Ovunque andrai

69148359_412984426000843_2780866456575803392_n

 

René teneva la testa appoggiata sulla spalla di Martine, le gambe incrociate sul sedile blu e davanti a sé il vuoto lasciato dai passeggeri che avevano terminato la corsa. Non riusciva a dormire. Fuori il mondo correva veloce: i tralicci in lontananza, le cascine, i pioppi e i frassini insistevano nel ridursi in linee sottili, insanguinate dalla luce del tardo pomeriggio.
«Che ascolti?»
Martine non sentiva, aveva le cuffie alle orecchie e giocherellava con il cavo attaccato al lettore mp3. René lo staccò e la musica inondò la carrozza 6.
«Non farlo mai più». La ragazza spense l’aggeggio e guardò fuori. «Quanto manca?».
«Un’ora. Forse di più».
Martine annuì.
Una voce metallica annunciò la fermata successiva e subito dopo il treno si fermò davanti a un edificio ingiallito. La piattaforma era deserta: una panchina vuota, una macchinetta del caffè, una fontana senz’acqua. Dall’altro lato, un cane sorvegliava la rete di binari infuocata dal caldo estivo.
Oltre la stazione, l’orizzonte regnava immobile sovrastando quel paesaggio pressoché insignificante. Uno dei controllori scese dal treno, varcò la porta a vetri che separava l’interno della stazione dal resto e ne uscì bevendo da una bottiglia d’acqua. Un altro impiegato fece segno dal finestrino di risalire, il controllore sputò per terra e un cane abbaiò tre volte: la prima quando l’uomo salì a bordo; la seconda quando le porte automatiche si chiusero segnalando la partenza.
La terza volta si udì soltanto un rantolio, quasi ineccepibile per via dello stridere delle ruote, proveniente dai binari al di sotto della carrozza 1. Rimasero fermi a quella stazione finché il sole sparì del tutto dietro il lontano manto verde delle colline e un’anomala forma grigia oscurò le rovine agrarie dei campi.
Il treno si svuotò velocemente, i passeggeri che si affollavano come formiche attorno al nido di sangue e dolore. René guardò fuori.
«Non vuoi scendere?».
«È morto un cane».
«Lo so. E allora?».
«Mi fanno schifo i cani morti».
Martine infilò un dito nel buco delle calze a rete. «E poi qui non c’è niente», aggiunse.
Un signore piuttosto anziano sbucò dall’ingresso della carrozza, attraversò lo stretto corridoio e si sedette in fondo, fila 20 posto D.
«Credi che staremo insieme da vecchi?»
«Certo, che domande fai? Oggi sei strano».
René scrollò le spalle, lo sguardo perso nella figura di lei. «E tu hai le calze bucate».
«Sono fatte apposta».
René infilò a sua volta un dito nelle calze e lo intrecciò a quello di Martine.«Smettila di fare il cretino. Chiamo mamma per dirle che tardiamo».
Martine si chiuse in bagno al telefono e René ne approfittò per distendere le gambe sul suo sedile, lasciando il braccio destro a penzoloni e l’altro dietro la nuca. Quando lei tornò rimase immobile.
«Spostati».
«Prendi un altro posto, ce ne sono tanti».
«Non prendo il posto di qualcun altro». Martine gli prese le gambe e fece per metterle giù, ma René l’afferrò per un lembo della camicia e la tirò su di sé. Aveva solo quattordici anni ma era alto e piuttosto forte, senza brufoli ne avrebbe dimostrati quattro di più.
La ragazza arrossì. «Che cosa vuoi da me?».
«Quello che mi hai dato fin ora».
Martine gli fece schioccare due dita sulla fronte e lui mollò la presa.
«Mi hai fatto male!».
«L’intento era quello».
Il silenzio inghiottì la carrozza, mentre schiamazzi d’orrore perforavano l’aria scura al di là delle pareti di ferro. René prese un quadernetto giallo e una penna dallo zaino e cominciò a scrivere, sicuro che Martine stesse sbirciando. Fuori, i più spaventati si allontanavano dalla scena dell’incidente riparandosi nei giubbotti dal venticello serale; i più annoiati, invece, quelli a cui brillavano gli occhi all’odore di novità, accorrevano a respirarne le tracce, non curanti della tempesta in arrivo.
La nuvola che prima aveva ingrigito i campi in lontananza si era trasformata in una mostruosa massa nera e aveva ormai inghiottito le strade, la stazione, la verde distesa a sinistra della piattaforma e, finalmente, veniva a scontrarsi con un’enormità al suo pari, l’unica creatura con cui poteva competere: il mare. Al mare quelle fauci minacciose non facevano paura, perché ne aveva di più profonde, e il vento e la pioggia e i fulmini e i tuoni non erano che musica per la sua danza contro gli scogli.
