Credere, obbedire, combattere

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«Non era questo l’ordine che ti avevo dato!».
Così iniziò a ringraziarmi quell’animale. Il tenente Giacomo, pezzo di merda, Di Stefano. Disse che non valevo neanche le pallottole che avrebbero dovuto usare per fucilarmi. Chi se ne frega, io ho fatto quello che andava fatto.
«Bisogna uscire, aggirare la vecchia casa cantoniera e vedere di recuperare i feriti».
La sera, appena si fece buio, aveva ordinato di procedere al recupero. Eravamo incappati in un serrato assedio da parte di due postazioni incrociate di Mauser MG 42, che sputavano come draghi dalle fosse nascoste nella boscaglia. Stavamo salendo sul fianco sud di quella maledetta collina, per raggiungere il borgo, dove il Comando aveva segnalato sacche di resistenza ancora attive. Dovevamo eliminare anche quell’ultimo ostacolo, che si frapponeva tra il nostro battaglione e la cittadina ancora da liberare, che sorgeva sull’avanzata del fronte alleato.
Ci avrebbe appoggiato da ovest anche un battaglione inglese, che cannoneggiava sulle postazioni nemiche già dalla mattina. Loro, i bastardi crucchi, continuavano con la tenacia tipica degli imbecilli a combattere anche contro gli ex alleati. Pur di non mollare un solo metro erano disposti a tutto, oltre ogni ragionevole determinazione. Ma, anche se con difficoltà, li stavamo snidando dalle loro tane.
Sono fatti così, dagli un ordine e lo eseguono, anche se non credono in quello che fanno, anche se l’ordine sembra fuori da ogni logica. Lo fanno, obbediscono. Sono tedeschi.
Invece, anche col rischio di finire alla corte marziale, dai un ordine a un italiano, e d’istinto, per la ribellione innata scritta nei suoi geni, valuterà per lo meno l’opportunità e il significato di quell’ordine. Chi te lo sta dando, e perché.
Mi sono detto, questo oltre a essere uno stronzo è pure idiota. Pensava che saremmo dovuti uscire, solo perché coperti dal buio della notte, a rastrellare i compagni che le sventagliate delle mitragliatrici avevano steso a terra.
Era poco prima del tramonto, non sentivamo più il vento freddo che quasi congelava il sudore, e avanzavamo, sparsi su una fila di un centinaio di metri, sul fianco della collina in leggera pendenza, coi suoi campi di sulla e gli arbusti che punteggiavano le coltivazioni. Stavamo arrivando alla strada che porta in paese. Eravamo venti.
Ora, al riparo della cascina, siamo dodici, di cui tre feriti, più il tenente, Giacomo, stronzo, Di Stefano.
Sono passate quasi cinque ore da quando i bastardi ci hanno attaccato, e otto dei nostri sono rimasti là, lontani da noi e da ogni speranza. Ho già visto coi miei occhi quando ti becca uno di quei proiettili della MG. Se, per tua sfortuna, non ti abbatte all’istante, allora inizi a pregare di morire prima possibile.
Due dei compagni, solo qualche ora fa, al suono della prima raffica, stavano correndo accanto a me, e poi li ho visti come tagliati in due dai denti di piombo rovente di una lama invisibile. Io ero appena scivolato sul muschio che ricopriva una roccia, messa lì apposta per salvarmi la vita. Ho il mento spaccato, ma sono ancora vivo.
Lui ci ha ordinato di uscire. In tre, per vedere di recuperare qualcuno dei nostri che forse poteva essere ancora vivo. Solo che avevamo fatto una corsa di almeno cento metri, per metterci al riparo dal fuoco incrociato delle due Mauser. Loro, i ragazzi, erano rimasti a terra, ed erano lontani da noi. Chi era ferito avrebbe solo voluto morire. Ma dopo tutte quelle ore, nessuno di loro avrebbe potuto essere ancora vivo. Come li avremmo riportati indietro? Saremmo usciti in tre per recuperare forse uno solo degli otto ragazzi caduti. Forse uno solo, e pure ferito gravemente, che non avrebbe avuto comunque alcuna assistenza medica immediata. Uno che avremmo dovuto riportare al campo avanzato, dove il reparto di sanità della brigata operava a pieno ritmo. Ci saremmo esposti di nuovo alla furia del piombo e alla ostinazione dei crucchi.
Scelse me e due altri ragazzi, poco più che ventenni. Se fossimo usciti allo scoperto e ci fossimo allontanati dalla cascina, verso le postazioni tedesche, il plotone di Di Stefano sarebbe rientrato al Comando con soli nove uomini. Un autentico stronzo. Voleva l’azione da eroe, da raccontare al comandante. E comunque, a essere ottimisti, lui ci avrebbe scortato fino al primo avvallamento, dove la pendenza si spezzava di nuovo per risalire verso le Mauser.

Gli ordini non si discutono.

