A chi ammorba

3

 

Dice che dobbiamo tenere la bocca chiusa, che dobbiamo guardare la sua e ascoltarla parlare. Noi non vorremmo obbedirgli, perché è piccola e nera, la bocca sua, e ripete sempre le stesse cose. Però ci tocca ascoltarla e non dobbiamo azzardarci a rispondere. Se proviamo lui guarda fisso nei nostri occhi per farci squittire. Dice che lo fa per divertirsi, ma noi non ci divertiamo affatto a squittire e vorremmo dirne almeno qualcuna, di tutte le cose che ci girano in testa. Lui dice che parlare non è importante, dice che dobbiamo imparare a guardarci l’un l’altro in silenzio. Dice che il silenzio ha un valore.

Ogni giorno viene a prenderci dove ci ha trovati, in riva al fiume, e ci porta da lui. Abita appena fuori dal paese, vicino al giuncheto, in una mansardina così piccola che a stento c’entriamo tutti e sei. Lui dice che potrebbe essere anche la nostra casa. Dice che è un regalo, il suo, che non tutti meritano di entrare nella mansarda. Quando ci ha trovati eravamo con gli altri a giocare. Gettavamo le braccia nel fiume per prendere i pesci, e riuscivamo appena a sfiorarli ma ci piaceva lo stesso, ridevamo. Poi l’abbiamo visto. Stava seduto per terra sul greto e ci guardava giocare. Il suo corpo era piccolo, proprio come il nostro, ma lui non ci è sembrato piccolo affatto. Ci è sembrato in qualche modo più alto.

All’inizio non gli abbiamo dato molta importanza, perché rimaneva seduto dov’era, lontano da noi. Poi si è avvicinato però. Ci ha detto che è inutile ficcare le braccia nel fiume, se non riusciamo a cavarne un bel niente. Noi abbiamo sentito vergogna; gli abbiamo detto che lo facciamo solo per divertirci, che è un gioco. Allora lui ci ha guardato fisso negli occhi per la prima volta, e ha guardato pure negli occhi degli altri. Ha detto che giocare non è divertente, che dobbiamo imparare il valore del silenzio. Ci ha chiesto di venire con lui, e la sua voce sembrava gentile. Gli altri però non li ha voluti. Ha detto che appartengono ai campi e alle strade. Ha detto che non hanno luce negli occhi.

Ci chiede di chiamarlo l’amico. Dice che è uno di noi, che anche lui ha la luce negli occhi, e una luce là dentro ce l’ha per davvero, ma è strana e spesso si spegne. Quando succede lui si chiude in bagno e inizia a singhiozzare. Vuole che noi lo ascoltiamo mentre lo fa. Dice di piangere perché ha troppa luce negli occhi, dice che averne così tanta a volte fa male. Ma noi lo sappiamo: lui piange quando la luce si spegne. Quando sbrilluccica invece sorride, inizia a ballare. A volte balla per tutto il giorno, da solo, e vuole che noi rimaniamo seduti a guardarlo; vuole che applaudiamo. Poi arriva la sera e lui sposta le nostre sedie davanti alla finestra che dà sulle stelle. Ci porta del latte da bere, ed è un latte rancido, schifoso, che alle prime fa male.

Dopo alcuni giorni però inizia a piacerci, quel latte. Lo beviamo di fronte alla finestra che dà sulle stelle. Lui dice che dobbiamo guardare là fuori, che dobbiamo guardare le stelle in silenzio. Noi all’inizio proviamo, ci piace. Pensiamo che forse la nostra luce viene da lì, e se continuiamo a guardare magari ne prendiamo di più. Poi iniziamo a stancarci di guardare le stelle. Cerchiamo di parlare ma ogni volta l’amico ci guarda fisso negli occhi e squittiamo. Allora proviamo a fargli delle domande. Gli chiediamo di indicarci le stelle, di dirci i loro nomi, uno ad uno. E lui ce le indica ma poi inizia a borbottare parole inventate, e allora capiamo che non è tanto alto. Capiamo che non conosce i nomi delle stelle, e iniziamo a impararli per contro nostro al mattino. Poi andiamo al fiume e lo troviamo seduto sul greto, lontano dagli altri. Qualche volta proviamo a chiedergli di aspettare; diciamo che vogliamo restare a giocare con gli altri, e lui aspetta ma non gioca con noi, ci guarda giocare. Quando si stanca fissa tutti negli occhi, così nessuno riesce più a divertirsi e il gioco finisce. Allora lui ci prende per mano e ci porta in mansarda.

