L’ultima notte del Capitano

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia.

 

Schierati sul ponte, tutti seri e scuri come corvi, non c’era bisogno che parlassero perché il Capitano ne capisse le intenzioni.
– Mi sa che qui è in corso un ammutinamento, pensò.
E poi glielo disse, cercando di dare alla propria voce la stessa compostezza che aveva avuto, nella sua mente, il pensiero.
«Mi sa che qui è in corso un ammutinamento», proferì. Le parole scricchiolarono come le assi della nave.
Senza perdersi d’animo, il Capitano passò in rassegna l’equipaggio con lo sguardo. Lo rincuorò appena il fatto che molti degli ammutinati, a disagio e colpevoli, abbassassero gli occhi nell’incontrare i suoi. Ma altrettanti, se non più, mantennero alto lo sguardo, e mancò poco che fosse il Capitano, di fronte all’odio che leggeva sui loro volti, a guardare a terra, pieno di vergogna. Al centro del gruppo, con le braccia incrociate e la testa piegata un po’ di lato, quasi a dimostrare noia per la situazione, c’era il secondo in comando. Avanzò di qualche passo, si mise di fronte al Capitano. Si grattò la nuca –  sembrava imbarazzato – e offrì spiegazioni come se ne offrono a un idiota.
«Ma no, Capitano. Qui mica ci si ammutina. È un bel casino ammutinarsi: si corrono dei bei rischi; se La si tiene prigioniero si sprecano tempo e cibo, e Lei di problemi ce ne ha già causati abbastanza. Qui s’è deciso di ammazzarla, Capitano».
Il Capitano rimase sorpreso. Non se l’aspettava proprio. Cercò di trovare le parole giuste, una controbattuta spiritosa, arguta, sfrontata. Si appoggiò al corrimano del ponte, e disse: «Ah». Poi si esaminò le scarpe, con gli occhi spalancati in un’espressione di sorpresa innocente e avvilita. «Ah», ripeté. Il Secondo si mise a propria volta a fissarsi le scarpe, torcendo i piedi sul tacco. Poi si schiarì la gola.
«Però», riprese, «non vorrei che pensasse che la nostra decisione nasca da ragioni puramente pratiche e tanto terra terra, Capitano. Perché non è così».
«Ah, meno male».
«Già. Insomma, Capitano, questa nostra presa di posizione, che potrà sembrarle un po’ drastica, me ne rendo conto, deriva dal fatto che – non se la prenda – negli ultimi tempi Lei si è comportato da grandissimo stronzo».
E il Capitano non se la prese. C’era poco da prendersela. Non poté far altro che inclinare appena il capo, una piccola smorfia agli angoli della bocca, che stava a dire: – In effetti.
Così chiuse gli occhi, e si preparò alla punizione che lo attendeva. I marinai amavano la legge del contrappasso, lo sapeva, e questo lo spinse a ricordare ciò che più di un malcapitato aveva subito per suo ordine, e che ora sarebbe toccato a lui. Un giro di chiglia – un grande classico – oppure l’altrettanto classico tuffo dal trampolino, con l’equipaggio che lo incitava con foga e lo schiaffo delle onde, finché il peso dell’acqua e il peso del cuore alla vista della nave che si allontanava, o i più misericordiosi squali, avrebbero posto fine alla sua prestazione. Forse lo avrebbero lasciato morire di fame, rinchiuso in una delle celle accanto alla dispensa con il cibo, ad annusare alici e uova e arance senza poterle raggiungere – che fantasia aveva avuto il Capitano, quanto si era divertito, quanta cultura dimostrata nell’ideazione di questa pena tantalica! Ed è pur vero, ragazzi miei, che mi sono lasciato un po’ prendere la mano, ma non sapete quanto sia difficile gestire una nave, con un gran carico d’oro e un carico più grande di bastardi pronti a pugnalarti per averlo, pronti a impedirti di rivedere la tua famiglia per avere in mano un paio di monete, se solo gli va. Voi cos’avreste fatto al posto mio? È pur vero che forse c’ho preso un po’ troppo gusto, ma non avevo scelta e, santiddio, fa’ che sia solo una pallottola in fronte, qui e ora, non mi merito una morte rapida ai vostri occhi ma la merito agli occhi di Dio, fai che…
«Capitano». La voce del Secondo, meno dolce del colpo di pistola per cui il Capitano pregava, lo portò ad aprire gli occhi. Vide che il Secondo sorrideva bonariamente, e con lui il resto dell’equipaggio. Si permise addirittura di credere che si fosse trattato di uno scherzo. «Capitano», ripeté il Secondo, «ma mica La si ammazza ora! Ché noi si è brava gente, tutto sommato, e tutto sommato un brav’uomo lo è stato anche Lei, prima che il demonio Le prendesse il cervello. E insomma, abbiamo deciso che non La si vuole far soffrire. Quindi, senta un po’ che cosa Le combiniamo: La ammazziamo nel sonno, Capitano». E poi lo guardò, il Secondo, con un sorriso speranzoso che era quasi una richiesta di approvazione. E il Capitano, perso fra pensieri così numerosi e così confusi che gli venne un capogiro, riuscì a sorridere a propria volta, e a mormorare: «Lo apprezzo molto». E gli ammutinati si guardarono l’un l’altro, tutti contenti, si tolsero il cappello e salutarono il Capitano, prima di riprendere le rispettive mansioni.
«Allora, buona giornata, Capitano», si congedò il Secondo, e si allontanò.

