Le nostre piccole battaglie

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«Raccontami qualcosa».
«Che tipo di cosa?».
«Qualunque cosa, quello che vuoi. Una storia».
«Posso raccontarti di quando ho chiesto a quel tipo se fosse Chinua Achebe. A quel tipo di colore, l’ho chiesto. E sai che mi ha detto lui?».
«No, no… Voglio che mi racconti una vera storia. Non una storia vera, successa veramente, quelle non sono mai all’altezza. Inventala».
«Non le so inventare le storie, Margherita».
«Potresti imparare a farlo ora».
«Non voglio imparare».
«Non vorresti farmi felice?»
«Non voglio imparare, non mi frega un cazzo di imparare».
«Va bene, va bene. Non volevo farti arrabbiare».
«…».
«Mi dispiace».
«…».
«Se vuoi prendere un caffè vai pure, ci sono le macchinette giù».
«No, grazie».
«Io non scappo, promesso».
«Non lo voglio. Grazie».
Il tempo scorre, attaccato alla parete. Incarnato in un oggetto d’arredamento shabby chic bianco decapato. Così innocuo, così piccolo. L’ha portato lei da casa. Era in cucina, sopra il frigorifero.
«E se invece uno di questi giorni tu vieni e io non ci sono?», dice lei.
«E dove vai?»
«Me ne vado, me ne vado via».
Lui sorride, guarda fuori.
«Con tutte quelle cose attaccate, dove vai. Che sembri… che ne so, qualcosa di strano».
«Qualcosa di strano», ripete lei. Tocca il tubo che le esce dalla narice e sorride, con i denti bianchi.
«E poi Marcello come fa senza di te?», dice lui, indicando un vecchio che dorme con la bocca aperta nel letto di fronte al suo.
Lei ride, come rideva prima.
«Scemo», gli dice.
Rumore di passi. Battiti del cuore appesi ai fili delle macchine che ne calibrano il peso. Battiti ottimizzati, corretti in un suono udibile, in sequenze calcolabili.
«Io adesso me ne vado. E non torno», dice lui.
Lei volta la testa piano, per guardarlo.
«Mi devi raccontare una storia prima. Io non ci muoio, qui, senza una storia».
«Va bene. Ci sono due bambini. Un bambino e una bambina. Hanno deciso che da grandi si sposeranno e staranno insieme per sempre. Lei tutte le domeniche prepara le lasagne per lui».
«Le lasagne», dice lei chiudendo gli occhi.
«Sì, le lasagne più buone che lui abbia mai mangiato. E lui la porta al mare, a camminare sulla spiaggia mentre piove, e le dice il nome delle conchiglie».
«Chi sono i due bambini?»
«Sono due bambini».
«Che cucinano le lasagne e vanno insieme al mare».
«Sì, sono… bambini intelligenti».
«E si chiamano Margherita e Rossano?», gli chiede.
«Se ti rende felice sì, si chiamano Margherita e Rossano. Allora… Margherita e Rossano non sono bambini come gli altri».
«No. E come sono?».
«Sono speciali».
«Speciali?», dice lei sorridendo.
«Nel senso che sono più maturi rispetto agli altri bambini. E più intelligenti. Allora… Rossano poi deve andare in guerra. Non te l’avevo detto, ma siamo negli anni della guerra. Rossano, che ormai è un ragazzo, ci deve andare».
«Sai che fai proprio schifo a raccontare storie?».
«Infatti non te la volevo raccontare, sei tu che insisti sempre».
«Com’è la guerra, Rossano?».
«Visto che ti piace? La guerra, per lui che è un ragazzo intelligente…».
«No, intendo per davvero. Com’è la guerra?».
«Non lo so. Uno schifo, credo».
«…».
«Penso proprio che sia uno schifo. Perché me lo chiedi?».
«Non lo so. Pensavo… magari morire è una cosa simile alla guerra. A stare in una guerra».
I letti bianchi come fortificazioni dietro cui difendersi, unica salvezza dalla moltitudine di proiettili che piovono sulle vite di tutti e tutti vivono a riparo.
Poi respirare, profondamente, e alzarsi. Le urla degli altri, i muri che scoppiano in mille schegge di cemento. Alzarsi senza più nessuna paura, senza l’urgenza di difendersi; alzarsi e sentirsi pronti; alzarsi e guardare la pallottola che arriva, lei fra le tante, perché proprio lei? E amarla, perché no, anche innamorarsene, innamorarsi della fine – sarebbe dolce – allargare le braccia e finalmente crollare, finalmente crocifissi, finalmente smettere di resistere, smetterla di nascondersi, mai più nascondersi, mai più scappare. Mai più.

