Giungeranno le rondini. Metamorfosi dell’acqua e del vento

Progetto senza titolo-3

 

Quand’ero bambino, mio padre mi portava sempre al lago in mezzo alla pineta. Era una pozza d’acqua poco profonda ed estesa: da qualsiasi lembo si potevano scorgere i pini che crescevano a pochi passi dalla riva opposta. La superficie del lago era perfettamente circolare e d’estate l’acqua era limpida e trasparente quanto l’aria, come se il vento, dopo aver spirato per autunno e inverno, a primavera si fosse accorto che i fiori stavano sbocciando e le rondini annunciavano le belle giornate, e avesse deciso di riposarsi adagiandosi sopra un letto circolare di sabbia argentea, e di assopirsi diventando acqua.

Io e mio padre, nelle domeniche terse, all’alba, discendevamo la collina e ci avventuravamo nella pineta; lui raccoglieva qualche ago di pino e se li metteva in tasca. Il sole divampava a intervalli brevi, facendosi strada tra le fronde ed i tronchi. Nel cuore della foresta, dove pareva logico che il verde s’infittisse sempre di più, oscurando la luce del mattino, si rimaneva spiazzati, perchéil cuore della pineta altro non era che il lago circolare. Superata l’ultima fila di alberi, infatti, ci si trovava sulla riva, e il terreno bruno lasciava lentamente il passo alla sabbia fine e candida. Io e mio padre ci sedevamo lì, su un vecchio telo, e guardavamo.

Papà, ma è proprio vero che l’acqua di questo lago è vento che dorme?

Sì, è vento che dorme.

E perché dorme proprio qui?

Perché in mezzo ai pini nessuno può disturbarlo. E poi, quando si sveglia, qui può guardare il cielo, le rondini.

Le rondini?

Sì, le rondini. Guardare le rondini che volano è più bello da terra.

E perché, papà?

Perché se le guarda dal basso, può sognare di volare anche lui.

Restavamo lì seduti per ore a guardare l’immobile divenire del giorno. Raccoglievo pugni di sabbia e la osservavo tornare a terra. Mio padre, poi, prendeva dalla tasca gli aghi di pino che aveva colto e mi diceva di avvicinarmi allo specchio d’acqua. Gettava delicatamente gli aghi sulla superficie liquida, e quelli prendevano a galleggiare, e quasi impercettibilmente, nel momento in cui la toccavano, l’acqua intorno a quelle sottili figure vibrava piano, e i raggi del sole giovane si rifrangevano in quelle pieghe effimere. Gli aghi, dopo aver vorticato lentamente, si fermavano. Allora mio padre mi dava il via libera con un sorriso. Io poggiavo una mano sulla sabbia, e l’altra la allungavo verso lo specchio d’acqua. Lentamente immergevo le dita e con il braccio compivo un ampio e rapido movimento a ventaglio. Gli aghi iniziavano allora a muoversi armoniosi, e navigavano lontani, oltre i miei occhi.

Papà, questo non è un fiume, né il mare. Perché gli aghi si muovono?

 

Perché il vento s’è svegliato.

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Le tengo la mano mentre discendiamo il crinale del monte, lungo sentieri tortuosi. Stiamo attenti, perché la terra sotto di noi è ricoperta di foglie scarlatte e dorate che sembrano fiamme; cadono dagli alberi con lentezza e con una certa maestria. Ormai siamo quasi arrivati; sento il crepitio dell’acqua viva e rapida. Il sole del primo pomeriggio è luminoso ed i suoi raggi si riversano decisi sui rami nodosi ed incerti degli alberi semi-spogli. Lei si poggia la mano sulla fronte per pararsi dal sole e mi sorride.

Il fiume è una forza inarrestabile. Ci scorre davanti senza rivolgerci lo sguardo e sembra quasi mostrarci arroganza. Ci sediamo sulla riva a osservarlo. Lei mi guarda negli occhi e io la prendo per mano; le accarezzo con i polpastrelli il dorso delle dita, il palmo e il polso. La tenerezza si spoglia e rivela la passione; ci togliamo i vestiti. Il fiume con una spinta si infrange su una roccia. L’acqua non teme la pietra, perché essa è mobile e imprendibile; la colpisce con forza. Gli sbuffi dello scontro ci bagnano i corpi aggrovigliati. Su quel letto di foglie, nudi, stiamo ad occhi chiusi e ci stendiamo.

Amore, non è bellissimo il fiume?

Sì, mi piace. È così… diverso dal lago. Eppure, è sempre acqua.

E com’era, il lago?

A volte era così trasparente che si poteva toccare il fondale con gli occhi. Altre volte, invece, pareva uno specchio. Mio padre diceva che era vento liquido.

E ti piaceva?

Sì. Rifletteva le luci del cielo e tutti i suoi colori.

Io invece preferisco il fiume.  Ha un’energia incredibile, e non è mai lo stesso. Non ha padroni.

Come noi.

Come noi. Corre senza meta.

Una meta ce l’ha. Il mare.

Non l’ho mai visto, il mare.

Nemmeno io.

Mi ci porterai, un giorno?

Ti ci porterò.

