La stradina

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Isidoros Dukas lo aveva osservato così a lungo che aveva smesso di vederlo. Un calendario come tanti altri: orientamento verticale, organizzato per mesi e per settimane, in carta lucida, perfetto per stare appeso in cucina o in una stanza con poca personalità. I giorni festivi erano evidenziati in rosso, erano segnati i cicli lunari e gli onomastici ortodossi. Tutto era, insomma, di un’impeccabile dozzinalità, se non fosse stato per il grosso spazio al centro di ogni pagina che raffigurava un quadro più o meno noto della tradizione artistica occidentale.
Si era in novembre e la scelta del mese, stando a quanto segnalava una piccola nota in calce, era ricaduta su Jan Vermeer. La stradina di Delft, olio su tela, datato 1657-58. Isidoros Dukas lo scopriva per la prima volta sabato 13 alle ore 8:42, mentre stava piluccando della frutta secca.
Poggiare gli occhi sulla riproduzione gli fece improvvisamente ricordare un episodio di almeno quindici anni prima.

Si trovava in visita dalla sorella Charlotte e, di ritorno dalle compere, passava da una stradina che aveva due soli grossi palazzi, a poca distanza l’uno dall’altro, rosso scuro e verde rame rispettivamente.
Davanti al portone del palazzo verde c’era un postino, con una bicicletta e tre buste delle lettere fra le mani. Le esaminava con la fronte corrugata, rigirandosele con nervosismo fra la destra e la sinistra.
Davanti al portone del palazzo rosso, due donne con le braccia sui fianchi stavano commentando qualcosa a bassa voce. Accanto a loro, due grossi sacchi pieni di bucato, Dio solo sa se sporco o già lavato.
Il postino le aveva notate e subito aveva domandato nella loro direzione:
– Le signore sanno dove abita un certo Ninis?
Quelle si erano girate e con prontezza la più bassa di loro aveva detto:
– Ninis, palazzo verde. Secondo piano. È il vedovo della cara Franda – aveva aggiunto poi, come se fosse quella l’informazione principale per riconoscere il buon uomo.
– E Tozseds, dite, secondo piano anche lei?
– Ah no, Tozseds primo piano, è la figlia del calzolaio che ha la bottega dietro la chiesa – si era intromessa l’altra.
– Grazie, signore mie. E poi ho un telegramma per Pitroipa.
– Pitroipa sono io – si era sorpresa la più bassa delle due. – Un telegramma per me?
– Sissignora, dalla capitale.
– Cielo!
– Chi ti manda i suoi ossequi, vecchia mia?
– Deve essere Damian, mio figlio – stava intanto mormorando la donna, allungandosi verso il postino. – Date pure.
– Una firma qui, signora, e la data di oggi in fondo.
– Che giorno è oggi?
– Sei dicembre.
– Grazie molte. E come si scrive Pitroipa?
Isidoros Dukas, intuendo la situazione, si era avvicinato a loro.
– Permette, signora? Non ho potuto fare a meno di sentirla mentre passavo di qui. Posso firmare io a nome suo, se non è capace di scrivere.
– Sarebbe davvero gentile da parte sua – aveva prontamente detto lei, con gli occhi già umidi dalla curiosità.
Il postino gli aveva passato la penna nera e la donna stava intanto aprendo il prezioso plico.
– Il signore saprebbe per caso anche leggere? – si era azzardata a domandare con un filo di voce.
La sua comare e il postino avevano teso le orecchie.
– Naturalmente, signora. Dia pure.
Lei gli aveva consegnato il foglio di carta con solennità. Le aveva sentito distintamente tremare le dita mentre prendevo la missiva.
– Primo dicembre.
– Ah, la settimana scorsa!
– Come speravamo, stop. Vasilios, stop. Tre chili e mezzo, stop. Verremo con Roza venerdì, stop. Abbracci, stop.
– Sia lodato il Signore! Verranno!
– Cara signora, si ricorda che oggi è venerdì?
– Venerdì? Di già? Santo cielo, devo rientrare… Annet, presto, consegniamo il bucato! Ma prima, signori, perdonatemi…
E la donna aveva preso a frugare nel sacco più grosso, cavandone fuori una cravatta blu e un papillon nero.
– Non si accorgeranno mai che sono spariti. Prendete! Uno ciascuno, per la vostra gentilezza.
Isidoros Dukas aveva scrollato il capo.
– Signora mia, non è necessario. Non si cacci nei guai proprio oggi, vada a casa.
– Ha ragione – gli aveva fatto eco il postino. – Ho fatto solo il mio lavoro.
– Non ha fatto solo questo, mi creda! Mi ha appena fatto sapere che Vasilios è nato! Se lei sapesse quante angosce prima che Maria partorisse… Tenete, scegliete quello che più vi piace! Vi dico che non se ne accorgeranno.
Ma Isidoros Dukas aveva già restituito il telegramma e infilato le mani nelle tasche dei pantaloni.
– Buona giornata a voi tutti. E auguri per suo nipote, signora – aveva aggiunto riprendendo la passeggiata.
La signora aveva forse provato a dire qualcosa, ma Isidoros con la coda dell’occhio aveva visto Annet prenderla per un braccio nel tentativo di fermarla.
Prima di svoltare a sinistra verso la piazza, Isidoros Dukas aveva gettato un’occhiata in direzione del palazzo verde e del palazzo rosso.
Il postino era ancora lì, ma già appoggiato al manubrio della sua bicicletta. Annet stava rimettendo qualcosa dentro al sacco più grosso e l’amica, con la voce rotta, stava giusto iniziando a gridare:
– Dio benedica tutti quanti!

