Quando i tornado toccano terra in Oklahoma

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illustrazione di Martina Barbini

 

Mentre in Oklahoma tre tornado toccano terra, un coyote trotterella davanti alla porta a vetro della mia casa a Santa Fe, New Mexico. Mi alzo sul letto e guardo la bestia dal buio della mia stanza. Immagino che il coyote possa vedermi attraverso il vetro, ma non sembra notarmi. La ragazza dorme accanto a me, i suoi lunghi capelli neri sparsi sul cuscino come stringhe di liquirizia attorno a una nuvola di zucchero filato.
Il coyote è secco, con le costole che sporgono dalla pelliccia spelacchiata e le ossa dei polpacci (ce li hanno i polpacci, i coyote?) che puntano verso il terreno, come se cercassero cibo anche loro. Il coyote fiuta in giro, poi si avvicina a un cespuglio di salvia selvatica; le zampe sollevano piccole nuvole di polvere.
Oggi, nel tardo pomeriggio, poco prima che mi preparassi per uscire, sono uscita dalla porta a vetri; indossavo una gonna e le ciabatte infradito e anch’io mi sono avvicinata a quel cespuglio di salvia. Volevo coglierla, magari bruciarla per spargere il suo profumo in tutto l’appartamento, nel caso in cui avessi avuto un colpo di fortuna e fossi riuscita a portarmi una ragazza a casa, più tardi. Solo che un nugolo di formiche rosse ha assaltato i miei piedi nudi non appena mi sono avventurata troppo in là, e mi sono trovata la pelle ricoperta di puntini rossi.
Ho avuto comunque il mio colpo di fortuna.
La ragazza non si accorge del coyote, della mia insonnia. Dorme come se questa notte fosse una come tante – e lo è pure, a Santa Fe.
Accendo la televisione per controllare gli aggiornamenti sui tornado in Oklahoma, ma tengo il volume muto. La stanza è così silenziosa che riesco a sentire i passi ovattati del coyote sul terreno, il fruscio dell’erba secca e i sassolini che rotolano via sotto le sue zampe.

Anche in Oklahoma c’erano i coyote. Qualche volta, di notte, provavo a spingere i sogni di soffici corpi femminili intrecciati tra loro il più lontano possibile da me e ficcavo la testa sotto il cuscino, premendolo intorno alle orecchie per evitare che mi esplodesse il cervello. Allora, nella quiete, sentivo i coyote ululare, ringhiare, battersi per una femmina o una carcassa.
Erano lontani, una presenza misteriosa e rassicurante nel buio. In Oklahoma, non ho mai visto niente più che un’orma di coyote nel fango; forse, al massimo, degli escrementi.
Mentre il coyote annusa il cespuglio di salvia e la ragazza dorme vicino a me, il suo respiro come un soffio sul cuscino, sto lì seduta e fisso la televisione muta. Nel verde della mappa americana, la contea del Payne è una macchia rossa colpita dai tornado, i cui bordi strisciano e crescono sullo schermo come i tentacoli di una medusa. La mappa è intervallata da una diretta dei tornado, colonne di vento scuro che piegano alberi, dividono le messi nei campi. So che mio padre è seduto sul portico della mia vecchia casa, le dita intrecciate intorno a una birra Blue Ribbon, mentre mia madre è in cucina a lavare i piatti della cena, la sua voce per niente preoccupata quando il cielo fuori dalla finestra s’incupisce e lei dice a mio padre di entrare in casa.

Ai miei piace la stagione dei tornado. Non gli piace che mi piacciano le donne.

Il coyote torna indietro, annusa la porta, e per una qualche ragione spero che alzi lo sguardo, che mi dia un segno, un’immagine che io possa tradurre in approvazione; prego che almeno quest’animale mi accolga, mi faccia capire di aver preso la decisione giusta, a trasferirmi in un posto dove posso portare a casa ragazze con lunghi capelli neri come stringhe di liquirizia attorno a nuvole di zucchero filato.
Invece, il coyote se ne infischia – m’ignora e trotta via, forse per andare a scorrazzare con i suoi amici o a stanare cani della prateria nel deserto, avvolti solo dalla silenziosa notte del New Mexico. Mentre la sua coda spazza per terra, do un’altra occhiata alla televisione. Vedo la macchia rossa dei tornado farsi sempre più grande sulla mappa, una minaccia attraverso pixel, e tutto ciò che riesco a chiedermi è se anche gli altri coyote scorrazzino così, quando i tornado toccano terra in Oklahoma.

 


 

Rachele Salvini, ha iniziato a scrivere sia in inglese che in italiano durante un semestre presso il Sarah Lawrence College di New York, dove ha frequentato il suo primo workshop di scrittura. Tornata a casa, non ho più smesso di scrivere, e in Italia ha fondato la Jam Letteraria, un collettivo di “aspiranti scribacchini” livornesi.


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