Rimasto solo sul ponte, al Capitano restavano molte domande. Aveva provato un improvviso slancio di gratitudine nei confronti del suo equipaggio, nei confronti della dolce morte che gli veniva offerta in alternativa a tutte le pene che si era immaginato. Ma lo slancio era presto sparito, ed erano rimasti i dubbi: l’avrebbero ammazzato non appena avesse chiuso gli occhi per un semplice sonnellino, oppure avrebbero aspettato la notte? E come avrebbero eseguito il compito? Perché essere freddati da un colpo di pistola nel sonno va anche bene, ma esser presi mentre si dorme e buttati – ad esempio – in mare, quello va un po’ meno bene, ché poi ci si sveglia, e non è un gran bel risveglio. E, soprattutto, come ci si poteva aspettare che un uomo che sa di essere condannato riuscisse a prender sonno?
Il Capitano si recò dal Secondo, e gli espose i suoi dubbi – tutti tranne l’ultimo – e l’ammutinato si rivelò ben felice di offrire delucidazioni.
«La si ammazzerà di notte, Capitano. Nella sua cabina, ché ci piacerebbe che il Suo ultimo sonno fosse un sonno come si deve, non un riposino sullo sgabello di prua. E poi la notte va bene per morirci».
«E come farete a sapere», improvvisò il Capitano, che stava quasi prendendo coraggio, «se starò davvero dormendo? Come capirete che non starò fingendo, con una pistola sotto il cuscino, pronto a vendere cara la pelle, rifiutando scappatoie relativamente facili in cambio di una fine gloriosa?». Nella sua testa, quelle parole uscivano potenti come le onde del mare; ma quando effettivamente le udì con le proprie orecchie, parevano il verso di un gabbiano. Forse fu quella la ragione per cui il Secondo non si sentì neppure in dovere di rispondere, limitandosi a sorridere.
Il Capitano tossì educatamente nel pugno chiuso. «E», aggiunse timidamente, «quanto alle dinamiche… insomma, al lato tecnico del…».
«Ma quella è una sorpresa, Capitano!», rise il Secondo. Fece per allontanarsi, poi si fermò.
«E per quel discorso… sa, come capiremo se Lei starà dormendo eccetera. Non dubiti, lo sapremo». Detto questo se ne andò, lasciando il Capitano con più domande di quante ne aveva prima, e con risposte che non erano più rassicuranti del dubbio.

