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«Allora? È finita?».

Era convinta che alla fine avrebbero scelto una casa da cui si potessero sentire balbettare le cicale d’estate. Andrea amava la campagna, lei le case con giardino. Entrambi si sarebbero trovati d’accordo sul rimandare i lavori per la piscina finché i bambini non fossero cresciuti abbastanza.
La casa era una villetta dai soffitti alti, con quattro camere da letto, una veranda e un camino in pietra. Fiori viola si arrampicavano incerti sulla facciata principale e un giardiniere dell’Est aveva fatto in modo che nelle aiuole nascessero sempre le rose.
Greta non avrebbe potuto immaginare soluzione diversa per quella vita progettata in due, vita che non poteva prescindere dalla cura maniacale per i dettagli di Andrea.
A volte, soprattutto la sera, tra lo sfilarsi i vestiti e l’infilarsi la vestaglia di seta blu, le sembrava di incarnare essa stessa l’emblema sopito di quei dettagli. Piegava gli abiti e li riponeva in pile simmetriche nella cabina armadio. Lui, una volta a letto, le avrebbe detto «Sei diventata proprio brava», e lei si sarebbe limitata a sorridere prima di spegnere la luce sopra le loro teste. La baciava ogni mattina prima di andare a lavoro. «Buona giornata», bofonchiava lei con le labbra impastate di sonno.
Greta si alzava un paio di ore più tardi, faceva una doccia veloce e andava in camera dei bambini. Le piaceva guardarli stropicciarsi gli occhietti mentre alzava le tapparelle e ancora di più strofinare il suo viso contro la loro pelle di burro. Sarebbero stati una femmina e un maschio: Alice, perché da sempre era stato il loro nome preferito, e Teo, perché piaceva a lei. Tutte le mattine aspettava che finissero latte e biscotti senza macchiarsi i vestiti, e portava la più grande a scuola. Era stata così felice quando aveva scoperto di aspettare una bambina che solo il ricordarlo, nelle sere d’estate, quando gli amici si attardavano in giardino e inevitabilmente si finiva col parlare di figli, le scaldava il cuore.
«Ciao amore, passa una buona giornata», le diceva sotto il portone, «Anche tu mamma», rispondeva lei correndo via. La seguiva con lo sguardo fino a quando non la vedeva sparire in classe, coda bionda e zaino rosa.
Con Teo, invece, trascorreva il resto della mattinata compreso il primo pomeriggio, ed era il momento che preferiva della giornata: mangiavano merendine senza preoccuparsi delle briciole, mettevano i Nirvana a tutto volume ballando fino a rotolare sui tappeti persiani, facevano salire Ernest, il Labrador grasso, sul letto e tutti e tre finalmente si sdraiavano, stremati ma felici, per guardare un dvd. Il tempo di pranzare e arrivava Tita a pulire la casa. L’aveva scelta Andrea alla fine di un colloquio serratissimo in salotto. Tita era riuscita senza troppe difficoltà a sbaragliare la concorrenza di fanatiche del pulito. Si muoveva svelta nonostante la stazza e ogni giorno salutava alla sua maniera: «Cosa dobbiamo nascondere oggi a Dottor Andrea? Avete asciugato zampe del cane grasso con suo asciugamano?», urlava per il salone ridendo sotto i baffi neri e morbidi. A Greta piaceva, profumava di casa pulita con un leggero retrogusto di candeggina e sapeva mantenere i segreti. Andrea tornava a casa dopo aver preso Alice a scuola/danza/equitazione/karatè, a seconda della tabella di marcia. Alle lezioni di pianoforte no, quelle erano sempre il sabato mattina alle nove. Greta, quando non facevano tardi, preparava una merenda bilanciata per entrambi e li baciava sulla guancia prima di vederli uscire, mano nella mano. La cena la preparava Tita, dopodiché li salutava fino al pranzo successivo.
Non andavano a letto tardi, perché per i bambini avere un ritmo regolare era importante. Gli rimboccavano le coperte per ricordare a loro stessi di essere bravi genitori, poi tornavano in camera. Parlavano, si spogliavano, guardavano un documentario su Sky, facevano l’amore se c’era tempo, si rinfilavano le mutande e si addormentavano. Così, perlopiù sempre.
Greta era il grande amore della vita di Andrea. Lo aveva sempre saputo e Andrea, dal canto suo, non aveva mai fatto nulla per nasconderlo. Colpo di fulmine per i capelli blu in mezzo a una festa di nonsochi, poi l’aveva scelta, protetta, amata senza riguardi, nemmeno per se stesso.
