È stata solo fortuna

Schermata 2019-07-02 alle 08.53.39.pngIllustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Al  mattino presto sbucò da dietro l’angolo un uomo in completo blu con un grosso ombrello. Non era quel tipo avvezzo a credere negli eventi straordinari, ma quel giorno si sarebbe di certo ricreduto. Era il suo compleanno, diluviava, e lui, come ogni mattina, stava correndo verso la fermata del tram numero 6.  La pioggia scrosciava e l’uomo correva disperato calpestando pozzanghere. Arrivò al ciglio del marciapiede, il semaforo pedonale era rosso, ma non ebbe modo di accorgersene tale era la premura della sua falcata e appena poggiò la punta della scarpa sull’asfalto fu sbattuto per terra da un’improvvisa sferzata di vento, gelido. Fu così violenta che il suo ombrello andò in mille pezzi. Un enorme tir ferruginoso l’aveva mancato per un soffio e ora con un rimbombo di trombe correva nella pioggia. L’uomo si risvegliò nel letto di una pozzanghera e si guardò intorno stravolto, poi dalla fitta parete di pioggia si sagomò davanti al suo occhio incredulo un torbido figuro dall’aspetto parecchio strano. Aveva la faccia rossa e schernevole incastonata in un cappuccio ed era tutto avvolto in un lungo mantello.
«Te la sei vista brutta, Carlo». L’uomo impallidì.
«Come sai il mio nome? Chi sei tu?», domandò tramante.
«Alle solite. Piacere signor Fantini, io sono la Morte».
«Sono morto?», pensò Carlo atterrito.
«No. Non sei morto, tutto il contrario, mio caro. Tu sei un immortale».
Carlo non poteva credere alle sue orecchie. Esterrefatto si stropicciò gli occhi nella speranza che le parole appena udite e quel lungo mantello si dileguassero come un incubo sotto quella cascata di gocce.
«Non può essere vero!», gridò Carlo alla ricerca d’una qualche conferma, e d’improvviso la sua attenzione fu richiamata dal fragore delle fiamme. Quel personaggio con un tocco impalpabile aveva appassito un albero a portata di braccio, con lingue di fuoco verdastro. «Ora mi credi? Se non ti fidi, puoi sempre provare a ucciderti», gli disse garbatamente l’individuo dal volto di porfido.
«Non è possibile! Tutti moriamo».
«È qui che ti sbagli. Gli uomini come Socrate muoiono, ma tu non sei uno di loro».
«Perché proprio io? Cos’ho di diverso?».
«Carletto, ti credi forse speciale? Non sei mica il primo, sai? Ce n’è diversi come te in giro. Alcuni lo sanno da più di mille anni, mentre altri devono ancora scoprirlo».
Il personaggio dal lungo mantello gli tese la mano dai polpastrelli aguzzi e folti di pelo. L’aiutò a rimettersi in piedi e proseguì: «Un immortale non ha un aspetto tanto diverso da un essere umano, non credi?». Carlo si tastò il volto osservandosi nel riflesso sporco della pozzanghera e, appresa quell’incredibile verità, la vigliaccheria che per tutta la vita l’aveva tormentato si dissolse come per incanto e lo stesso fece quello strano personaggio che si dileguò senza lasciar traccia tra le gocce di quel tempo grigio. Carlo avrebbe voluto chiedergli molto di più, sapere, conoscere, ma soprattutto avrebbe voluto dirgli grazie. Non aveva dubbi, la Morte era il suo angelo custode giunta sulla Terra solo per donagli vita eterna. Carlo era un uomo qualsiasi con tanti impegni e poche qualità. Faceva un lavoro che non gli piaceva, la donna della sua vita era fuggita col suo migliore amico e in generale non aveva mai avuto un successo. Per questo aveva sempre sperato in un regalo dal cielo, una ricompensa quasi dovuta in mezzo a questa vita di dolori e sconfitte. Perciò della sua immortalità non dubitò mai.