La giornata trascorse in modo bizzarro. Il Capitano sapeva che la fine era prossima, ma non riusciva a percepire quella prospettiva come totalmente reale. Decise di raccogliere il coraggio e, invece di isolarsi nella sua cabina, o di tentare una fuga destinata all’insuccesso, o di nascondersi in un angolo e strapparsi i capelli, diede un’occhiata a quello che facevano gli uomini. Questi, dal canto loro, lo trattavano come se fosse ancora in carica: richiedevano ordini, aspettavano direttive; quando lui ne diede, con cautela, tanto per provare, essi eseguirono. Il Capitano non ci capiva più niente. Arrivò a chiedersi cosa sarebbe successo se il suo comando si fosse dimostrato impeccabile: se avesse superato un test che nessuno aveva preparato, se fosse stato un capitano talmente valido da far cambiare idea agli ammutinati. Ci perdoni, Capitano! Cosa ci è saltato in mente a volerla far fuori? Dove lo troviamo un altro come Lei? È corso un po’ di cattivo sangue tra di noi, è vero, ma potremmo sistemare le cose, se Lei volesse aver la bontà di chiudere un occhio… E lui, il Grande Capitano, si sarebbe dimostrato generoso. Avrebbe offerto parole di perdono, perfino di autocritica ma senza dimostrare debolezza, solo la grandezza del perdono e dell’autocritica disinteressati e sinceri, e tutto sarebbe tornato come prima, meglio di prima, non avrebbe più avuto bisogno di ricorrere a misure estreme per farsi rispettare, nessuno, né loro, né lui, avrebbe più avuto paura. O magari, visto che sembravano tutti ubbidirgli, avrebbe potuto ordinar loro di non ucciderlo, punto.
Si rese conto che queste idee erano caricature d’idee, e allo stesso modo tutta la situazione era una caricatura, una farsa. Un marinaio gli chiese se volesse un bicchiere di vino, e il Capitano pensò di dire al marinaio che poteva metterselo nel culo, quel vino rancido come le reali, subdole intenzioni dell’uomo.
«Con grande piacere». E dietro quel rispetto e quelle premure – le premure che si riservano ai moribondi – il Capitano iniziava a scorgere ghigni di scherno e udire risate soffocate.
Ammazzarlo nel sonno sarebbe stato un atto di pietà finché non dichiarato. Nel momento in cui l’avevano reso noto, gli ammutinati avevano condannato il Capitano a una tortura ben congegnata. Sapevano che ogni sua ora di veglia sarebbe trascorsa in un’angoscia tremenda – e tutte le sue ore sarebbero state di veglia. Perché non c’era verso che potesse addormentarsi, sapendo ciò che ne sarebbe conseguito. Sarebbe impazzito, forse, sarebbe crollato alla fine, chissà dopo quanto; si sarebbe larvizzato. E solo allora l’avrebbero ammazzato. Per mantenere la parola data l’avrebbero trascinato nella sua cabina, per portare a termine la commedia, l’avrebbero deposto nel suo letto, l’avrebbero svestito, gli avrebbero rimboccato le coperte, poi gli avrebbero sparato. O accoltellato, uno alla volta, una coltellata ciascuno, perché finora aveva parlato solo il Secondo, ma ai fatti ognuno avrebbe voluto dire la propria.
Così, al calar del sole, arrivò la prima ultima notte del Capitano.
Quando si diresse alla sua cabina la nave era deserta e buia e c’era solo silenzio, e bastava il rumore di un’asse che scricchiolava, o una bottiglia dimenticata che rotolava e cozzava contro il legno con un suono di lama sguainata, a farlo trasalire. Si strinse il bavero della giacca e pregò che nessuno lo osservasse, ora che stava tremando.
Una volta nella cabina stette a lungo fermo sulla porta, chiedendosi se fosse una buona idea chiuderla a chiave. Decise che era inutile; decise che tanto farlo, quanto non farlo, era sinonimo di resa. Decise che era inutile e lo fece comunque, e il rumore della chiave nella toppa parve echeggiare per tutta la nave. Si coricò e, ovviamente, non gli riuscì di dormire. La sua prima ultima alba lo trovò già sveglio e ancora vivo.