Lei si era trovata piacevolmente avvolta in un nastro di certezze. Quello che sembrava essere poco più di un gioco era diventato in fretta una vera e propria relazione fatta di pochi alti e molti bassi, della quale Greta, nonostante fosse tormentata dai dubbi, non riusciva ad accettare la fine. Si era affidata totalmente all’amore che Andrea non smetteva di provare e faceva in modo che bastasse anche per lei. Doveva averlo pensato il giorno del matrimonio, giovane e bella, guardando i capelli banalbiondo riflessi nello specchio. La suocera le aveva detto, nemmeno troppo gentilmente, che forse, forse, era ora di andare da un bravo parrucchiere, avrebbe pagato lei qualsiasi cifra ma basta blu, era il matrimonio di suo figlio, non il circo. «Sono solo capelli, non sarà la fine del mondo», aveva pensato Greta. «Stai benissimo», le aveva sussurrato entusiasta Andrea quando l’aveva vista uscire, morale a terra, dal parrucchiere in centro, e lei voleva solo che lui la guardasse e dicesse qualcosa come «Mi dispiace, mia madre è una stronza con una scopa nel culo, ci sposiamo in fretta e torni blu, ché così non ti riconosco».
Stai benissimo, non disse altro. Peccato.
Greta in abito di pizzo bianco aveva detto sì a quella vita davanti a Dio. Una volta era atea. Con il tempo, poi, si era esercitata a placare la bolla che a volte sentiva salirle su per lo stomaco. I vestiti ordinati cromaticamente – bolla, le frasi vagamente di destra davanti ai bambini – bolla, il possesso mascherato da gelosia – bolla, le divergenze sul crescere dei sani esseri umani – bolla, comprare l’aspirabriciole in un negozio di elettronica – bolla. Era un costante ricalibrare, tra le bolle e l’amore. Aveva scelto di diventare un certo tipo di donna non perché fosse pazza, tantomeno masochista. Lo aveva scelto infatti dopo anni di attente riflessioni, sottomettendosi alla paura di vivere senza la persona che negli anni era stata per lei padre, fratello ed estensione del proprio spazio fisico. Era un amore alquanto privo di passione, che poteva contare su affetto incondizionato, fiducia totale e sicurezza d’essere una squadra sbilenca. Credeva d’essere stata condannata a una sorta di infelicità perpetua nel momento stesso in cui lo aveva conosciuto: non poteva stare con lui, non poteva stare senza di lui. Non ne usciva. S’era rassegnata a quello che sembrava essere il male minore del suo labirinto, risultato di notti insonni passate a leccarsi le ferite su un cuscino in solitaria.
D’altronde, Greta era il grande amore della vita di Andrea. Lo avevano sempre saputo.
La prima bolla si era rotta una sera al ristorante, mentre aspettavano una pizza. Greta raccontava qualcosa agitando le mani, era leggera e le brillavano gli occhi pieni di birra, inavvertitamente però aveva fatto cadere un coltello per terra. «Non sarai mai una buona madre», soffiò lui tra i denti bianchi prima che Greta potesse riderne. «Sei una cazzo di sbadata, come pensi di essere in grado di crescere un figlio?», aveva sentenziato prima che lei potesse capirne il motivo. Le aveva chiesto scusa quella stessa notte e «Okay, non è niente», aveva chiuso lei con dolcezza, sfiorandogli appena il viso.
Qualcosa però, di nascosto, si era incrinato. Qualcosa che, pochi anni dopo, avevano abilmente colmato prima Alice e poi Teo con il loro arrivo. Sarebbe stata una brava madre nonostante tutto – di quello infatti non aveva mai dubitato. Amava i bambini; le piaceva il loro tiepido odore di latte, la risata tutta gengive, le prime parole come cantilene infinite. E amava ancora di più i suoi di bambini, che profumavano di latte solo per lei, che ridevano come finestre aperte sul suo mondo, che ripetevano ma-ma-ma-maguardandola con i suoi stessi occhi verde opaco. Alice era cresciuta in fretta, ma Teo sarebbe rimasto un cucciolo ancora un altro po’. E sembrava se li fossero divisi alla nascita, uno la fotocopia di un genitore, uno la gracile ombra dell’altro. Ad Andrea seguiva Alice come disegnata dallo stesso deciso tratto di matita, mentre per lei c’era Teo, con le briciole appiccicate sul mento, i Nirvana su YouTube, e quella sensazione totalizzante che la vita lo avrebbe fagocitato. Questo, sopra ogni cosa, sembrava angosciarla. Era un bambino sveglio, intelligente, ma privo di qualsivoglia forma di difesa. Tutte le volte che Andrea lo rimproverava leggeva nei suoi occhi un senso di rassegnata inadeguatezza e correva a proteggerlo con le sue braccia, come se così facendo potesse salvare entrambi. Si sentiva in colpa per quei geni che gli aveva trasmesso, per quella sensibilità taciuta che condividevano.
Alice era fatta di un’altra pasta. Entrava in una stanza ed era in grado di catalizzare ogni attenzione. Alice era un cosmo. La prima della classe, in prima fila ai saggi di danza, la prima a parlare due lingue in famiglia, la prima ad alzare gli occhi al cielo quando Teo inciampava, Alice sembrava essere la prima in ogni cosa toccasse.
