Come non ammazzarsi: un’indagine poco seria/ Good vibez only

Cercheremo insieme di capire come riuscire a sopravvivere a questa folle folle vita, piena di compromessi e cattive decisioni, di brevissimi acuti e striduli assoli. 
Così bella che ogni tanto ti ritrovi a chiederti se ne valga davvero la pena. 
Bisogna avere una certa attitudine per vivere meglio?
Come si fa a cambiare il proprio comportamento?
 Queste e altre domande senza risposta saranno esaminate in questa serie di pezzi, che -vi giuro- non ho la minima idea di dove vogliano andare a parare.

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Illustrazione dell’autore

  1. Good vibez only

La salute mentale. Un argomento oggi ampiamente affrontato. Affrontato da idioti, spesso, ma affrontato. 
La depressione rappresenta l’ultima frontiera del voyeurismo dei media mondiali, l’ultima malattia da mettere al centro della narrazione, prima che venga sostituita da qualcosa di più grave e spaventoso (qualcosa di cui si vedano gli effetti, magari, grazie).

Suicidi più o meno celebri hanno dato poi la possibilità di fare nuove analisi su una patologia vecchia, e quindi i vari era uno che sorrideva sempre, non l’avrei mai detto, i commenti sull’uso di droghe, le dissertazioni sulle responsabilità della società odierna. 
La distorsione mediatica ha reso il tema dei malesseri mentali un filler come un altro, l’ennesima fonte di riferimenti culturali, la base di nuovi ed entusiasmanti meme.
 Una corrente estetica. 
Una corrente estetica coi suoi canoni e i suoi fetish.
E così l’ossessione di una generazione per gli psicofarmaci, alimentata dai media pop che li trattano come la nuova droga cool, niente di più, niente di meno.
Ora, i disturbi mentali non sono una moda. Ma vengono trattati, da chi non ne soffre, come se lo fossero.
È ovvio che la consapevolezza sull’argomento sia per fortuna estremamente maggiore anche solo rispetto a venti, trent’anni fa. Ansia, depressione, disturbi alimentari, vengono finalmente trattati come malattie. Non debolezza, non pigrizia.

Una parola, un concetto, a questo punto è diventato centrale, protagonista di ogni post, di ogni messaggio di conforto.
 Positività.
Essere Positivi, l’invito a mantenere un buon atteggiamento nei confronti del domani, e dell’oggi, e di sé stessi, e degli altri. Be Positive, Positivity about quello che vuoi.
 E tutto questo è bello!
 Ma.

Parlo un attimo di me (sigh).
 Qualche giorno fa, mentre passavo una delle mie ore giornaliere a guardare uno dei rami dell’albero davanti la finestra, ho cominciato a scorrere pigramente le storie di Instagram delle persone che seguo.
 È un periodo di merda, ci tengo a sottolinearlo. 
Insomma, mi sono imbattuto in uno di quei post motivazionali che diceva qualcosa tipo “Dovete liberarvi delle persone che non vi trasmettono Positività, tenete lontano il loro essere negativi, solo energie positive, emoji del pugno, emoji del sole, emoji del cuore”.
Ecco, io l’ho presa un po’ sul personale.
Anche perché non era la prima volta che incappavo in uno di questi messaggi di incoraggiamento rivolti non si sa bene a chi, declinati in molteplici forme, e che hanno l’effetto straordinario di farmi sentire in colpa perché sono depresso.
Molti di questi post, bisogna dire, vengono spesso scritti e condivisi da qualcuno che a sua volta è riuscito a evadere da un periodo orrendo, e che magari cerca genuinamente di dare consigli a chi è ancora alla ricerca di un modo semplice per uscirne. E questa è per me la dimostrazione che l’essere umano sia fisiologicamente stronzo, senza sconti.
Ci sei riuscito. Dopo aver sofferto, hai saltato e sei dall’altro lato di questo abisso; ora ci guardi, ridi, ti giri e urli a tutti che non vale la pena di salvarci, che è meglio lasciarci lì. Come appestati.
Voglio dire che forse, la Positività è un po’ sopravvalutata. Che riflettere su noi stessi senza assolverci a priori forse ci renderebbe semplicemente più umani.
 Che spronare persone che hanno perso la voglia e la capacità di vivere tranquillamente il loro quotidiano ad avere un atteggiamento Positivo, con l’aria di chi la sa lunga e conosce il segreto della gioia terrena, può avere l’effetto contrario a quello sperato, perché ci si rivolge a persone che, spesso, hanno smarrito ogni riferimento di positività.

Ovviamente sono invidioso. Sono invidioso di chi riesce ad avere un’ attitudine positiva nei confronti del prossimo, del futuro, di chi riesce a giustificarsi, a perdonarsi ciecamente sull’altare della Positive attitude, dell’apprezzamento di sé stessi senza se e senza ma. Sono invidioso perché io non riesco a farlo, e il mio passatempo preferito è rinfacciarmi limiti, difetti e pessime decisioni.
Va da sé che ognuno trova (si spera) un personale metodo di evasione, un qualche tipo di collegamento, di ponte da attraversare per tornare alla propria normalità.
 Solo, circoscrivere tutto a sé, alla Positivà, al good vibez only, diventa quantomeno irritante per chi su ‘ste cazzo di good vibez non riesce davvero a sintonizzarsi.

 


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