Sto per assopirmi, quando lei s’alza e decide di fare il bagno nel fiume. Mi porge la mano e mi chiede di seguirla in acqua. Le dico che è gelida in autunno e la corrente è forte. Lei mi sorride, si gira e immerge lentamente un piede; vedo le sue spalle che si sollevano in un brivido. Sembra averci ripensato, invece fa qualche passo e poi si tuffa. L’acqua le arriva al ventre, quando ne riaffiora. Il suo corpo, i seni e il viso luccicano; il sole la avvolge morbido e ne esalta la magnifica bellezza.

Sei bellissima.

Vieni anche tu.

La guardo, immobile nel mezzo del fiume, che adesso ha perso la mia attenzione; non sento più il suo scrosciare. Anche il sole è meno forte, ora. C’è solo lei. Altre foglie iniziano a vorticare piano nell’aria.

 

Il vento sta per soffiare.

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L’uomo e la bambina camminano vicini. La bambina corre e salta sulla sabbia grigia e gira intorno all’uomo, che ha gli occhi stanchi e non riesce a seguire i movimenti veloci di lei. Lui guarda il sole calante; il tramonto non si riflette nelle sue iridi. Il mare è poco distante ormai.

La bambina non ha mai visto il mare e lui ce l’ha portata. Lei ride e afferra un pugno di sabbia, che sfugge dalle sue manine restando quasi sospesa immobile nell’aria, diventando, per qualche istante, una volatile scia. I due continuano a camminare verso il sole morente, che vibra di luce sfumata d’arancio, e fa tremare l’aria al di sopra della sabbia. Oltrepassata un’ennesima duna, ecco davanti a loro la vastità sconfinata e la vita brulicante: l’oceano.

La bambina ha la bocca socchiusa e gli occhi spalancati, come a voler cogliere il più possibile da quella visione immensa, che impedisce allo sguardo di vederne le infinite sfumature. Osserva le onde. Sembrano inseguirsi e danzare, e poi s’abbattono poi sul bagnasciuga. Quando si infrangono, lasciano la scena alla spuma, che somiglia alle nuvole in cielo.

L’uomo s’avvicina alla bambina e si siede sulla sabbia. Anche lui vede il mare per la prima volta. Ricorda la finitezza del fiume, che scrosciava mentre lui e la sua donna si amavano sulle foglie. Adesso una flebile luce gli scalda gli occhi. È un giorno speciale, e il sole sembra quasi essersi avvicinato a vedere, sebbene sia inverno.

Papà, raccontami una storia.

Certo.

Perché le onde si inseguono?

S’inseguono perché sono felici.

E perché sono felici?

Perché si sono ritrovate nel mare.

E dov’erano prima?

Prima… prima erano qui, con noi. Come noi.

La bambina s’avvicina all’acqua. Si accovaccia e tende una mano; un’ondagiunge e le accarezza il palmo; la spuma le solletica le dita e lei sorride. Adesso la luce del tramonto si riflette dolce negli occhi, che si inumidiscono. Aveva promesso alla sua amata che l’avrebbe portata al mare, un giorno, e non c’era riuscito in tempo.

Papà, secondo te la mamma è diventata onda?

Sì… credo di sì.

Anche tu lo diventerai?

Sì, tesoro.

E io?

Tu no, non diventerai onda.

E perché, papà?

Perché tu sei vento.

La bambina si avvicina a lui e lo accarezza. La mano bagnata gli tocca la pelle ruvida. Chiude gli occhi, che ormai bruciano e piangono; vogliono il mare. Sente le mani della bambina morbide sulle sue guance, sui capelli. Così, lentamente si rilassa, e si lascia cadere in un breve sonno piacevole. Una morbida folata di vento lo colpisce ed attraversa. Quando si risveglia, lei è lontana, a giocare a farsi rincorrere dalle onde sul bagnasciuga.
L’uomo s’alza e cammina a passi lenti sulla sabbia, che cambia sotto ai suoi piedi: la avverte morbida e bagnata. Quando entra in acqua, essa gli cinge fredda le caviglie. Guarda il cielo limpido, azzurro in alto, poi attraversa mille sfumature e diventa dorato, poi rosa e rosso nel punto in cui tocca il sole perfettamente circolare davanti ai suoi occhi. La stella lentamente scende dietro l’orizzonte: la notte sta giungendo.
L’uomo respira. Non si guarda indietro. Avanza a passi decisi verso la linea che separa il mare dal cielo. Le onde si sollevano; il mare lo accoglie. Poi, finalmente vede la sua onda; corre alta verso di lui. E mentre le sue lacrime felici si fondono con l’oceano, lei arriva.
L’uomo apre le braccia e si lascia cadere nella grande onda, che lo prende con sé e si infrange nell’immensità in movimento.
La bambina lo vede e corre sulla riva, preoccupata.

Papà, cosa fai lì? Sei tutto zuppo.

Vieni anche tu.

L’uomo ride, dopo tanto tempo. Nuota nell’oceano e si lascia cullare dalle onde, come fosse un ago di pino. La bambina gli sorride e inizia a camminare verso di lui.

Il vento si è alzato

 

 

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Francesco Aloia, vent’anni, di Napoli.
Voleva diventare scrittore per risultare interessante alle feste. Quando ha capito che a nessuno fregava, c’era già troppo dentro. Ha il curriculum leggero ma tanta voglia di mettersi in gioco. 


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