Una sera, in vacanza in Sardegna mentre erano tutti fuori casa aspettando che Greta ritrovasse le chiavi, che era sicurissima di aver messo in borsa, Alice aveva esordito seria che era una gran fortuna avere il corpo umano così com’era stato confezionato da Dio perché la mamma avrebbe perso anche la testa se non l’avesse avuta attaccata al collo. «Beh, Dio non esiste Alice, quindi forse dovremmo ringraziare il caso», aveva risposto seccata Greta con le chiavi tintinnanti finalmente strette in pugno. E, anche se non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, a volte Greta si ritrovava a pensare che sua figlia fosse proprio antipatica. Non sarebbe riuscita a essere per lei quello che era per il più piccolo e, se quest’ultimo la spaventava, lei la infastidiva, perché era la prova in carne e ossa del fatto che avesse sbagliato tutto. Se solo avesse avuto il coraggio di divincolarsi dalle certezze, di buttarsi nelle possibilità, forse, pensava, forse non si sarebbe trovata a voler aprire migliaia di orizzonti inesplorati per una bambina troppo rigida.
Beveva una tisana, posava il libro sul tavolo e rifletteva su questo e altri pensieri claustrofobici mentre il vicino, chitarra in spalla, usciva di casa. Erano coetanei, una settimana di differenza per essere precisi. Lo aveva scoperto un giorno come quello, seduta in veranda. La compagna, con un tono di voce che secondo Andrea andava sfiorando la maleducazione e secondo Greta sapeva di felicità, stava parlando di una torta e di alcuni amici da invitare in un localino in centro. Altre informazioni avevano fatto intendere che Federico, si chiamava così, era nato giusto quei sette giorni prima di Greta. Lei lo osservava spesso, le sembrava di riconoscere i contorni della vita a cui aveva rinunciato. A volte suonava in giardino, a volte tornava a casa ridendo con la sua fidanzata, altre volte ancora salutava Greta facendo l’occhiolino.
I vicini non erano sposati eppure avevano una bambina paffuta e graziosa che spesso rotolava sull’erba o dipingeva quadri di carta con le mani, si chiamava Maya. Secondo Andrea era un nome degno di una comune, secondo Greta era un nome perfetto per una bambina paffuta con i genitori felici. Federico se la metteva spesso sulle spalle e parlava con Greta al di là dell’aiuola. «I tuoi bambini sono degli angeli», le diceva ridendo. «Come avete fatto ad avere bambini così calmi, è un patto con il diavolo di cui non ero a conoscenza?», le chiedeva. «Solo fortuna», rispondeva lei timidamente.
Solo fortuna. Sì, certo.
Una volta aveva invitato lei e Teo nel suo giardino. «Non lo diciamo a papà», si erano detti entrambi, ed erano andati, i bambini avevano giocato insieme e Federico aveva suonato la chitarra. Le aveva raccontato cose che la sera l’avevano costretta a rifugiarsi in bagno a piangere. Aveva capito dalle sue parole quanto si potesse essere felici, quanto amasse quelle vita fatta di musica, di una compagna leale che odiava mangiare sushi e aveva una passione per le scarpe brutte, di una figlia che non li lasciava dormire e di un amore costruito sullo scegliersi ogni giorno. Lo aveva desiderato, con la carne che pulsava sotto i vestiti, con la lingua che non stava ferma e inghiottiva saliva, con le gambe che accavallava per non far vincere il piacere, come la peggiore delle mogli. Alcune sere faceva sesso con Andrea pensando a quanto sarebbe stato meglio se al suo posto ci fosse stato Federico, su lenzuola scadenti, federe non abbinate, con la barba troppo lunga che le avrebbe arrossato la pelle fino al giorno successivo. Avrebbero dormito senza mutande, uno sull’altro sudati di fluidi- e chi se ne sarebbe fregato. Una volta finito, gli occhi socchiusi prima di addormentarsi, il piumone contro il cuore lento, rivedeva le cose che aveva perso, il pacchetto completo che offriva la casa di fianco. La vita di fianco, parallela alla sua, che stava lì a mostrarle ciò che non avrebbe mai potuto toccare con mano.
Era convinta che lei e Andrea avrebbero scelto una casa da cui fosse possibile sentire balbettare le cicale d’estate e che sarebbero stati maledettamente infelici in quella gabbia dorata da quattro stanze, veranda e caminetto.Non sarebbe mai stata pronta a rinunciare a se stessa in cambio della certezza. Era meglio morire di paura che abbandonare a priori la possibilità di cercare di raggiungere la propria felicità.
Ora lo sapeva, con mille pezzi di cuore sparsi ovunque, come briciole sul mento di un bambino.

«Puoi rispondermi? È finita, sì o no?».
«Sì».
«…».
«Mi dispiace, ma non riesco proprio a immaginare un futuro insieme a te».
Sposta una ciocca di capelli blu dietro l’orecchio e scende per sempre dalla macchina.


Valentina Ferrari ha 26 anni e mezzo. Da Roma, in trasferta a Torino.
Una laurea triennale in Sociologia, una magistrale in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo. Scrive per trarre qualcosa di buono dalle sue ansie.

 


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