I giorni in cui ha meno luce negli occhi, l’amico muove la bocca in un modo strano. Racconta la sua storia, ci spiega com’è riuscito a mettersi la luce negli occhi. Noi gli chiediamo cos’è, la sua luce, ma lui ribolle nel viso e risponde che se l’avessimo davvero anche noi non sapremmo spiegare. Se iniziamo a ridere l’amico fa la faccia cattiva e ci fissa negli occhi. Qualche volta noi cerchiamo di resistere, ma poi non riusciamo mai e squittiamo più forte. Allora smettiamo di fargli domande, ci cuciamo la bocca e aspettiamo che ci lasci andar via, per tornare dagli altri al mattino. Ma gli altri al fiume non si fanno più trovare, e noi crediamo se ne siano tornati in paese per non imbattersi più nell’amico, che ora ci aspetta solo davvero sul greto e dice che il fiume è diventato suo. Certe notti ci chiede di fermarci a dormire con lui. Noi ci stendiamo tutti assieme sul letto, ma il sonno non viene mai tanto presto e allora iniziamo a toccarci, ci piace. Chiediamo all’amico se vuole toccarci anche lui, ma quello rimane immobile e zitto. A noi dispiace che lui se ne rimanga così, senza niente, perché pensiamo che magari è un amico triste. Allora proviamo a farci vicini e lo abbracciamo, ma lui ci respinge. Dice che vuole continuare a dormire.

Man mano che passano i giorni noi iniziamo a stancarci sempre più dell’amico e della sua mansardina. Continuiamo ad andarci però, per il latte. Lui deve aver capito che siamo stufi e ce ne offre sempre di più. A noi per un po’ va bene, beviamo. Poi sentiamo che stiamo iniziando a spegnerci, a forza di bere: ci sentiamo più molli e gli occhi cascano dal sonno. Allora proviamo a smettere con il latte, o almeno a controllarci di più. Vediamo che l’amico non ne beve poi molto e pensiamo che possiamo continuare a prenderne, se non esageriamo. Un giorno però andiamo a trovare l’amico al mattino e lo troviamo steso per terra. Dev’essergli caduta una bottiglia, e lui lecca il latte tra i cocci, carponi. Capiamo che bisogna smettere proprio del tutto di berlo, questo latte, che sennò finiamo come l’amico. Lui però non vuole che smettiamo. A sera lo serve in alcune bottiglie colorate, dice che è un’altra cosa, ma noi sappiamo che c’è sempre lo stesso latte là dentro e facciamo solo finta di berlo: lo teniamo in bocca per tutta la notte, che tanto con lui non c’è modo di aprirla. Al mattino usciamo dalla mansarda e lo sputiamo per terra.

Un giorno ci riuniamo in riva al fiume e decidiamo di rompere con l’amico. Qualcuno dice che non c’è modo, che lui verrà sempre a cercarci, che se gli diremo di no ci guarderà fisso negli occhi e ci farà squittire. Allora decidiamo di togliergli la luce dagli occhi, così non potrà più servirsene contro di noi. Prima che lui arrivi al fiume andiamo ad aspettarlo sotto casa. Il più coraggioso di noi entra nel giuncheto, scava per terra e si riempie le mani di torba.

Quando l’amico esce di casa ci trova tutti là, davanti alla porta. Sorridiamo e lui se ne accorge, i suoi occhi sbrilluccicano per l’ultima volta. Ci invita a salire: lo fa con la sua voce gentile. In mansarda allinea le sedie e si mette comodo, prepara tutto al silenzio. Noi non ci sediamo però, e iniziamo a montar su un gran baccano. Parliamo della nostra luce e della sua, diciamo che la nostra è più tersa. Allora lui fa la faccia cattiva e guarda fisso nei nostri occhi per farci squittire, ma il più coraggioso di noi gli salta addosso e gli ficca la torba dentro le palpebre. L’amico cade per terra e inizia a gridare, ci offende. Noi ridiamo di lui. Prima di uscire prendiamo le sue bottiglie colorate e le lanciamo fuori dalla finestra. L’amico dice che non possiamo scappare, che tornerà da noi per rubarci la luce. Prova ad alzare la testa per guardarci ma la torba lo acceca. Cerca di tirarsela via dal cavo degli occhi, ci annaspa dentro con le mani, ma assieme alla torba raschia via la luce. La getta per terra.

Noi usciamo dalla mansarda compatti, ridendo. Lungo la strada ci voltiamo più volte a guardarci le spalle, ma non vediamo l’amico e allora capiamo che non tornerà. Arriveremo al fiume, al nostro fiume, e poi cercheremo gli altri in paese. Diremo loro che possono tornare, che nessuno li guarderà più negli occhi mentre giochiamo e nessuno dirà che non hanno la luce. Diremo che la luce è una menzogna, che noi non ci siamo mai guardati negli occhi e non c’importa di averla. E balleremo con gli altri e insegneremo loro i nomi delle stelle. E loro ci indicheranno i campi e le strade, ci diranno i loro nomi se li sapranno, e attraverso quei nomi noi parleremo e ci risponderemo l’un l’altro. Nessuno resterà più zitto in silenzio, nessuno verrà costretto a squittire. E l’amico rimarrà solo nella sua mansardina. Siederà di fronte alla finestra che dà sulle stelle, e continuerà a guardarle, ma non conoscerà i loro nomi.

 


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