La sottile zona d’ombra

WhatsApp Image 2019-11-04 at 12.33.58.jpegIllustrazione di Giorgio B. Scalia

 

La sala è piena di gente. Gli occhi mi bruciano, la testa mi scoppia. L’odore stantio di sudore e deodorante viene rimesso in circolo dalle pale di quel ventilatore che mi innervosisce. La donna accanto a me gronda dal viso gocce giallastre, perle di sudore piene zeppe di crema anti-imperfezioni, fondotinta compatto e cipria opacizzante. «Ma come diamine si fa!», avrebbe detto Wilson guardandola con insofferenza. «Come diamine si fa a fare cosa, scusi?». Cazzo, mi ha sentito! L’anziana mi fissa da dietro le lenti appiccicate al viso lucido che sembra avvolto da un doppio strato di cellophane. «A spalmarsi tutta quella roba viscida sulla faccia solo per nascondere le occhiaie, perché suppongo che sia questo il suo intento. Vero?». Ecco, l’ho detto. Ho detto ciò che lui pensa. Non avrei dovuto. Avrei dovuto perseverare nella mia distrazione cercando nei suoi occhi il consenso adeguato, quell’appiglio appena sufficiente ad attaccare bottone per poi continuare a chiacchierare della mia insonnia o dei suoi nipoti assenti. «Son tre anni che nessuno di loro si fa vivo». «Non posso crederci!», avrei risposto io aggrottando le sopracciglia. «Ma davvero? Sarà mica che provano ribrezzo per quella specie di maschera che indossa?». La vecchia sgrana gli occhi, non capisco, forse ho ragionato a voce alta, forse ho indugiato lo sguardo su quello strano scurimento periorbitale che  la fa somigliare ad un quadro di Munch e che piace tanto a Wilson. Non era mia intenzione lo giuro, ma l’ho fatto soltanto per ingannare l’attesa del turno che, in questo miserabile venerdì di fine agosto, mi osserva a debita distanza senza mai avvicinarsi. Proprio come fa quel tipo in fondo alla sala che mi fissa. Mi asciugo il sudore della fronte con l’avambraccio destro, mentre apro e chiudo il palmo sinistro per sgranchire le dita. La ricetta mi cade di mano e ne approfitto per spostarmi dalla parte opposta della sala d’attesa dove, immobile, c’è l’uomo che continua a guardarmi. Wilson fa finta di nulla, ma so che è geloso. Lui pensa, elabora, poi ci ripensa, rimugina, e fin qui niente di male, se non fosse che poi mi costringe. Mi obbliga a dire tutto, a farlo a voce alta, facendomi rischiare la denuncia. L’infermiera esce dallo studio e inizia a chiamare l’appello. Ha un foglio tra le mani, lo stringe al seno prorompente, glielo invidio, i miei occhi cerchiati sostano a lungo su quelle morbidi colline. È imbarazzante, lei fa finta di niente e inizia a elencare i nomi in ordine di prenotazione. «Presente», dico sventolando quella ricetta sulla quale io stessa avevo stilato una sintesi perfetta di questa strana mania. Emetto un vagito, un preludio al piacere. La sala s’ammutolisce. Anche il ventilatore rompipalle si blocca in quel preciso istante! Tutto è sospeso: il mio respiro, la goccia di sudore zeppo di maquillage della vecchia, la lista tra le mani dell’operatrice che, mentre mi fissa sbalordita, invece di coprire la scollatura oscena, sfiora la zona buia sotto gli occhi, quella terra di nessuno lungo la quale la pelle trasparente potrebbe assottigliarsi fino a spaccarsi del tutto. «Mi segua», dice lei. Lo studio è luminoso, un uomo in camice bianco è seduto in poltrona. Lo guardo in faccia, non è male. Wilson mi suggerisce di osservarlo bene, perché sembra che anche lui abbia quelle meravigliose mezzelune appena sopra gli zigomi. Lo scruto e rimango estasiata da quell’ imbrunimento intenso, quel luogo sacro di fede e perversione in cui potrei persino lasciarmi andare al piacere supremo. Lui ricambia lo sguardo e sorride. Le zampe di gallina incorniciano ad arte i lembi di pelle viola, quell’irresistibile carne sottile che desidero sfiorare con le labbra, leccare. Mi siedo docile e in un istante la mia mente è in sala d’attesa. Rivedo l’infermiera, la vecchia e il maniaco che mi fissa. Anche loro portano i segni, ma vedi, caro Wilson, questi sono diversi, sono vivi, quasi riesco a percepirne i battiti sotto le palpebre. È lui che voglio. Il dottore stira con le mani la diagnosi che gli porgo come un automa, senza rendermi conto di averla accartocciata durante l’estasi. Mi chiede chi sia questo Wilson e da quanto tempo sento la sua voce. Borbotto qualcosa cercando di non guardargli le occhiaie, per le quali provo una forte attrazione. «Posso toccartele?». Wilson dribbla con insistenza la mia volontà di non andare oltre l’immaginazione ma questa volta esagera davvero. «Prego?», risponde il medico sfiorandosi i cerchi ipnotici che gli segnano i bulbi oculari attorno ai quali orbito come un satellite in avaria. «Avanti, sono tue, coraggio, prendile!». Wilson s’insinua nell’orecchio, nel cervello, batte dentro le tempie come un martello pneumatico sull’asfalto rovente. Mi avvicino, lo tocco, gli accarezzo gli zigomi. Poi salgo più su, poco prima della palpebra inferiore e con l’indice insinuo la zona d’ombra di sinistra, la penetro. Wilson è geloso, mi riporta all’ordine urlandomi di smettere immediatamente. Guardo il medico e le sue occhiaie prendono a battere forte sotto la pelle sottile, cresce veloce il mio desiderio di possesso. È mio, penso. Salto addosso a quell’uomo cercando disperatamente un giaciglio, una porzione d’ombra dove potermi riparare dal caldo bestiale di questo miserabile venerdì di fine agosto.

 


 

Paola Curia nasce a Bologna nel 1978. Scrive il primo racconto all’età di nove anni e da allora non è più riuscita a perdere il vizio! Pubblica il primo libro, ”Diario terapeutico di una pluripara alla ricerca dell’equilibrio perfetto” (Falco Editore), nel 2017. Cura la pagina di racconti, Infotales, sulla rivista mensile cosentina Infonight, ha pubblicato un racconto breve sulla Rivista Il Loggione Letterario, un racconto isterico sulla Rivista L’Irrequieto e un racconto per la Rivista Toscana Sguardindiretti.

 

 

 

 

 


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