La kopejka

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M osca. No, non Mosca ma Vladimir, a circa 200 km di distanza.  Più precisamente: orfanotrofio di Valyuta, sulle sponde del fiume Kljaz’ma. Ancora più precisamente: dormitorio dell’ala est del suddetto orfanotrofio, piano inferiore dell’ultimo letto a castello, in fondo alla sala, proprio accanto alla mattonella traballante nel pavimento. Un manipolo di cinque ragazzini tiene un’assemblea segreta d’emergenza alla luce di una torcia sotto le lenzuola malconce.
«Sergej, abbassa la luce della torcia».
«Non si può abbassare, idiota».
«Shhh! Se ci beccano è la fine».
Nel buio della sala risplende un tendone improvvisato. Sergej è il primo a prendere la parola: «Karina è sparita».
«Non è possibile, hanno già portato via una femmina la settimana scorsa», dico scuotendo la testa ripetutamente. «È troppo presto», e inizio a mordermi le pellicine attorno alle unghie.
«Dico sul serio, Dimitriy!», mi guarda serio e continua. «La moneta l’ha scelta, me l’ha detto Aalina. Era a mensa tutta sola, allora le ho chiesto: oggi non giochi a gorodkicon Karina?».
«E…lei?», chiede Bogdan.
«E lei ha risposto che la moneta l’ha scelta, proprio così».
Nel fortino cala un silenzio più terribile di quella volta che il nuovo arrivato aveva risposto male alla signora della mensa. Andron, che non ha mosso un muscolo per l’intero racconto, dice solo: «Dobbiamo fare qualcosa».
Fyodor, che lo segue sempre in tutto e per tutto come un cagnolino, annuisce solennemente, gli altri si limitano a un leggero cenno del capo, fatta eccezione per Bogdan che distoglie lo sguardo. Gli uomini arrivano, lanciano in aria la moneta; la moneta sceglie, e loro portano via un bambino. Accade sempre così.
È il giorno dopo che, giocando a gorodki nel cortile in perenne stato d’abbandono, quasi che le nostre preghiere siano state esaudite, la troviamo: una kopejka, sporca di terra, seminascosta tra le pietre.
Ho paura persino a guardarla e rimango a distanza di sicurezza, dietro le spalle di Sergej.
«E se fosse la moneta?», biascico, tormentandomi le dita.

«Certo che è una moneta, idiota», risponde Sergej.
«No, voglio dire…quella moneta…la moneta che decide!».
Gli altri strabuzzano gli occhi troppo grandi per i visi smunti; facendosi avanti, Andron la prende in mano e, stringendola nel pugno, chiede «Che ne facciamo?».
Bogdan alza le spalle e sprofonda i palmi delle mani nelle tasche dei pantaloni stropicciati. Fyodor, intento a perlustrare il luogo del ritrovamento, intercetta lo sguardo di Sergej e vi coglie il bagliore fulmineo di chi ha appena avuto una grande idea.
«Non possono scegliere se non lanciano la moneta. Conosco un posto dove non la troverà nessuno», dice.
La notte stessa, con mano tremante, Sergej depone la kopejka sotto la mattonella traballante vicino al letto, sotto l’occhio vigile di tutti noi che lo assistiamo in religioso silenzio.
«E adesso?», domanda Bogdan.
«Suor Ivanna dice che i soldi sono lo steccodel demonio e che per salvarsi bisogna pregare», suggerisco fissando la mattonella e morsicandomi le unghie.
Sergej pare sorpreso ma Andron annuisce con fare serio e anche Fyodor lo imita.
«Allora…iniziamo», comincia Sergej. «Moneta, noi ti preghiamo di restare nascosta e non farti trovare, così i nostri amici non verranno presi da quelle persone…e rimarremo insieme».
«O andremo in una casa vera», interrompe Bogdan.
«Sì, o andremo in una casa vera, con una vera famiglia. Ti prego moneta, ti supplico: fa che i cattivi non ci portino via. Rimani nel tuo nascondiglio».
«Amen».

Due settimane dopo degli uomini vennero a prelevarci: erano tre, vestiti interamente di nero: camicia nera, pantaloni neri, scarpe nere; il terzo, però, aveva la camicia sbottonata, lasciando intravedere figure colorate sul petto tatuato. Camminavamo per i corridoi in fila indiana. Incrociammo Suor Ioanna lungo il tragitto, abbassò lo sguardo.
Ci radunarono in una stanza vuota, una di quelle dell’ala ovest, dove l’intonaco era scrostato dalle pareti e l’odore di orina impregnava l’aria. Fecero allineare i ragazzini presenti contro il muro: tutti maschi, quella volta. Non posso dimenticare i loro occhi, mentre si posavano su di noi: occhi freddi, privi di emozione. I loro passi sul pavimento producevano un rumore sordo, scandivano il tempo dell’attesa e lo dilatavano.
E noi ci stringevamo per farci forza e di nascosto scambiavamo cenni d’intesa, sicuri che quella volta sarebbe stato diverso, perché noi avevamo la moneta. E senza la moneta nessuna decisione poteva essere presa. Eravamo al sicuro, e lo credevamo davvero.
Poi i passi si fermarono, e fu l’ultima volta che riuscii a percepire silenzio.
Gli uomini parlarono tra loro, gesticolavano e indicavano ora un bambino ora un altro.
«Io dico il piccoletto moro».
«Io dico il biondo, quello al centro».
«Per quello che servono non fa differenza».
Allora il più alto cacciò una mano in tasca e, con un ghigno che gli tagliava storto il viso, ne estrasse una piccola, nuova kopejka.
Tanti occhi di colori diversi si ritrovarono incollati alla moneta che saliva su, per poi ricadere come un corpo morto nella mano dell’uomo. Tra quegli occhi c’erano i nostri. Si distinguevano per le pupille dilatate, per l’incredulità che aleggiava sul fondo, per una sorta di terrore misto a sconcerto. E mentre ancora ci chiedevamo da dove fosse venuta fuori quella moneta – perché solo una moneta speciale può decidere della sorte di un bambino, e di monete speciali non possono essercene molte- e come avessero potuto trovarla, l’uomo alto afferrò Andron per un braccio, imprigionandolo nella sua morsa.
Andron non pianse né si divincolò, troppo coraggioso o troppo impaurito, o forse entrambe le cose. Avrei voluto gridare con tutte le mie forze, fermarli, chiedere dove lo avrebbero portato. Invece restai immobile, non riuscendo a fare altro che mordermi le nocche delle mani ormai sanguinanti, terrorizzato.

Che fine ha fatto Andron non l’ho mai saputo. Sparito, come tanti altri ragazzini prima di lui.

 


Valeria De Lauretis, 24 anni, Made in Pescara.Direttamente dalla facoltà di lettere antiche. Viaggiatrice senza senso dell’orientamento, scatta tante fotografie per ricordare i posti in cui si è persa. Aspirante scrittrice e sognatrice di professione, studia meditazione dall’età di 16 anni. Vive nell’Iperuranio e ci si trova pure bene.

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