Il secondo giorno trascorse nello stesso stato di irrealtà del precedente. Il Capitano si sentiva intorpidito, e si disse che non si trattava di paura, ma solo di mancanza di sonno. Le risate sommesse che si levavano appena dava le spalle agli uomini gli fecero pensare che, magari, ci fosse un giro di scommesse legato alla sua imminente dipartita: quanto tempo ci avrebbe messo, dove sarebbe crollato per la sua ultima dormita, quale sarebbe stato il suo ultimo pasto, ai marinai la fantasia non mancava. Si chiese se non fosse il caso di partecipare in persona alle scommesse.
Durante la sua seconda ultima notte, il Capitano rimase sdraiato supino, pensieroso. Anche quella notte non avrebbe dormito e quella consapevolezza lo fece sentire stranamente al sicuro. Se i marinai avessero mantenuto la parola data, si intendeva. Si rese conto che le palpebre gli erano diventate un po’ più pesanti: sentirsi al sicuro lo aveva rilassato, roba da non credere! Si costrinse a immaginare gli uomini, neri come la notte, in attesa dietro la porta, in attesa di un mutamento nel suo respiro, in attesa di un accenno di russare… Le palpebre gli si spalancarono di scatto, il cuore prese a martellargli così forte in petto che ne sarebbe bastato il rumore a tenerlo sveglio.
Al mattino, il Capitano non poté negare a se stesso di essere molto più stanco rispetto al giorno prima. La luce del sole che si rifletteva sul mare e bucherellava le palpebre, la nave cullata dall’acqua e che a propria volta cullava lui, il soporifero e onnipresente odore d’alcol, tutto lo spingeva a chiudere gli occhi. E decise di farlo. Più avanti, quella stessa notte, avrebbe stabilito che forse quello era stato il gesto più coraggioso – o forse solamente sconsiderato – che avesse mai fatto. Si sedette sullo sgabello di prua, si mise comodo; chiamò il Secondo e gli disse che affidava la nave e l’equipaggio alle sue cure per un paio d’ore; e, prima di togliersi la soddisfazione di vedere l’espressione – sbigottita, immagino, si gongolava – sul volto dell’altro, calò la tesa del cappello sugli occhi, e li chiuse.

Quando si svegliò, il sole volgeva al mezzogiorno. Aveva dormito quasi quattro ore, e si era svegliato vivo. Il che non era poco. Passeggiando per la nave, cercò di prestare attenzione all’equipaggio: cosa provavano nei confronti del Capitano che li aveva sfidati apertamente e, approfittando delle regole che essi stessi avevano creato, li aveva beffati? I sorrisi erano i soliti, gli occhi gli stessi, socchiusi nella perenne espressione di chi riceve costantemente in faccia sole e acqua salata. Ma era forse il Capitano che si immaginava un nuovo rancore dietro quelle palpebre ringhianti? Ed era forse l’immaginazione del Capitano a scorgere, dietro quel rancore, un barlume di rispetto? Il Capitano li aveva sfidati, e loro non se l’aspettavano. Dubitava che questo avrebbe cambiato la sua sorte. Ma almeno si sarebbe preso quella piccola soddisfazione, prima di crollare. Adesso, ovunque andasse, udiva pugnali che vibravano nel fodero, in attesa di uscire – oppure erano solo denti digrignati, e non faceva poi questa gran differenza. Ma sentiva che la sua pelle era impermeabile a lame e odio. Passeggiava quasi svagato, con un sorriso naturale sulle labbra. Il suo tono era flemmatico, sembrava che il Capitano modellasse apposta la voce per suonare insopportabile. Dopo qualche ora, dopo aver pranzato con gli uomini, chiusi in un insolito silenzio che contrastava con la nuova parlantina del Capitano, questi si alzò, ringraziò per il pasto, e affermò a gran voce di aver bisogno di schiacciare un pisolino. Si sedette sul solito sgabello e calcò il cappello sugli occhi; ma rimase sveglio. Sotto la tesa del cappello, si muovevano delle ombre, dei passi strascicavano. Il Capitano si sforzò di non muoversi. Passata una mezz’ora, si stiracchiò vistosamente, e si levò il cappello dagli occhi. Appena si mosse, le ombre si dissiparono e i rumori cessarono. Ai suoi piedi era piantato un coltello. Non tirare troppo la corda, Capitano.

La terza ultima notte del Capitano lo trovò invariabilmente sveglio. Provò, per un’ora o poco più, a udire o immaginare rumori oltre la porta della cabina; poi se ne stufò, e rimase a pensare. Con la veglia che manteneva la sua mente lucida e la notte che gliela offuscava riempiendola di spettri, rifletté. Si chiese quanto sarebbe potuta durare la sua battaglia e fu, in fondo, felice di aver trasformato in una battaglia quella che era nata come un’esecuzione. Sapeva che avrebbe ceduto, alla fine, e di fronte alla fine lo spirito combattivo e l’orgoglio che aveva recentemente scoperto scomparivano. Eppure, se davvero la fine era inevitabile – e lo era – la battaglia era tutto ciò che gli restava.
L’alba successiva illuminò un Capitano straordinariamente serio. Non ostentava più la sfacciataggine del giorno precedente; ma non dimostrava neppure la paura che, secondo l’equipaggio, avrebbe dovuto provare. Così si muoveva per la nave, serio e pesante. Poi di notte si coricava, e questo gli provocava uno strano sollievo: ancora non riusciva a dormire, nonostante tutta la stanchezza, e questo lo logorava, e non gli bastava dormire male a intervalli irregolari durante il giorno, ma perlomeno non doveva fingere di esser forte, e muoversi, e lottare. E una notte capì che se non dormiva non era perché morire gli facesse ancora paura: semplicemente non poteva. Non perché volesse vivere, ma perché non voleva morire così facilmente. Vennero altre ultime notti, e al Capitano parvero innumerevoli ed eterne.