«Io non credo che morire sia come la guerra, Margherita. Penso a una cosa più…»
«…».
«Più come andare in bagno quando la trattieni da un po’».
Si guardano per alcuni secondi, poi lei scoppia a ridere. «Scemo», gli dice, e torna il silenzio. Il silenzio che c’è sempre stato, rintanato sotto le parole.
«Io devo andare, Margherita. Ora vado. Mi alzo, esco dalla stanza, esco dall’ospedale e non ci vediamo più».
«…».
«…».
«Non hai finito la storia».
«La storia finisce con loro due che vanno a vivere insieme e niente riesce più a dividerli. E non hanno paura che la navicella della felicità si schianti, perché lei ripara i motori e lui le racconta com’è la terra vista da lassù. Non hanno paura e allora vivono, leggeri».
«La navicella della felicità?».
«Sì».
«E cos’è, signor ingegnere aeronautico, una navicella della felicità?».
Lui ci pensa per un po’. «È un veicolo in grado di viaggiare nello spazio della felicità. Una specie di stazione spaziale».
«Capisco», dice lei con aria seria. «Quindi, se per caso ci imbarcassimo su questo veicolo spaziale, saremmo per sempre felici?».
«Una cosa del genere».
«Non le sai proprio raccontare le storie».
«Me l‘hai già detto».
«Rossano?».
«Sì».
«Cosa ti ha detto quell’uomo di colore? Quello a cui hai chiesto se fosse Chinua Achebe?».
«Mi ha detto: siamo quello che gli altri dicono che siamo».
«E cioè?».
«Che se volevo, lui poteva essere Chinua Achebe».
«…».
«…».
«Avevi ragione, era una bella storia».
«Sì. È stata una risposta strana. Mi aspettavo un no, in fondo lo sapevo che non poteva essere lui».
«Rossano».
«Sì».
«Mi dispiace».
«Per cosa?»
«Per essere qui, e farci stare anche te».
«Non è colpa tua».
«…».
«…».
«Ciao Rossano».
«Ciao Margherita».
Il buio, fuori, gli pesa sulle spalle. Si sente sporco. I vestiti, le mani, la faccia e dentro, anche dentro, da qualche parte tra petto e stomaco.
Si chiede se ci sia un luogo più umano dove riporre i fiori appassiti, che non un sacco nero dell’immondizia. Una fine generosa, una fine grande, per una vita che in fondo è così piccola.
Mani nella tasca del cappotto. Pavimento di mattoni rosso carminio. Mettere i piedi all’interno dei margini dei rettangoli, non distrarsi, non sbagliare – le nostre piccole battaglie.

 


 

Pietro Santini è nato il 3 ottobre del 1994 a Borgo San Lorenzo, un paese nella provincia di Firenze. Suona e scrive canzoni dall’età di quattordici anni. Scrive e ho una passione sfrenata per la lettura. Si è diplomato in una scuola professionale, ha tentato varie esperienze di studio, ha lavorato due anni come meccanico, ha fatto il Cammino di Santiago e attraversato l’Italia in autostop. Poi si è trasferito a Torino ed è approdato alla Scuola Holden.  Inoltre, recensisce  libri sul suo sito Libri Selvaggi.


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