Vero! Quando vengono da gente con la testa, che sa, almeno in parte, quello che fa. Il tenente, stronzo, Di Stefano, aveva sempre dimostrato la sua inefficienza, la sua imbecillità con le stellette, e la sua arroganza ignorante e pretenziosa, in ogni occasione. Non si era mai fatto mancare una parola, un apprezzamento o un commento che gli arrivava dietro le spalle, da uno dei nostri compagni, per una delle sue iniziative idiote, prese durante un’azione o un rastrellamento o un avanzamento. Non c’è niente di più devastante di uno stupido che prende iniziative. Gli piaceva comandare e soprattutto dare ordini. Più erano stupidi e inutili, più andavano eseguiti alla lettera. Sbraitava solamente per il gusto di infastidire o di costringere i suoi all’obbedienza.
Ma quella sera probabilmente aveva oltrepassato ogni limite.
Ai ragazzi stanchi, affamati e, soprattutto, provati dalla perdita dei compagni con cui per tanti mesi avevano condiviso la loro vita e le indicibili sofferenze, aveva osato, per tutto il pomeriggio, continuare a dare ordini inutili, privi di efficacia e senza scopo. Ci diceva di spostarci di pochi metri, stando sempre al riparo dell’alto muro di cinta della cascina. Di cercare, all’interno della vecchia casa abbandonata, se magari c’era qualcosa di interessante. Di pulire a turno le nostre armi, non si sa bene con quali strumenti. E cose altrettanto inutili, in attesa dell’ordine che aveva in mente di dare al calare del buio.
Nessun tipo di rapporto, più confidenziale di quello, era attecchito tra lui e noi nel corso di questi mesi. “Ragazzo”, ci chiamava, con tono di voce arrogante e odioso, per darci un ordine. Non usava mai i nostri cognomi, e forse non li conosceva e non gli interessava ricordarli neanche. La cosa non mi disturbava. Anch’io, invece che signor tenente, avrei preferito chiamarlo signor Stronzo, ma non potevo.
Stavo seduto, appoggiato con le spalle al muro della casa. Scomodo e abbastanza infreddolito, in attesa di una soluzione che non si prevedeva. Un aiuto, un arrivo di rinforzi che ci avrebbe liberati da quella morsa immobile nella quale eravamo condannati dal pomeriggio. La radio da campo era a tracolla del sergente, ma era a quasi cento metri da noi, forse fracassata dalle mitragliatrici, ma comunque inservibile. Non potevamo chiamare il Comando. Dovevamo aspettare, non si sa cosa, e sperare.
Però, quando quella sera, come dal nulla si rivolse a me, mi sentii strappato dal senso di quiete in cui mi crogiolavo e nel quale bivaccavamo tutti già da qualche ora.

«Ragazzo, tu e voi due. E’ già buio, bisogna uscire a recuperare i feriti».
Alzai gli occhi e lo trafissi con lo sguardo distante, di chi ascolta per la prima volta un suono scomposto e innaturale. Come se non riuscissi a capire le parole che aveva appena pronunciato, usando quel tono di inconfondibile arroganza.
Era un ordine. E gli ordini bisogna eseguirli. Si deve obbedire agli ordini.
Qualcosa iniziò a salire dallo stomaco alla gola ma passò prima dalla mia testa. Un viscido serpente, acido di rivolta e alimentato dall’odio, svolgeva le sue spire dentro di me. Avrebbe agito, prevalendo incontrollato quasi a mia insaputa? Sarei riuscito a correggere, in quei pochi istanti, la sua indole? Con la forza di volontà, l’avrei riportato alla ragione e avrei obbedito, con rassegnazione.
Guardai gli altri due bersagli che Di Stefano stava coinvolgendo nella sua idea. I ragazzi al mio fianco, anch’essi abbandonati sulla polvere di quel cortile, in quella campagna dimenticata da Dio. Stravolti, i loro sguardi comunicavano, forse come faceva il mio, una totale indifferenza. Erano poco più che relitti.
Non passarono che pochi secondi, e il bastardo, colpendo con un calcio lo scarpone del mio compagno, ripeté con tono ancora più energico quelle parole, che alle nostre orecchie si rivelavano così irreali.
Mi alzai lentamente e feci cenno a quei due di fare lo stesso. Ci guardammo negli occhi tra di noi, e una collaudata intesa ci illuminò.
Il tenentino si avviò, sui suoi passi da imbecille, sicuro di essere seguito. Prendemmo i nostri fucili e, in una fila scomposta e distanziata, calpestammo le sue orme fino al muro di cinta. I rumori dei nostri passi, e del metallo dei ganci e delle stringhe che strisciavano sulle armi, ora sovrastavano il buio che ci avvolgeva. Rimaneva solo qualche isola di luce, intorno ai fiammiferi accostati alle sigarette, che i superstiti consumavano a ripetizione.
L’ordine andava eseguito.
Estrasse la sua pistola dalla fondina, confermando ancora una volta la sua stupida arroganza, dato che il mitragliere più vicino doveva essere ad almeno cento metri di distanza, ed era comunque avvolto nella completa oscurità. Uscì attraverso le rovine, che un antico colpo di mortaio aveva

