Il Suono delle Campane

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

L

a strada che dall’unica pompa di benzina del paese portava a casa di Salvatore era alquanto ripida e con i tombini quasi sempre intasati. Alla fine della salita, c’era l’orologio comunale e gli mancavano alcuni numeri. Tutti lì in paese erano del parere che, a ben riflettere, un restauro di tutta la torre sarebbe stato necessario. Era stata costruita nel 1881 (così almeno riportava la targa vicino l’ingresso) con una pianta rettangolare e aperture circolari sulla sommità. Sul lato opposto della strada sorgeva invece la chiesa: era a croce greca, con tre altari e una nicchia in cui era conservata un’icona bizantina del Cristo Pantocratore.

Salvatore affrontava la salita in sella alla sua graziella nera col telaio arrugginito, con la macchia di terra sulla tempia. In cielo nuvole bianche stavano immobili in quel pomeriggio primaverile, e al tepore dell’aria si univa l’odore piacevole delle piante in fioritura.
«Che stanchezza», esclamò Salvatore con una vocina stridula di una donna. Indossava una camicia marrone fuori taglia, troppo larga sulle spalle e pantaloni, tenuti su da cintura in finto cuoio. Era esattamente il tipo di abbigliamento comodo a cui lui e i suoi fratelli ricorrevano per fare i muretti a secco, e che portavano anche nelle giornate più fredde con sopra un maglione infeltrito. Il suo armadio era pieno di camicie rovinate e pantaloni strappati.
Il leggero affaticamento che gli costava pedalare non doveva passare inosservato e infatti, giunto all’altezza di una porta dalla quale mancava un pannello di vetro, qualcuno lo chiamò con insistenza. Affissa alla parete, l’insegna PIANTE E FIORI pareva riprendere la tonalità di verde del cartone che copriva quello spazio senza vetro.
«Ehi maestro, quando la buttiamo quella bici?».
«E tu quando ti fai i fatti tuoi? Vittorio».
«Mai», sorrise il fioraio. Portava i capelli rasati a zero e un buco in bocca per un incisivo mancante, che gli conferiva un sorriso molto buffo. «Da dove vieni?».
«Stiamo lavorando nel fondo Pagliarullo, quello al lato del frantoio».
«Quello di Enzo il fruttivendolo?».
«Sì, quello lì».
«Bello quando hai da lavorare vicino casa, vero?».
«Fortuna, più che altro. La macchina sta ancora al meccanico».
Salvatore scese dalla bici intanto che Vittorio si avvicinava. Sulla fronte aveva tre solchi profondi, nemmeno l’abbronzatura riusciva a mascherare quella faccia butterata dal vaiolo. Mostrava uno sguardo gentile e un corpo magro che lo faceva sembrare più vecchio di quello che era.
«Com’è andata la giornata?» gli chiese Salvatore. Poi si grattò sul collo dove gli spuntava un bozzo con la pelle tirata, lucida, come quella che ricresce sulle vecchie cicatrici.
«Qui nessuno oramai compra fiori. Se non fosse per i funerali avrei chiuso da tempo».
«Eh, ti lamenti di continuo».
«Non mi lamento. È la verità».
Salvatore congiunse le mani in un gesto di rimprovero e dal suo petto fuoriuscì un soffio pesante, lento, simile a un rantolo. Gli occhi verdi segnati dalle occhiaie e le sopracciglia schiarite dal sole trasmettevano un’impressione di stanchezza e sottomissione. Sbadigliando, prese le sigarette dal suo taschino. Dimostrava un certo stile nel gesto, al contempo rigido e vacillante, con cui accese lo zippo. «Offrimene una, le mie le ho nel negozio», ordinò Vittorio.
«Per favore si dice».
«Sine, per favore».
«Na! Prendi».
Proprio in quell’istante, come un qualcosa d’inaspettato, le campane presero a suonare: un suono freddo di pentole sbattute. D’istinto Salvatore si portò le mani alle orecchie e incassò quei rintocchi con un energico rotamento di testa.  «Quando cazzo aggiustano ‘ste campane? Sono tremende».
«E chi le paga?», chiese Vittorio accendendosi la sigaretta.
«Come chi paga. Il comune, no?».
«Aspetta e spera. Servono i soldi».
«Tirali fuori tu i soldi», disse Salvatore con tono di scherno e sbatté il suo pesante scarpone da lavoro.
«Se! Eccolo. Non riesco nemmeno ad aggiustare il vetro».
«Tirchio».
«Serve preparazione per certe cose».
«Che preparazione?».
