Acrobazie notturne

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

È qualche anno ormai che abitiamo la notte. Essa ci appartiene come noi le apparteniamo, come se fosse un paese abitato unicamente da noi e dalla nostra segretissima passione. Credo che sia proprio nell’assenza di luce, nella chiusura totale degli occhi, che si riesca a liberare ciò che si ha dentro e ad essere sé stessi in tutto e per tutto, senza indossare la maschera più inutile e soffocante.
Così attendiamo che tutti si infilino sotto le coperte, estenuati da una giornata di lavoro circense, ci alziamo con tutta la prudenza del mondo dai nostri stretti giacigli, usciamo dalle roulotte e percorriamo, quasi in punta di piedi, il consueto sentiero sterrato che conduce sino alla perfezione della nostra unione.
Passo dopo passo, con la leggerezza dei nostri corpi agili, leggeri, tonici e snodati, ci troviamo al solito posto, in un angolino sotto al tendone, vicino alle gabbie delle tigri, le uniche, insieme ad Alfredo e agli elefanti, a conoscere il nostro segreto e a non rivelarlo a chi deve rimanerne del tutto all’oscuro. Loro che sanno, si limitano ad osservare qualche istante e poi tacciono, senza mai ruggire alla nostra vista. Riconoscono i nostri corpi, i nostri odori e la nostra abituale presenza che sa di peccato.
Alfredo è nostro cugino, il clown che cerca di nascondere l’inconfessabile, l’insonnia e i macigni che porta sulla coscienza dietro al trucco bianco e al naso rosso che indossa ogni giorno per allietare i tanti bambini e genitori che esigono di uscire con il sorriso sulle labbra. Nostro cugino dorme nella mia stessa roulotte, conosce la nostra relazione da sempre ed ogni sera mi augura la buonanotte sapendo che da lì a poco avvertirà il mio corpo sfilarsi dalle coperte e la serratura aprirsi, gracchiando in qualche modo, per permettermi di raggiungere il tendone.
Io e Leila ci amiamo da sempre. Entrambi siamo nati sotto al tendone, io quattro anni prima di lei, e siamo cresciuti insieme. Sin da bambini abbiamo cominciato a conoscere i nostri corpi, ad allenarli all’altezza, con tutte le difficoltà del caso, a flettere tutte le articolazioni possibili, a camminare sopra un filo sottile, anzi sottilissimo, e a sostenerci l’un l’altro, con la sola forza dei nostri muscoli, delle nostre leve perfette, ad altezze che pochi riescono a comprendere. Perché quando si è lassù, sembra di stare molto più in alto. Che siano una corda, un triangolo oppure dei tessuti, tutto ciò che intravedi ti appare minuscolo, a partire dalle teste di chi ti osserva estasiato chiedendosi come si faccia a eseguire numeri del genere senza provare alcuna paura. E mentre sei lassù, a così pochi centimetri da quel tetto colorato, se soffri di vertigini ti chiedi esattamente la stessa cosa.
La realtà è che ho dovuto combattere contro il terrore del vuoto sin da bambino. Ed è proprio grazie a Leila che sono riuscito perlomeno a metterla da parte, a far finta che non esista o che sia una specie di malanno di stagione per cui non ci sia vaccino. Io e lei siamo sempre stati vicini. Ad ogni centimetro, ad ogni metro che percorriamo, avvicinandoci alla cima del tendone, diventiamo una cosa sola. Le nostre mani, i nostri muscoli, i nostri nervi, i nostri respiri, persino le nostre anime, si fondono per cercare di combattere l’eterna sfida contro la gravità.
Di giorno combattiamo insieme per restare lassù, per non essere sbattuti sul suolo polveroso di questo circo che non conosce sosta. Di notte invece, combattiamo per noi stessi, per lasciarci andare, per la passione che ci portiamo dentro sin da ragazzini. Perché io e Leila ci amiamo, anche se nelle nostre vene scorre il medesimo sangue. Abbiamo madri differenti, ma nostro padre è lo stesso mostro, il baffuto domatore di tigri che preferisce le donne a quegli animali cui impartisce quotidianamente una rigida disciplina scandita da sonori colpi di frusta.
Di noi si dice che rischiamo la vita ogni giorno, ma la verità è che il rischio risiede nel cuore della notte; ci diamo un bacio, come se non ci vedessimo dall’alba del giorno precedente, come per spezzare l’incantesimo, poi ci abbracciamo e ancora ci baciamo, ovunque, lasciando che i nostri giovani corpi fioriscano silenziosi nel giardino più nascosto delle tenebre. Io e Leila viviamo quasi in simbiosi, sulla terra ma soprattutto sospesi nell’aria. Da quando sappiamo di amarci, volteggiamo nell’aria con la purezza di chi non attende altro che finire tra le braccia dell’adorato; nonostante le notti insonni, nonostante il peccato faccia breccia nelle nostre coscienze sporche.

