiamo pagato quasi tremila pezzi per lui. Pezzi che ora sono sul suo conto e che per nessun motivo accetteremmo indietro, nel caso lei volesse riprenderlo –
Roberto rimase in silenzio. Sul profilo del longischiena apparve il guizzo di un sorriso.
– Quindi? – incalzò la vecchia – Non abbiamo da perder tempo noi. Le ricordo che è quasi ora di pranzo –
Roberto prese coraggio.
– Voi parlate di denaro – disse – Ma questa creatura, lo vogliate o no, non è uno dei vostri preziosi vasi di ceramica. È del suo benessere che voglio parlare. E non crediate che m’importi qualcosa di sapere cosa ne pensa. Se la natura gli ha dato una bocca, cosa di cui del resto non sono sempre completamente sicuro, l’ha fatto solo per vezzo, per voglia d’estetica, e non certo perché potesse profferire argomenti di qualsivoglia senso logico per elementare che sia –
– Quindi lei sta dicendo che non le importa di sapere cosa preferisca l’animale. In sostanza, sta dicendo che non le importa della sua felicità, del suo… – il vecchio finse di interrompersi, batté più volte l’indice sul mento ostentando un’espressione dubbiosa – …del suo benessere.-
– Cerchi di seguirmi. – riprese Roberto – Se è stato disposto che bestie come queste vivessero al nostro fianco, ebbene lei non crede che la responsabilità di scegliere cos’è un bene e cos’è un male per loro spetti a noi? O forse vuole lasciare l’ultima parola a un animale? –
Il vecchio strabuzzò gli occhi. La moglie scosse il capo in un’espressione di diniego, poi si schiarì la voce.
– State parlando della legittimità del dialogo ancora prima di mettere in campo i vostri argomenti. – disse – Saltate questi preamboli, e arriveremo tutti prima e meglio alla fine di questo sgradevole scambio. E tu… – Rivolse lo sguardo al longischiena, che fremette in tutto il corpo e infossò la testa tra le spalle con una faccetta timida. – Se hai qualcosa da dire, dilla –
– Benissimo – intervenne Roberto – Allora io vorrei dire che per un essere vivente non è salutare cambiare le sue abitudini così, da un momento all’altro. È pericoloso, potrebbero esserci delle conseguenze, l’animale potrebbe anche morirne, nel qual caso voi e io saremmo responsabili del suo assassinio. Devo ricordarvi che quest’esemplare è di specie rarissima e gode della protezione del CEFE? –
– Proprio non capisco – disse con pacatezza il vecchio, rivolgendo a Roberto uno sguardo compassionevole – lei certamente si sta lasciando condizionare dai suoi sentimenti, il che la mette in una luce certo più nobile di quel che pensavo, ma in ogni caso sbaglia. Come può pensare che un essere delicato come il longischiena possa soffrire di un cambio d’aria che per lui è quantomeno molto vantaggioso, per non dire assolutamente indispensabile? –
Il nuovo tono assunto del vecchio offese Roberto, che dovette convenire di trovarsi in netta inferiorità morale oltreché strategica.
– Vedete, il fatto è che io e questo animale abbiamo intrapreso un cammino, tempo fa. Ci siamo detti niente più balli, niente più feste, e a queste parole ci siamo tenuti fino ad ora. Io non dubito che il longischiena possa aver dimenticato le promesse che ci eravamo fatti. È un animale, e questo in parte lo giustifica. Ma io mi ritengo responsabile di quella scelta. Ritengo di esserne responsabile per me e per lui, perché anche lui in qualche modo l’ha abbracciata – neanche Roberto riusciva a capire esattamente le sue parole. Stava mentendo? – e allora io non lascerò che disperda al vento le sue stesse parole, che si comporti come un animale… –
– Ma è un animale- lo interruppe il vecchio.
– Non sia volgare –
– L’ha detto lei stesso –
– Quando? –
-Poco fa, e anche prima se ricordo bene. Ha detto che è un animale e che le sue parole non hanno importanza –
– Non è vero, o comunque non volevo dire proprio questo-
– E cosa, di grazia? –
– Ma non capite? Lui ha già scelto, ha promesso niente più feste niente più balli –
– Non crede di essere stato piuttosto lei a scegliere per lui? –
– Ma se le dico che ha promesso. Ha giurato, con la mano sul cuore ha detto niente più feste, niente più balli mai mai più neanche se m’ammazzano –
– Il longischiena non ha un cuore, stia attento a quel che dice – disse il vecchio, severo.
– Certo che ha un cuore. Chi si crede di essere? –
– Sta perdendo la calma – disse la vecchia.
– Sono calmissimo –
– Le dico che non ha un cuore – disse il vecchio – forse non ha letto bene la cartella illustrativa del CEFE. Proprio non ce l’ha. –
Roberto ammutolì. Aveva perso la calma. Il longischiena ora teneva il capo alto, puntato verso il soffitto. La sua bocca, ammesso che così si potesse chiamare l’apertura che divideva da parte a parte la sua testolina glabra, era distesa in un sorriso crudele. Roberto parlò direttamente a lui.
– Ma non lo vedi cosa ti stanno facendo? Tu avevi promesso – puntò il dito – Avevi detto che saresti rimasto con me, che non avresti ballato mai più! –
Il longischiena si voltò di scatto verso Roberto. Aprì la faccia.
–  Non so di cosa stai parlando, coglione –