Carlo andò per mari e per monti ridendo sempre in faccia al pericolo. Non passò molto e la sua fama fu planetaria. Era stato trapezista al seguito d’una compagnia circense di acrobati gitani e girò il mondo. Lo assunsero al circo dopo che si offrì come bersaglio umano per lo scimpanzé lanciatore di coltelli, famoso perché faceva il suo numero di spalle. La sua mira non era delle migliori, ma poco importava, lo spettacolo era esilarante e sul bersaglio non c’era nulla di vivo, ma un fantoccio di pezza.  Mentre lo scimpanzé stava per lanciare il coltello Carlo si alzò dagli spalti, corse fino al grosso bersaglio e gettò il fantoccio alla polvere. La gente rideva pensando che fosse tutto parte del numero. Poi Carlo si aggrappò al bersaglio e prima che qualcuno del circo potesse fermarlo la scimmia aveva già lanciato tre coltelli. Ma lui era illeso e il tutto circo applaudì fragorosamente. Dopo qualche tempo però il circo l’aveva stufato e lo mollò. Era diventato troppo impavido per quella vita e voleva di più. Discese i torrenti più impervi a bordo di un piccolo kayak. Si mise a guidare in modo spericolato tra i tornati più stretti delle alture più sdrucciolevoli. Scalò le vette più alte del pianeta e le discese in picchiata col parapendio. Corse sulla crosta viscosa dei vulcani, in cima all’orlo delle loro bocche traboccanti di magma. Attraversò forre acuminate in bilico su cavi sottili. Partecipò come torero alla corrida di Madrid. Le sue prodezze erano le più spettacolari, cose che nessun altro farebbe se non costretto al bivio tra la vita e la morte. Tutti portavano Carlo come esempio, quando si parlava di coraggio e di vitalità.

Intanto che la sua fama cresceva e la certezza della sua immortalità si consolidava, più di quanto già non fosse, la sua noia cresceva a dismisura ogni giorno di più. Fin quando una mattina si svegliò triste, triste come mai lo era stato e fu allora che la paura l’abbondonò del tutto. Così salì sul tetto del grattacielo più alto della città e contattò tutte le emittenti più famose con la promessa di renderle testimoni dell’evento più spettacolare mai accaduto sulla Terra. Tutti ormai conoscevano la sua fama e le sue imprese e tutti erano sicuri che avrebbero assistito allo spettacolo più sensazionale che si fosse mai visto. I televisori di tutto il globo, quella notte, si accesero per l’evento di cui ancora nessuno sapeva nulla. Carlo era in piedi sul bordo del parapetto che stava in vetta al grattacielo. Guardò in basso e vide una miriade di luci e di obiettivi trepidanti, puntati verso il cielo in attesa della sua impresa più prodigiosa.
«Questa non è l’ennesima bravata. Stavolta non voglio saltare il precipizio, voglio proprio caderci dentro. Mi tuffo nel vuoto e basta. Oggi la mia impresa sarà risorgere. Chissà che proverà la gente quando mi vedrà cadere da questa altezza vertiginosa. E come reagirà sapendomi immortale? Penserà sia un trucco televisivo o crederà subito al mio straordinario potere? Cosa ne sarà di me quando mi rialzerò illeso? Mi considereranno sempre un essere umano o sarò una specie di dio ai loro occhi increduli?». Carlo lasciò dondolare il piede nel vuoto e udì un’eco di urla angosciate provenire dal basso e subito ritornò al suo posto. «Che strano, è paura di morire quella che sento? Mi ero dimenticato cosa si prova», e prima che potesse riflettere ancora, fu investito da una raffica di vento gelido e franò nel vuoto. Precipitava, e più si avvicinava al suolo, più con sua meraviglia la paura cresceva, metro dopo metro.
«Lieto di rivederti, Carletto», gli disse lo strano personaggio dal lungo mantello apparso da dietro una nuvola.
«Salvami come hai sempre fatto!», gli ordinò mentre precipitava.
«È stata solo fortuna. Io non ti ho mai salvato, mio caro», rispose mellifluo togliendosi di dosso il mantello. Carlo notò sulla sua schiena tre paia d’ali di pipistrello e ai lati della testa altre due facce, una bianca e l’altra nera. Era a poca distanza da terra e gridò per il terrore mentre quella mostruosità rideva da pazzo. «Carletto, hai mai visto in faccia la Morte? Ti confido un segreto: Lei è solo luce, la stessa che ti ha fatto piangere quanto sei venuto al mondo. Allora, che dici? Ti sembro forse la Morte?».

Prima che Carlo potesse afferrare quelle parole si sfracellò sul marciapiede con una violenza inaudita. Le sue vene non si ricucirono, il suo sangue non cessò di fermarsi, le sue ossa non si ricongiunsero e la sua carne non si ricompose.

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