Isidoros Dukas spezzò fra i denti un’ultima mandorla prima di mettere il piatto nel lavello. Avere la capacità di ricordare ogni episodio legato al suo passato con tanta meticolosità aveva sempre qualche conseguenza emotiva.
Per esempio, quel neonato, Vasilios, doveva essere ora un adolescente, si ritrovò a pensare. E sua nonna, chissà, forse lavava ancora il bucato nella stessa via di allora. Magari aveva fatto amicizia con il postino e di tanto in tanto raccontava alla fida Annet che progressi facesse il nipote. Probabilmente Roza era ancora una bella donna, e Damian poteva avere avuto il tempo di insegnare alla madre a leggere e a scrivere.
Non c’era modo di chiederlo a loro in prima persona, se non provando a inviare un telegramma alla famiglia Pitroipa, indirizzo approssimativo e tanta fortuna da appiccicare accanto al francobollo. Pure ammesso che la missiva venisse recapitata, la signora avrebbe faticato a riconoscere il mittente, e per il resto dei suoi cari Isidoros sarebbe rimasto un estraneo. Un vecchio messaggero incrociato per caso come, d’altra parte,  lo era stata per lui quella donna all’epoca.
Come se non bastasse, sua sorella non abitava più in paese, né era possibile risalire all’elenco telefonico degli abitanti del posto, dato che la zona non contava più di tremila anime, tutte nemiche delle bollette e del progresso. Chi aveva coraggio, un mezzo di trasporto e due gambe andava da sé in città all’occorrenza, gli altri si limitavano a leggere i giornali, ad ascoltare la radio, a riunirsi accanto alla televisione del quartiere nei finesettimana.
Isidoros Dukas a quel punto controllò l’orologio e notò di essere quasi in ritardo, così spense in fretta il computer e insaponò il piatto sotto l’acqua tiepida. Si asciugò le mani alla buona, raggiunse a grandi passi l’ingresso e imbracciò la valigetta, pronto a oltrepassare l’uscio.
Quando aveva già la mano sulla maniglia, però, si fermò.
Lasciò cadere la valigetta, fece dietrofront fino alla cucina e guardò meglio il calendario da parete. Si era in novembre e la scelta del mese, stando a quanto segnalava una piccola nota in calce, era ricaduta su Amedeo Modigliani. Nudo sdraiato, olio su tela, datato 1917-18. Isidoros Dukas lo scopriva per la prima volta sabato 13 alle ore 9:36, con la bocca incurvata in una smorfia. Sfogliò le altre pagine a ritroso senza esitare, la bocca sempre più flessa, finché il quadro di gennaio non lo guidò a formare un cerchio perfetto con le labbra. Disorientato, si picchiò la fronte con due dita e si sforzò di farsi venire un’idea.
Accese il computer e inserì la password, strofinandosi intanto il mento come a voler grattare via l’insicurezza. Comprò un biglietto per la corriera e calcolò le miglia che avrebbe dovuto percorrere a piedi, appena arrivato al capolinea della tratta. In media avrebbe impiegato un’ora e mezza sulle quattro ruote e altre due di cammino, per riuscire nell’impresa. Solo andata, naturalmente. Se fosse partito con la vettura successiva, si sarebbe ritrovato nella stradina verso l’ora di pranzo. Sarebbero bastati quaranta, cinquanta minuti di sosta, nel caso più fortunato – per dire cosa?, rifletté, e a chi? Non aveva importanza.
Per assicurarsi che la vita avesse fatto il suo corso anche laggiù, ecco, e che uno di loro sapesse dirgli che fine avesse fatto la stradina di Delft, o la stradina del paese in cui Annet e il postino avevano forse accettato una cravatta in dono, una quindicina di anni prima – e poi sarebbe rincasato. Per l’ora di cena sarebbe stato a tavola e avrebbe risposto al telefono alla sorella, per confermare che al lavoro era andata come al solito e che la sua salute non era peggiorata. Lei, tanto, non avrebbe chiamato prima delle nove e mezza, perché prima avrebbe dovuto mettere a letto Joshua e portare un piatto di minestra a suo padre, all’altro capo della strada.

Il freddo e il buio che lo avrebbero accompagnato al ritorno non lo spaventavano, quantomeno non più di quell’enigma da sbrogliare. Preparò anzi la giacca a vento e l’ombrello, e si infilò gli scarponcini sopra lo zerbino. Per sicurezza scelse anche una sciarpa e un cappello di lana da portare con sé. Infine, riprese la valigetta, abbassò la maniglia e uscì.

In cucina il calendario ondeggiava ancora per la furia con la quale era stato riposto e, per un’inspiegabile distrazione, mostrava le indicazioni per il dicembre successivo. La scelta del mese, stando a quanto segnalava una piccola nota in calce, era ricaduta su un quadro datato 1657-58, ma Isidoros Dukas lo avrebbe scoperto solo più tardi, quella sera, mentre si svuotava le tasche dei pantaloni e decideva di cuocersi una fetta di carne per rifocillarsi dalla lunga scarpinata.

 


 

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per
Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all’estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015, collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto Vladimir’s Blues con la Aulino Editore nella collana Coup de Foudre, mentre con L’uomo di colore è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove sta svolgendo il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.


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