accumulato alla base del muraglione, e si diresse strisciando verso il campo di sulla. Il tipico gesto di comando della mano, per richiamare il suo esercito dietro di lui. Un idiota da cinematografo, ritratto in una pellicola nella quale mancava l’immagine della sua testa, forse proprio perché non c’era mai stata.
Lo seguimmo in silenzio strisciando, mentre fissavamo lo sguardo verso le postazioni. Non le scorgevamo ancora, o almeno così ci sembrava. Gli arbusti ci impedivano la visuale completa, ma i cecchini, dalle loro posizioni più elevate, avrebbero potuto vederci prima che noi vedessimo loro.
Giunti alla prima conca, si acquattò ancora di più e ci fece cenno di proseguire. Poi, muovendo la mano libera, rimestò l’aria, come a dirci di cercare intorno, fece pure il gesto imbecille di portare due dita agli occhi, alternando il movimento verso il terreno intorno. Un idiota.
Proseguimmo increduli. Dando più uno sguardo indietro, verso la protezione della cascina, che in avanti, per cercare i compagni. Dopo un tempo irragionevole, toccai quasi per sbaglio il primo, forse era Graziano. Morto. Poi mi avvicinai a Sergio, non era intero, e non vidi intorno neanche il suo braccio destro. Salendo, mentre ci avvicinavamo ancora al punto d’incrocio, dove sarebbe stato impossibile anche cercare di evitare le raffiche, vidi Amilcare. Lo toccai sulla gamba col calcio del mio fucile. Un urlo quasi mi sfuggì dalla gola ormai secca, ma riuscii a trattenermi. Mosse la mano ed emise un debole suono, incomprensibile. Purtroppo per lui, Dio non aveva ascoltato le sue preghiere, era ancora vivo.
Gli altri due compagni stavano concludendo il giro di perlustrazione e li vidi avviarsi carponi verso il viottolo che conduceva al muro della cascina. Lo stronzo forse era ancora rintanato nel suo fossato privato, al riparo, e vigile sulla scena di guerra. La sua guerra di merda.
Amilcare non poteva rimanere lì, era più che sofferente, era più che ferito, niente lo avrebbe potuto salvare. Tirai indietro l’otturatore, sentii la cartuccia salire dal caricatore nella camera di scoppio, il rumore dell’operazione mi sembrò assordante, ma evidentemente i crucchi non sentirono niente. Riportai avanti l’otturatore e misi il colpo in canna, mi spostai sul fianco, disteso accanto ad Amilcare. In quell’istante aprì gli occhi e mi guardò con gratitudine. Mentre una lacrima, l’ultima, gli scorreva sulla guancia, aprendosi la strada tra il fango che gli ricopriva la guancia, feci fuoco. Gli rimase poco della testa, ma era salvo. Non avrebbe sofferto più.
Il rumore esplose nella valle, la vampata dovettero vederla anche i mitraglieri che, presi alla sprovvista, si ridestarono dal loro torpore e mandarono una prima raffica che crepitò assordante verso le nuvole che ammantavano il cielo di gennaio. In una frazione di secondo scattai in piedi e corsi a perdifiato verso la cascina, scivolai e caddi, mentre una seconda raffica andava a martoriare ancora il corpo di Amilcare, accanto al quale, quelli delle Mauser, avevano visto la fiammata dello sparo. Giunsi sotto il muro e mi tuffai attraverso il varco aperto dal mortaio, mentre sentivo ancora nelle orecchie il fischio del piombo. Mi alzai in piedi e urlai esausto e distrutto, per liberarmi dall’emozione. Mi ero salvato, e avevo salvato Amilcare.
Il tenentino non la pensò così. Mi afferrò per un braccio e mi strattonò, urlandomi contro parole che non udii.
«La consegna, in caso di rastrellamento dei feriti sul campo, è di riportare indietro quelli ancora vivi e cercare di non farsi sparare addosso. Cazzone, volevi farci ammazzare tutti? Perché hai sparato?».
Lo fissai negli occhi, «Ho salvato un ragazzo, era Amilcare. Amilcare Cremonesi, aveva ventitré anni. Ora non soffre più. Ho disobbedito!».
Di Stefano sembrò preso da uno spirito maligno che tentava di venire fuori dai suoi occhi. Era sbiancato, e terrorizzato dalla mia aggressione e dalle mie parole, aveva compreso la mia rabbia. Aveva paura.
Lo spinsi ancora di un paio di passi, mentre indietreggiava sconvolto e non reagiva. Alzai la canna del moschetto e con calma, guidato dalla ragione, armai l’otturatore.
«Ragazzo», gli dissi, «porta con te quegli otto compagni che non hai saputo salvare».
Aveva gli occhi sbarrati e le braccia inerti lungo i fianchi.
«Ragazzo, tra poco, qualcuno di là ti darà un ordine, e a lui non puoi certo disobbedire».
Lo colpii proprio sotto il mento, tento di emettere un suono ma gorgogliò, sommerso da un liquido molto scuro.
Avevo disobbedito e sentivo di avere riconquistato la mia vita.

 


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