Roberto si alzò di scatto dal divano. I vecchi cercavano i suoi occhi per attestare la loro vittoria, ma lui non gli diede questa soddisfazione. Con lo sguardo basso attraversò il vestibolo e afferrò la maniglia della porta. Poi si fermò. Al suo fianco, due frustini erano appesi all’attaccapanni tra le costose giacche dei vecchi. Roberto sfiorò la loro sferza con la punta delle dita.
– E questi- disse, nascondendo ancora il suo sorriso dietro le spalle – questi? –
Roberto si voltò e guardò i vecchi dritto negli occhi. Il longischiena trasalì.
– Non sia ridicolo – disse il vecchio – Noi sappiamo come insegnare a un animale le buone maniere-
– Ma li sentì? – strillò Roberto al longischiena, quasi isterico – Senti cosa dicono? –
Il longischiena non parlò.
– Lei continuerà ad aggrapparsi a qualsiasi cosa pur di riaverlo con sé, non è vero? – disse melliflua la vecchia.
– E lei continuerà a frustarlo? E per cosa, poi. Per riderne? –
– Per insegnargli a ballare – rispose il vecchio, molto tranquillo.
– Ma cosa dite, mio dio cosa state dicendo. Forse è questo l’unico modo che avete trovato per farlo ballare? Fategli ascoltare della musica, portatelo a teatro –
– Non funzionerebbe altrettanto bene – rispose il vecchio.
– Voi siete pazzi – disse Roberto, passandosi le mani sul viso – Siete pazzi…  –
– Tutt’altro – disse la vecchia, avvicinandosi a lui – Siamo persone oneste e ragionevoli. Ma lei, signore, sta mettendo a dura prova la nostra pazienza –
Roberto si morse le labbra. Guardò verso il longischiena.
– A te va bene questo? Ti va bene farti frustare? –
Il longischiena abbassò il capo e iniziò a ondeggiarlo mollemente sul petto.
– Io devo ballare – piagnucolava – Devo ballare –
– Ecco – disse Roberto – L’avete fatto diventare ritardato. Del resto, con tutte quelle botte… –
– Ma se gli abbiamo insegnato un sacco di cose – disse il vecchio – l’ha visto anche lei che da quando è con noi parla molto di più –
– Ma che bello. E di cosa parla, sentiamo –
– Gli piace molto parlare della morte – disse la vecchia.
– Dice un sacco di sciocchezze – puntualizzò il vecchio.
– Immagino –
– Senta – disse la vecchia, che ormai era in piedi di fronte a Roberto – Ma non lo vede che la sua ombra cade esattamente sull’animale? –
Roberto guardò il longischiena. La vecchia aveva ragione.
– E cosa vorrebbe dire con questo? –
– Vuole dire – Spiego il vecchio – che lei continua a proiettare i suoi problemi su quest’innocente-
–  State parlando di cose che non conoscete –
– Lei proietta, su questo non c’è dubbio –
– Io non proietto proprio niente –
– Ma come? – disse la vecchia, indicando il divano – non la vede? È un’ombra –
– Sta confondendo un simbolo con il suo significato. Un bel pasticcio –
Il longischiena mandò un ruttino.
– Mi ascolti – disse il vecchio, alzandosi dalla sedia – lei proietta. Ha detto che questo animale si è impegnato assieme a lei in una promessa. Quali siano di preciso i termini della promessa ancora non si è riusciti a capirlo però. Dice di non voler più ballare, ma la verità è che alle feste nessuno la invita, lo sanno tutti in paese –
Il vecchio si fermò in piedi al fianco della moglie.
– Io credo che lei stia solo cercando di giustificare la sua condizione sfavorevole – continuò – Dice di aver scelto la vita che fa, ma sono stati gli altri a scegliere per lei –
– Perché gliel’ha lasciato fare – disse la vecchia – s’intende –
– Lei è un individuo abbastanza debole, questo è evidente –
– La prego, parliamo dell’animale –
– Ma è lei il problema –
– Perché proietta – disse la vecchia.
– Ancora con questa storia. Io non proietto. È il bene dell’animale che mi preoccupa –
– La smetta di chiamarlo così – intimò il vecchio.
– Vuole scherzare? –
– Assolutamente no –
– È da quando sono entrato che lo chiamiamo così. Del resto il suo nome è abbastanza scomodo alla pronuncia –
– Questo perché lei lo chiama con il nome della sua specie – disse la vecchia – Non ha mai pensato che lui volesse qualcosa di più? –
Roberto non rispose.
– Già – disse il vecchio sogghignando – Non c’ha pensato –
– E voi come lo chiamate? –
– Ci stiamo pensando – disse il vecchio – per ora lo chiamiamo animale
– State iniziando a stancarmi –
– Può sempre andarsene – disse la vecchia – le ricordo che è in casa nostra –
– È anche ora di pranzo – aggiunse il vecchio.
– Non siamo ancora arrivati al punto –
– Al punto ci siamo già arrivati. È lei che svicola –
– Proietta, svicola – disse la vecchia a bassa voce.
– Il punto è lei – continuò il vecchio – Le sue paure infantili –
– L’animale si è già espresso abbastanza chiaramente sulla questione – disse la vecchia, conclusiva – Con le sue promesse non ha niente a che fare. E poi, anche se avesse promesso, l’effettiva natura formale di queste promesse andrebbe accuratamente indagata. Non sono affatto sicura che un paio di paroline bisbigliate in intimità comportino un qualche obbligo –
– Forse non legalmente – disse Roberto – Ma che mi dice della sua integrità morale? –
Il vecchio sbuffò.
– Non si renda ridicolo – disse – quale moralità vuole che abbia un animale? Non ha neanche un cuore –
– Continuate a confondere i simboli con i significati, io non so più che fare –
– Una cosa sola sa fare – lo corresse la vecchia – aggrapparsi a cavilli, inezie –
– Quasi tremila pezzi – disse il vecchio – e continua a lamentarsi –
– Ma pezzi di cosa?! –

