Il canto delle balene

vocedelverbo

Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Il mare, dalla sua casa, è un bisbiglio che la notte e il temporale hanno quasi elevato a rumore. Santa rannicchia le gambe al petto, stringe le lenzuola e fissa la finestra. La luce rischiara appena i frammenti di cielo incastonati tra gli scuri. Lei chiude gli occhi, ascolta le onde frangersi sugli scogli, una tempesta che sente dentro il petto e che non l’ha lasciata.
«Santa… non è tempo. Devi fare qualcosa».
Sospira al ricordo delle parole di Salvo, occhi bassi a guardare piedi nudi e sabbia. Per lei è stato come morire per un secondo. Salvo non si era accorto di nulla, aveva rialzato lo sguardo mentre Santa scrutava l’orizzonte velato di nuvole, dandogli le spalle a nascondere lacrime e delusione.
Eppure non è sempre tempo per le cose belle?
Avrebbe voluto chiederglielo, ma il suono della sua voce era svanito a contatto con l’aria, catturato dalla nebbia che a poco a poco muoveva in direzione della costa. A Santa, fino ad allora, era sempre piaciuto rimanere in disparte, ricevere attenzione solo per un attimo, come un foglio di carta che danza nel vento prima di sparire dietro l’angolo.

Questo, però, è diverso. Lo sente. Lo vuole.

 

D’improvviso il gracchiare stonato della radiosveglia risuona nella camera. Santa deve tornare al lavoro, ha il turno del mattino. Sbadiglia, allunga le braccia verso il soffitto quasi volesse staccare il corpo da terra e volare via lontana. I muscoli protestano, i capelli arruffati provano anche loro a sfidare la forza di gravità. Poi indossa jeans, una maglietta bianca ed esce di casa con lo zainetto in spalla. Sua nonna è già lì, aspetta seduta su di uno sgabello accanto alla porta d’ingresso, i grani del rosario stretti tra le dita nodose. Sei rintocchi di campana, tra poco, la desteranno da quel sonno apparente e le daranno il via per andare a messa. Santa la guarda, sorride e s’inchina a baciarle la guancia sinistra. La nonna socchiude gli occhi, come per concentrare tutta la sua attenzione sul tocco delle labbra di sua nipote sulla sua pelle. Annuisce lenta e osserva Santa salire sulla Vespa parcheggiata in strada. Ricorda il giorno in cui è nata prematura, pareva spersa dentro la culla mentre lei, attraverso un vetro, percepiva la difficolta e la tenacia con cui emetteva ogni singolo respiro, con le manine strette a pugno, in posizione di lotta contro il mondo, come adesso.
Santa intanto è già lontana, guida lentamente, l’asfalto è ancora bagnato, evita le pozzanghere che riflettono i primi raggi del sole e passanti che corricchiano assonnati. La Vespa è quella del padre. Ci saliva anche da bambina per andare al mare con lui, aggrappata stretta alla camicia, la guancia contro la sua schiena, immaginando di essere una principessa sul destriero di un cavaliere. Il semaforo lampeggiante la distoglie da quei pensieri. Alla fine del paese, la strada devia verso l’entroterra e costeggia l’ospedale. Un brivido scuote Santa da testa a piedi. L’altroieri, all’appuntamento, non si è presentata. Ha telefonato alla dottoressa soltanto dopo.
«Sono Santa, ho deciso di tenerlo».
Non ha aggiunto altro. Poi ha spento il cellulare, urlato, pianto, vomitato come durante le gite in barca, quando soffriva il mal di mare. E quando Salvo, la sera, le avrebbe chiesto se fosse tutto a posto, lei avrebbe annuito senza parlare e, in un certo senso, senza neanche mentire.
L’autogrill appare subito dopo il tornante, in penombra, silenzioso, il parcheggio quasi vuoto. Santa si cambia in fretta nello spogliatoio deserto e raggiunge il bancone. Saluta le colleghe con un semplice cenno della testa, le labbra serrate in un mezzo sorriso.
Loro non sanno nulla.
Vacilla un attimo, si regge alla macchinetta del caffè e poggia una mano sul grembiule, appena sotto l’ombelico. Parla sottovoce, vuole che la bimba – è convinta sia femmina – inizi ad ascoltare la sua voce, anche se non può ancora capire le sue parole. Forse ascolterà con gli occhi chiusi, forse quei suoni arriveranno filtrati dal liquido amniotico, soffusi, sussurri dolci come una ninna nanna, come il suono di un violino, misteriosi come il canto delle balene.

 


 

Davide Ceraso (1976) nasce e vive a Cuneo. Ha frequentato il liceo scientifico per poi laurearsi in Scienze Forestali e Ambientali. È sposato con Edy, ha due figlie, Cloe e Camilla, e un cane di nome Alfio. Legge molti libri, preferibilmente pubblicati da case editrici indipendenti, e scrive seduto sulle carrozze di treni che lo portano al lavoro. Ha vinto numerosi concorsi letterari nazionali, un suo racconto è stato inserito nella raccolta Quartieri – La Feluca Edizioni – e altri racconti sono stati pubblicati dalle riviste Crack e Marvin. Nel 2020 uscirà il suo romanzo d’esordio edito da DZ edizioni.


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