Prima di ogni lancio, lassù, uno da un’estremità del tendone e l’altro dall’altra, ci guardiamo negli occhi e accenniamo un sorriso prima di scagliarci nel vuoto. In quel preciso istante la nostra complicità si palesa a più di dieci metri di altezza, dove nessuno riesce a inquadrare i nostri volti distesi ma soltanto i nostri corpi pronti alle contorsioni che si attende il pubblico con quelle ridicole facce all’insù.
Stupiamo la gente con questi corpi che sembrano alati, poi scendiamo lentamente tra gli applausi, lanciandoci gli ultimi sguardi d’amore all’incirca ai quattro metri di altezza, dove gli occhi non riescono ancora a vedere, e le menti a cogliere.
Tutti applaudono, qualcuno fischia di gioia, un paio di voci a chiedere il bis, come se si trattasse di una canzoncina, mentre noi scendiamo con tutta la flemma del caso per prenderci la nostra dose di gloria. Non ci teniamo molto al parere della gente. Incassiamo ogni sera parole esagerate e gesti di apprezzamento che non ci fanno né caldo né freddo. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Ormai la nostra routine è fatta di fiati sospesi, di mani che applaudono e di bocche spalancate che si socchiudono in sorrisi di stupore.
Cambiamo spesso città o paese, montiamo e smontiamo l’immenso baraccone che ci portiamo appresso, ogni volta, tutti insieme, per poi ripetere le medesime azioni in luoghi che ci appaiono sempre simili, racchiusi fra le pareti rosse e gialle del nostro immenso tendone. Ma se durante le prove e gli spettacoli tutto ci sembra tremendamente uguale, la notte, appena prima di incontrarci e di vivere la nostra vita reale, il mondo riprende a possedere tutte le sfumature che lo rendono unico. Dentro al consueto tendone, riusciamo infatti a sentirci lontanissimi dalle nostre giornate di nomade prigionia.
Così respiriamo profondamente, poco prima di vederci, come se stessimo per lanciarci l’uno tra le braccia dell’altra e poi ci uniamo nella più impegnativa delle acrobazie. In silenzio, ansimando con la prudenza di due mimi, ci concediamo l’uno all’altra, baciando ogni centimetro dei nostri corpi esili ed elastici.

Ed è stato proprio una notte che abbiamo deciso di cambiare. Così abbiamo deciso di lasciare la famiglia, il circo, gli spettacoli ed uscire allo scoperto, oltre questo tendone e le transenne che delimitano le nostre esistenze, andando a scoprire ciò che c’è là fuori, camminando per le strade come due amanti che non hanno nulla da nascondere, come un uomo e una donna che si stringono forte, coi piedi ben saldi al suolo, magari passeggiando su un marciapiede, magari di giorno, quando gli sguardi dei passanti li sfiorano soltanto per poi passare oltre, senza applausi, senza segreti e senza alcuno scandalo da rivelare.
Così la notte successiva abbiamo preso le sacche coi pochi vestiti che possediamo e siamo usciti, trattenendo il respiro e poggiando i piedi sulle punte fino alle transenne, per poi cominciare a camminare sulla banchina, mano nella mano, senza alcun bisogno di possedere una meta. Poi, leggeri come due piume sottili, ci siamo persi nel mondo reale, sicuri che nessuna acrobazia al mondo sarebbe mai riuscita a separare le nostre mani.

 


 

Massimiliano Piccolo (1982) vive a pochi passi dal Lago Maggiore. Scrive e ama viaggiare. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Pastrengo, Argo,
L’irrequieto, Inutile, Crapula e altre.

 

 


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