Accadde che quel Capitano, che arrancava con la schiena dritta e impartiva ordini con la voce insondabile di un oracolo, divenne uno spettacolo insostenibile per l’equipaggio. Mai avrebbero pensato di esser mossi a pietà; men che meno di provare per l’odiato Capitano un sentimento che andava oltre la pietà e somigliava al rispetto. E un giorno gli si avvicinarono, il Secondo in prima fila a parlare per tutti.
«Capitano, così mica si può andare avanti. È ridotto che fa pena a vederla. Eppure, eppure…» e si vedeva che gli costava dire ciò che stava per dire, «Eppure è stato più Capitano negli ultimi giorni, e nelle ultime notti, di quanto non lo sia mai stato». A queste parole l’equipaggio mormorò il proprio assenso. «E allora si pensava quasi, insomma, di cambiare il nostro programma». Il Secondo abbassò lo sguardo, il Capitano alzò un sopracciglio. «Insomma, Capitano, se Le va bene, La si ammazza anche da sveglio».
Ci fu silenzio; l’equipaggio in attesa, il Capitano che non si muoveva.
«Capitano», insistette il Secondo, «so che non è da signori come Lei venir meno agli accordi… magari troviamo un compromesso». Il Capitano ebbe un sussulto. «Chessò, magari Lei si corica, fa finta di dormire, e noi…».
Il Capitano ebbe un secondo sussulto, e poi un terzo, e si pensò che avesse il singhiozzo, poi che stesse piangendo. Solo quando la voce gli esplose fuori dal petto, fu chiaro che stava ridendo.
«Ma Capitano», fece il Secondo, più perplesso che risentito, «qui si parla seriamente…».
Al Capitano ci volle qualche secondo per calmarsi. Sapeva che per l’equipaggio quello scoppio d’ilarità poteva rappresentare un crollo di nervi; oppure che con quella risata il Capitano si stesse prendendo gioco della loro resa – e come chiamarla altrimenti? Il Capitano rideva, in realtà, per un’ironia che in quella situazione coglieva solo lui; perché per un attimo aveva creduto che l’equipaggio fosse venuto lì a graziargli la vita. E invece erano venuti a graziargli la morte. Si schiarì la gola, e disse soltanto: «Eh, no. Adesso aspettate». E se ne andò, sentendo sulla schiena gli occhi dell’equipaggio, non più lame sguainate, ma pistole scariche.

Quella notte, seppe che sarebbe stata l’ultima. Avrebbe voluto farli aspettare più a lungo, ma più a lungo non poteva aspettare lui. Non si prese la briga di chiudere a chiave la porta della cabina. Spense la lampada, e chiuse gli occhi. Il petto gli si accese di uno strano calore, il respiro divenne piatto e regolare come il mare calmo. E mentre la sua mente iniziava a fuggire, gli parve di sentirlo, il mare. Sognò nel dormiveglia di avere la pelle e i vestiti bagnati, e la sua barba e le lenzuola del letto fluttuavano come alghe, mentre il letto affondava. Sognò il rumore di squali che nuotavano, che era lo stesso rumore del vino che scende in un calice. Sognò coltelli sguainati, e forse era solo un sogno. Sognò, per ultimo, lo sparo di una pistola, ma forse era solo una porta che si chiudeva sbattendo.

 


 

Nicola De Zorzi (Naco [secondo cognome utilizzato solo in casi di estrema necessità, come bonifici per l’affitto e rompicapi universitari]) nasce a Pieve di Cadore il 30 gennaio 1991. Attualmente vive e cerca di lavorare a Venezia. Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti e Verde. Utilizza la terza persona nella propria biografia per darsi delle arie.


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