Il posto più solitario del mondo

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In teoria questo reportage doveva essere accompagnato da alcune fotografie, ma come potete notare non è così. Il motivo di questa mancanza è semplice: avevo troppa paura per tirare fuori il cellulare e fotografare ciò che vedevo.

 

A me non piace ballare, e quando vengo trascinato in qualche discoteca o in qualche bagno al mare mi ritrovo a dondolare in maniera improbabile sui miei piedi immobili e a volte a roteare le braccia all’altezza del petto giusto per dare l’impressione di stare divertendomi, ma la verità è che io le discoteche le odio – non mi piace il rumore, non mi piace la calca e non mi piacciono le persone che vanno in discoteca, tutti studenti di ingegneria o di medicina che sulla pista diventano delle bestie. Mentre mi trovavo allo Zen di Gallipoli – obbligato perché in vacanza – ho avuto tutto il tempo per chiedermi quale sia il motivo che spinge la gente ad andare a ballare, a buttarsi in mezzo a una ressa del genere.

Di domenica sera allo Zen c’è ogni tipo umano possibile – da quello con la faccia evidentemente da criminale al ragazzotto un po’ nerd con gli occhiali; dal gruppo di amici che sbraita, ride e si sbronza al gruppo di amiche che fa lo stesso; da quello col telefono sempre nelle mani a quello che si siede sui divanetti e non si alza più per tutta la serata; da quello che cerca di rimorchiare a quella che si mette in mostra; da quello che vuole solo ballare a quello che vuole solo sballarsi –, e mentre li osservo e soffro per i bassi che mi rimbombano nella cassa toracica e per la musica al massimo che mi distrugge i timpani e per la gente che mi pesta i piedi penso che okay, io magari sarò anche un po’ noioso e un po’ vecchio dentro, se vogliamo, ma a dirla tutta non mi sembra così bello. Insomma, cosa c’è di divertente nelle discoteche?