– Sei un idiota! – urlò il longischiena. Tutti fecero silenzio.
– Di me non te ne frega niente, niente! Vuoi solo torturarmi per non soffrire da solo. Se devo scegliere tra la frusta e quella casa orrenda, allora scelgo la frusta –
– L’avevo detto, io – disse il vecchio – un sacco di sciocchezze –
– Perdoni questo animale – disse la vecchia – forse non è ancora capace di esprimersi correttamente nella nostra lingua, ma i sentimenti che prova nei suoi confronti mi sembrano abbastanza chiari –
Roberto sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Si girò verso la porta.
– Tu credi di sapere quello che vuoi – disse al longischiena – ma non saprai mai chi sei –
I vecchi scoppiarono a ridere. Roberto aprì la porta e si lanciò a corsa giù per la tromba delle scale.  Quando arrivò all’ultima rampa, atterrò goffamente un piede sul bordo di un gradino e cadde a terra. Rimase immobile per alcuni secondi, con le gambe distese in verticale sulla scala e la faccia schiacciata di profilo contro il marmo gelido dell’atrio. Una signora aprì il portone, aggirò il corpo immobile di Roberto e salì le scale. Roberto aspettò che i suoi passi si allontanassero del tutto. Quando fu certo che la donna non potesse più vederlo, si rialzò a fatica e arrancò in avanti. Uscì in strada, abbandonò le spalle contro il portone e si coprì la bocca con le mani.

– Perché? – mugolò – Perché sono così solo? –

Intanto, davanti a lui, i vecchi ballavano tutti assieme una polka nella piazza.

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Il Longischiena disegnato di Nicola Dardano


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