Tre abbaglianti schegge bianche segnarono il cielo indelebilmente, facendo emergere nella luce un vecchio mulino a vento. La ruota sembrava voler volare via, tanto girava veloce. Il riflesso del terzo fulmine sul finestrino congelò per un istante il volto di Martine, rischiarandone gli occhi verdi che volgevano altrove. Sei secondi dopo, un boato ruppe il silenzio delle campagne e la pioggia torbida e pesante irrigidì i passeggeri colti alla sprovvista sulla piattaforma. Martine rabbrividì.
«Hai paura?».
«Macché, ho solo freddo. Non ho mica quattordici anni».
«E con questo che vuoi dire?».
Il gruppo che era più vicino alla prima carrozza si accalcò sotto la tettoia della stazione per ripararsi dalla pioggia e fare spazio ai soccorsi. Qualcuno entrò, altri rimasero pietrificati in attesa che la carcassa del randagio fosse riesumata.
«Non ricominciare».
«Se pensi che io sia un bambino perché non ti scopi quelli più grandi?».
La prima mano arrivò dritta e forte sulla guancia destra.
«Loro non ti vogliono come ti voglio io. Oppure non ti vogliono affatto».
La seconda fu interrotta dalle lacrime, violente e distruttive quanto la tempesta in avvicinamento: allo stesso modo dei pioppi e dei frassini e delle poche viti ancora in coltivazione, la testa di Martine oscillava e si piegava a ogni singulto. René posò penna e taccuino sul sedile davanti, si alzò in piedi e tese un braccio verso il ripiano in alto dove gli altri passeggeri tenevano le valigie.
«Non la voglio la tua stupida felpa».
«Ora mi hai rotto».
All’esterno diluviava e la folla andava via via diradandosi: alcuni erano tornati a bordo, altri insistevano nel voler vedere i brandelli del cane, zuppi di sangue misto a pioggia. Eccetto per il vecchio seduto in fondo, la carrozza 6 era ancora deserta. René le scaraventò addosso la felpa e andò in bagno, sbattendosi dietro la porta.
La luce pioveva a cascata da due fari posti sul soffitto, vicino allo specchio, immergendo lo spazio in un biancore tremendamente artificiale. Bagnato, aggredito, folgorato dal bagliore del cubicolo, René si accostò al lavello, azionò il rubinetto e tese le mani non più bambine sotto il flusso d’acqua corrente. Poi sciacquò la faccia, si tolse la maglietta sudata, si lavò le ascelle e a torso nudo andò ad aprire la porta. Martine era lì da un paio di minuti: continuava a bussare e a dire che non sarebbe più stata tanto fastidiosa. Che avrebbe chiesto scusa, se solo l’avesse lasciata entrare.
«Allora?».
Martine si gettò tra le sue braccia, aggrappandosi dove poteva con le mani e con le labbra. Impresse il viso umido nel torace e risucchiò l’amore dalla sua cavità come una sanguisuga.
«Scusa», balbettò. L’acqua continuava a scorrere dal rubinetto. «Sono io la bambina».
René ricambiò l’abbraccio mentre lei scivolava sempre più in basso, sempre più giù verso l’abisso da cui nessuno dei due poteva scampare.
Finissime gocce d’acqua picchiettavano sui finestrini e l’una con l’altra si rincorrevano, lungo la spessa superficie di vetro, fino a raggiungere il fondo: qui si depositavano e poi morivano, mentre il treno scagliato ad alta velocità contro il cielo sporco si addentrava nel melenso paesaggio industriale della città di Leduc. Superata la stazione ferroviaria di Peaufraîche, le nuvole si erano via via diradate lasciando che l’oscurità trasparisse fra i fumi delle fabbriche.
Martine giaceva assonnata con la testa sulle gambe di René. Lui le accarezzava i capelli con una mano, l’altra era incastrata tra le dita della ragazza.
«È tardi», disse René. «Mamma viene a prenderci?».
«Sì, ci aspetta in stazione».
Sul sedile davanti, il quadernetto giallo era rimasto aperto nel punto in cui René l’aveva lasciato. La pagina semivuota recitava:

Ovunque andrai ti seguirò
Perché il sangue che ci lega non è niente
In confronto all’amore che provo per te.
E quando saremo vecchi
A me non importerà delle tue rughe:
sarai comunque bellissima.

 

 


 

Caterina Migale nasce a Teramo il 22/03/1999, si diploma presso il Liceo Classico Europeo
Melchiorre Delfico e successivamente consegue il corso Serialità&TV della Scuola Holden di
Torino. Attualmente lavora come autrice presso la casa di produzione Creative Nomads e
collabora con il progetto Word for Word Exchange della Columbia University di New York.

 


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...