La prima cosa che mi verrebbe da pensare è che ballare è liberatorio e rende felici, e in effetti non c’è niente di meglio di un ballo sconclusionato e senza vergogna quando si è contenti, quando semplicemente ci si annoia o anche quando si ha paura – io l’ho fatto mille volte, ora sulle note di Let’s Get It On e ora su altre canzoni simili, e l’ho sempre trovato davvero molto liberatorio. Tuttavia, mi rendo conto benissimo che ballare nella propria stanza da soli e con una canzone che ci piace e che significa qualcosa non è lo stesso che farlo in mezzo a una pista piena di altre persone – mentre lo penso, un tizio mi urta e rovescia il suo drink per terra –, per cui il motivo che spinge la gente in discoteca non può essere il semplice ballare.
Quando la gente va alla disco si scatena in pista insieme a centinaia di altre persone che fanno lo stesso, ma il problema – penso, mentre culi sodi dondolano davanti ai miei occhi stretti in bikini aderenti e colorati sui cubi – è che muovendosi tutti assieme con la musica così alta e con canzoni che sinceramente sono ripetitivissime – una musica che rincoglionisce, alla lunga –, e ballando su passi sempre uguali di canzone in canzone, si finisce per isolarsi e non pensare a niente non perché ci si sta divertendo, ma proprio perché la mente è svuotata, transennata dai bassi martellanti senza tregua e dal rumore generale; e se a tutto questo aggiungessimo un drink o due per essere più sciolti e divertenti, poi, ecco che in realtà là in mezzo tutti diventano ridanciani e allegri, ma sono lontani da tutto e da tutti. Stando così le cose – essendo le discoteche apparentemente terribili per la vita sociale –, mi sembra assurdo che alla gente tutto questo piaccia – insomma, chi glielo fa fare?; perché le persone trovano divertente la discoteca anche se a me sembra l’inferno?
Forse mischiarsi là in mezzo è proprio il modo che scelgono per andarsene un’ora o due senza che nessuno possa accorgersene o obbiettare – perché dopotutto in mezzo a quel marasma si è proverbialmente nascosti in bella vista –, per fuggire in modo totale dalla consapevolezza della routine – mentre lo penso, una tipa completamente ubriaca sfida un mio amico ad un’improbabile gara di ballo –, per sentirsi almeno una sera liberi e senza responsabilità, senza appuntamenti o esami o impegni di lavoro. Ma se le persone hanno bisogno di staccare e di distrarsi – chi non ne ha? –, perché allora scegliere un luogo del genere?; perché proprio la discoteca, la folla, il casino? Riflettendoci, è evidente che fra la discoteca e la solitudine c’è un qualche collegamento – mentre mi sento solo perché annoiato e assordato e mentre guardo la gente ridere, bere e ballare sempre allo stesso modo e urlare a squarciagola, noto in maniera inequivocabile che dietro tutta la facciata colorata e roboante della disco c’è un sottobosco di isolamento non indifferente –, e quindi non mi sembra molto sensato scegliere un luogo solitario per sfuggire alla solitudine. Poi però mi chiedo se l’apparire e il sogno di una vita stratosferica che attraverso le storie di Instagram vogliamo farci invidiare dagli altri, lo stress, le aspettative degli amici e dei parenti, la paura del futuro, la sfiducia nelle persone, in noi stessi, il guardarsi allo specchio e non riconoscersi e le storie d’amore finite, il sesso mercenario da discoteca che deve colmare i nostri vuoti e i nostri sogni così lontani da sembrare irrealizzabili – mi chiedo se tutto questo, durante le serate in discoteca, non venga in qualche modo accantonato per un po’ dalle hit estive e dall’alcool, e se la gente non cerchi apposta questa sospensione momentanea.
Mentre due tizi fanno a botte davanti ai bagni coinvolgendo anche un altro gruppo di ragazzi che cercano di scappare, vedo la gente che balla e si ubriaca sotto una luce diversa; non quella della frivolezza – anche se qualcuno lo fa, ovviamente – e non tanto quella del perché-si-è-giovani-e-quindi-sconsiderati-per-definizione, ma piuttosto quella che mi fa pensare che la giovinezza prima o poi finisce, quella che il giorno dopo bisogna studiare, lavorare, pensare ai bambini. Se per tre o quattro ore le persone scelgono di fuggire dalla consapevolezza della loro solitudine isolandosi ancor di più in luoghi angusti senza poter parlare con nessuno e pieni di gente impazzita che con niente comincia a picchiarsi – se si è così masochisti, in un certo senso, da combattere la solitudine con l’isolamento –, significa allora che il mondo che decidi di lasciare fuori all’ingresso è veramente terribile, penso uscendo dallo Zen – guidato dai buttafuori che chiudono il locale prima del tempo per via della rissa.

Quando voglio combattere la solitudine, io scrivo o ballo «da solo con una mano che si agita nell’aria», come in Elizabethtown, e forse è per questo che in discoteca mi sento un estraneo. Tuttavia, allo Zen c’era un tizio visibilmente annoiato in mezzo a un gruppo, che stava immobile e con lo sguardo perso chissà dove, cercando di divertirsi ma senza successo – non dondolava neppure un po’ per salvare le apparenze; stava semplicemente là, fra gli amici che si scatenavano, spaesato e fuori posto –, e così ho cominciato a guardarlo incuriosito. Improvvisamente, mentre continuava a non accennare neppure un passo, mi sono sentito meno solo, più vicino al mondo e a quella folla come impazzita che esorcizzava ancestralmente la paura con un ballo sfrenato, nel posto più solitario del mondo.

 


 

Alessandro Mambelli sta per laurearsi in Lettere moderne all’università di Bologna.
La scrittura è la sua più grande passione, e un giorno spera diventi anche un lavoro. 
L’anno scorso, per i tipi di Geekoeditor, è uscito il suo primo romanzo,
Sunset Strip. Per adesso si accontenta di pubblicare alcuni racconti e
articoli su varie riviste e collabora con Schegge, Comò Mag e Whiri Whiri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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