«Preparazione, per fare campane».
«Che cazzo significa?».
Salvatore emise una sorta di gemito, appena percettibile; il rumore delle campane restava sospeso in aria come uno spettro terribile. Nella ditta che aveva aperto con i suoi due fratelli, la preparazione era sempre stata l’imperativo. Un muro a secco non si costruisce così, dall’oggi al domani, senza preparazione. Dapprima si scava una traccia nel terreno per alloggiare la base, poi si selezionano i massi della dimensione e forma giusta, infine si compone questo puzzle cercando di riempire ogni spazio vuoto. L’operazione, non è affatto semplice: molto importante è ottenere una certa stabilità, gli incastri devono essere perfetti e bisognava dare la giusta inclinazione al muro. Eppure Salvatore era del parere che per un campanile le cose fossero diverse e non riusciva proprio a inquadrare cosa c’entrasse la preparazione.
«Ogni quarto d’ora si diventa matti».
«Il batacchio è rotto e c’è una crepa sul bordo».
«È insopportabile».
«Va dal sindaco», gli consigliò Vittorio e si passò la lingua sul labbro inferiore sporto in fuori, ricordava il beccuccio di una brocca.
«Secondo te non ci sono andato?».
«Che ti ha detto?».
«Che ci vuole tempo».
«Come per ogni cosa in questo paese. Ci vuole preparazione».
«Già!», esclamò Salvatore, sebbene sulla sua faccia ci fosse un’evidente perplessità (“Ancora con ‘sta preparazione. Ma preparazione per cosa?”).
Il sole andava tramontando e una luce arancione rianimava lo svolazzare caotico delle rondini. Vittorio cominciò a parlare di politica, agitando il grosso testone, che ben si adattava al suo fisico tozzo. Ai loro piedi c’era una fila di formiche che banchettava su un’ape. Da subito Salvatore prese a sfregarsi la nuca e la schiena s’irrigidì, dritta, la bocca si tese come per un dolore, dal naso sbuffò un respiro fiacco e le rughe sulla fronte si sollevarono in una smorfia di sofferenza.
«Mi capisci. Qua serve gente nuova, con i coglioni. I coglioni così.», ruggì Vittorio.
«Senti, a me questi discorsi danno sui nervi».
«E perché mo’? Anche in questo caso bisogna essere preparati. Lo sai?».
«So tutto, so! Tanto chi va va, non importa. Io comunque la mattina mi devo svegliare per andare al lavoro, preparazione o non preparazione».
«Comodo pensarla così».
«La penso come voglio, e a prescindere le pietre pesano sempre uguale. Di certo non diventano più leggere».
«Be’, fa come ti pare», disse Vittorio incrociando le braccia, e puntò le formiche che facevano a pezzi l’ape. Ancora una volta, a interromperli, ci fu quel rumore molesto, che dava l’idea di qualcosa che si andava rompendo. Il silenzio circostante pareva esaltare ogni singolo rintocco.
Salvatore non poté far altro che subirli, senza riuscire a bloccare quel tremito che diventava via via più inteso, e un’espressione accigliata gli rabbuiò in viso.
«Che strazio».
«Che ci vuoi fare. Pazienza!», esclamò Vittorio e poi scoppiò in una grassa risata.
«È finita la pazienza».
«C’è da dire però che sei l’unico che non le sopporta».
«L’unico? Non dire fesserie che danno fastidio pure a te».
«Sì, ma non tanto».
«Quindi sarei l’unico?».
«Fidati, sei l’unico».
«Sarà come dici tu. Vado a farmi una doccia, è meglio».
Salvatore spalancò gli occhi e affondò una mano tremante tra i folti capelli grigi. Dava l’impressione di stare in una perpetua agitazione, con il volto toccato dalla rabbia. Abbassò la testa e guardò distrattamente delle erbacce, che tra le crepe infestavano il marciapiede (“Preparazione! Qui tutto cade a pezzi e questo mi parla di preparazione. E chi lo è, preparato?”, rifletté con grande serietà). Si rimise infine in sella e di profilo il neo sul mento aguzzo appariva più spesso, ingombrante. Attese l’ultimo rintocco prima di salutare il fioraio.

 


 

Daniele Bolognese è nato ad Anzio il 31/08/1986. Si è laureato in archeologia presso La
Sapienza di Roma e diplomato alla Scuola di Specializzazione in beni culturali. Ha pubblicato due romanzi: Apologia per un modesto spacciatore (Galassia Arte) e
  Come un ragno nero (Edizioni La gru) .

 


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