Note a margine #0. La Pecora Elettrica

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E pensare che ero così contento di far partire questa rubrica. L’idea era quella di dialogare direttamente con voi lettori mentre tento di suscitare un sorriso, analizzando le ipocrisie socioculturali del momento. Il tutto condito da una sana dose di autoironia e predestinazione cosmica.

Sarebbe stato figo, e forse lo sarà anche. Però il caso ha voluto che questo primo articolo dovesse caricarsi dell’angoscia della serietà.
Immagino che la maggior parte dei lettori di questa rivista sia composta da persone più o meno istruite – a differenza di chi scrive – quindi saprete già che, qualche giorno fa, dei mafiosi-criminali-pezzi di merda hanno inzuppato un motorino di alcool, lo hanno scagliato all’interno di un locale chiamato La Pecora Elettrica e gli hanno dato fuoco.
Quel locale era un caffè letterario antifascista, ed era già stato devastato da un incendio il 25 aprile di questo stesso anno.
Ora… io non voglio fare la paternale a nessuno. Perché, alla fine, chi cazzo sono? Nella vita ho imparato soltanto a mettere due parole in fila, una dietro l’altra. E neanche con tutta questa originalità. Quindi fanculo la paternale. E non vi darò neanche ulteriori chiarimenti per capire bene cosa sia successo, perché se mi state leggendo c’è una possibilità del 98% che abbiate una connessione internet attiva, pertanto switchare su Google per trovare informazioni sull’accaduto dovrebbe risultare semplice e immediato.
E non voglio rivolgermi ai proprietari del locale per almeno due motivi:
Prima motivazione: alla fine, io, chi cazzo sono? Non ho mai preso neppure un caffè a La Pecora Elettrica. Non conoscono la mia faccia, non hanno idea di chi sia. Ogni tanto potrebbero trovare il mio like su Facebook, ma niente di più. Se una tragedia simile capitasse a me, e trovassi un editoriale sull’accaduto scritto da un completo sconosciuto, credo che commenterei con un sano: «Ma questo che cazzo vuole?».
Seconda motivazione: Ma alla fine, io… chi cazzo sono?
Credo che la cosa migliore da fare sia rivolgersi direttamente agli ignoti che hanno commesso il gesto. Perché da nullità a nullità ci si capisce. Cercherò di farlo nella maniera più spontanea e pacata possibile, giusto per rimarcare la sottile differenza tra me e loro. Tipo…

Esimie teste di cazzo,
spero vivamente che questa lettera possa trovarvi in pessima salute.
Tuttavia, confido che qualcuno a voi caro (che, se esiste un Dio, è sicuramente l’unico stronzo che vi abbia mai voluto bene), sia sufficientemente in salute per leggervela. Capitemi, per me è naturale dare per scontato il vostro analfabetismo ma – intendiamoci – chi potrebbe trovare il coraggio di bruciare una libreria, se non chi non vede altro che strane linee quando apre un libro?
Credo che, malgrado tutto, non siate altro che dei codardi. E io posso dirlo con una discreta sicurezza, in quanto sono codardo anch’io. Perché non mi sono mai schierato contro di voi, non ho mai provato a scardinare un sopruso, non sono mai andato a coltivare le vigne sui territori confiscati alla camorra. Quelle stesse terre che potevi respirare in un calice di bianco, da bere in compagnia, nel locale che voi avete distrutto.
Quindi sì, sono un codardo.
La bella notizia è che ne so riconoscere uno quando lo vedo, anche se indirettamente. Tipo voi, tipo ora.
E, probabilmente, se chi vi sta leggendo questa lettera non è ancora collassato su se stesso, morto, liberandosi l’intestino sulle vostre scarpe bianche del cazzo, voi sarete saltati in piedi pistola alla mano urlando frasi sconnesse tipo:
– No, Frà.
– Come cazzo se permette, bro?
– C’ha detto?
Credendovi dei cazzo di gangster, magari.
Ecco, volevo dirvi una cosa.
Grazie.
Grazie di cuore.
Perché con il vostro gesto da pezzenti avete risvegliato un’intera città. Il primo attentato, quello del 25 aprile, non aveva avuto quest’enorme risonanza mediatica. Neanche le autorità erano intervenute. Mentre adesso il presidente del municipio non può non intervenire; avete attirato l’attenzione del Ministro dei Beni Culturali; avete spinto i cittadini di Centocelle ad organizzarsi in ronde perché «lo stato non interviene? Ci proteggiamo da soli»; siete riusciti a far conoscere una libreria di 50 mq a tutt’Italia facendole aumentare i follower su Facebook del 380% in neanche 24 ore; siete riusciti a far organizzare in meno di 10 ore una manifestazione spontanea a sostegno della libreria alla quale hanno partecipato centinaia e centinaia di persone; avete fatto in modo che i lavori di manutenzione delle luci rotte che vi permettevano di spacciare impunemente fossero riavviati e avete permesso a un codardo come me di dirvi quello che pensa di voi, piccoli uomini soli che si credono grandi, bravi solo a far paura e, da oggi, neanche più questo.
Ricostruiremo La Pecora Elettrica. E saremo sempre di più a combattervi. Di certo, almeno da oggi si potrà dire: +1, per quel che vale.
Di nuovo, grazie.
Perché avete creduto di vincere una guerra, mentre invece l’avete solo fatta iniziare.
Sinceramente vostro,

Alessio Zaccardini

 

Per chi volesse contribuire con una piccola donazione, è stata avviata una campagna spontanea di crowdfunding che trovate al link: https://www.gofundme.com/f/pecoraelettrica?fbclid=IwAR24s6bk1srxFqLZQazsujCwPBEw5KAlq2anS5F9eQ7lY1DYEuiZXjcNn0A

 


 

Alessio Zaccardini è un eclettico che continua a fallire ma che non demorde.
Mai.
Podcaster per storielibere.fm, contributor per cruxnow.com, sceneggiatore latente, scrittore in potenza, giornalista indecente – che quindi fu un po’ tutto e non fu niente.


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