La pioggia e la pioggia e la pioggia e l’amore

 

Il vento viene freddo in questi giorni e molto spesso piove.
Allora m’infilo fra i cespugli, oppure mi rannicchio all’asciutto nei buchi degli alberi. Guardo la pioggia che cade fuori senza sentire più nessun rumore. C’è solo la pioggia che batte e batte e batte ed è impossibile sentire qualcos’altro. Al massimo il vento ma solo se è forte davvero, altrimenti la pioggia e la pioggia e la pioggia, nient’altro. Mi sento triste con così tanta pioggia, perché mi sembra di essere rimasto solo al mondo. Solo il rumore delle gocce, nessuno che canti, come quando c’è il sole. Così mi sorprende sempre lo stesso pensiero, sempre così spaventoso: che una volta finita la pioggia volerò e volerò e volerò cantando a squarciagola, ma non ci sarà nessuno a rispondermi, nessuno a cantarmi dietro dai rami, nessuno a cantare volandomi accanto vicino abbastanza da farmi sbandare per farmi dispetto.

uccellino tronco

Non conosco pensiero più triste: cantare da solo.
È persino più triste di certe mattine d’inverno in cui apro gli occhi ed è così buio da credere di essermi sbagliato. Cantare da solo. Penso così, nascosto nei buchi degli alberi, mentre fuori diluvia. E allora mi sento triste, vorrei tanto qualcuno con me nascosto nei buchi degli alberi, così il pensiero non potrebbe venire. Ascolto la pioggia e la pioggia e la pioggia, tuttavia mi basterebbe fare un fischio per sentirne un altro vicino: mai mi accadrebbe di dover volare da solo, e volare e volare e volare e cantare io solo nel mondo. Peccato che sembri farlo apposta la pioggia di chiudermi solo nei buchi. Sento una goccia e rapido cerco un cespuglio, un tronco, qualcosa. M’infilo nel primo riparo senza pensare, e quando sono dentro e le gocce prendono a cadere e cadere e cadere io sempre mi accorgo di essere solo.

Fortuna che la pioggia finisce sempre. Com’è bello quando finisce la pioggia: sono rimasto magari per ore a sentire la pioggia e la pioggia e la pioggia schiacciarmi in un buco a pensare un mondo vuoto in cui canto da solo e ad un tratto il rumore si attenua, pian piano scompare. Intanto che la pioggia va via, divento irrequieto. Sento le penne frusciare contro il tronco. Smanio per uscire, per mettere fuori la testa e aprire le ali. Mi torna in mente il sole, com’è caldo e quanto sono piccoli gli alberi visti dall’alto, più piccoli del buco che man mano che spiove mi sta sempre più stretto. Vorrei solo volare e volare e volare. Ma è ancora un’ansia, questa mia di volare, non una voglia. Non voglio ancora uscire dal buco, perché la paura di dover cantare da solo non posso certo cacciarla così. Da ore non sento un rumore, se non la pioggia e la pioggia e la pioggia, e se ora esco e non trovo nessuno, mai più, e devo cantare da solo, io in tutto il mondo, allora è meglio morire qui dentro. Mi agito mentre fuori piove di meno, sempre di meno, contento al ricordo del sole, ma ho paura che la pioggia si sia mangiata tutto e abbia lasciato solo un silenzio mostruoso.

Fortuna che poi accade sempre. Fra le ultime gocce, d’un tratto, sento qualcuno che canta. Non può esistere un suono più bello. Schizzo fuori dall’albero, non c’è più la pioggia ed è pieno degli altri che cantano e cantano e cantano. Anch’io ho già iniziato non appena ho messo fuori la testa e neppure me ne sono accorto, sto già cantando e volo basso sul prato. Volo in mezzo agli altri, ci buttiamo a terra e saltiamo nell’erba bagnata, saltiamo nelle pozzanghere battendo le ali per stordirci del rumore che fanno insieme alle nostre voci. Com’è bella l’acqua fredda quando è ferma e non cade. Non è più la stessa che prima ci ha fatto sparire, ciascuno solo nel proprio buco, sicuro che alla fine avrebbe trovato un mondo enorme e vuoto dove volare e volare e volare senza incontrare nessuno. Com’è bello quando finisce la pioggia. Cantiamo e cantiamo e cantiamo, sicuri che il mondo è sempre stato lo stesso.

Ecco che cade una goccia e poi un’altra. Lontano si sente il rombo di un tuono. Salto e poi batto le ali, vado veloce a quel tronco vicino: ha un buco grande che ho visto da terra. Entro dentro e mi accoccolo, schiaccio la testa sul collo. Vedo fuori la pioggia che cade, una goccia e poi un’altra e poi ancora. Sento lontano qualcuno che canta sdegnato e poi frulla le ali, la pioggia lo inghiotte. Un altro canta più vicino e ha nella voce un po’ d’ansia, si sente che chiama qualcuno, poi smette e resta da solo. Come pesa la pioggia sul mondo, non sento nient’altro, non vedo che gocce. Che sarà di me quando saranno passate?
Penso al cielo azzurro con in mezzo il sole grande. Penso di volarci dentro e cantare e cantare e cantare ma nessuno risponde, anche se canto da spaccarmi la gola. Non ho mai avuto un pensiero più triste, nascosto qui dentro, e fuori la pioggia e la pioggia e la pioggia. Com’era bello cantare in così tanti da non capire più qual è la mia voce, cantare e non smettere mai finché non viene la notte. E adesso magari è finito per sempre.

Ma sento un rumore diverso. Sono ali che frullano, vicinissime. È l’unico suono in mezzo alla pioggia e la pioggia e la pioggia, è vicino. Dev’essere appena fuori dal buco che mi offre riparo. Tengo gli occhi ben fissi sulle gocce che cadono e vedo una testa, due zampe, due ali. Lei entra nel buco e canta sommessa, ha le ali bagnate. Mi muovo per farle più posto e canto anch’io, più forte che posso per non farle sentire la pioggia e la pioggia e la pioggia, per non sentirla neanch’io. Lei canta un po’ più felice, nell’ombra le brillano gli occhi. Sul becco ha una piccola macchia, mentre canto la vedo e mi scordo di cantare. Anche lei si zittisce. Sento allora soltanto la pioggia e la pioggia e la pioggia, la paura di uscire quando tutto è finito e cantare da solo, il pensiero più triste. Ma lei canta di nuovo. Soltanto per poco e con un po’ di paura: lo vedo che pensa lo stesso. Canto io, allora, ma anche lei comincia di nuovo e in un attimo le nostre voci si mischiano, non riesco a distinguerle. Allora mi scordo la pioggia.

2uccellini

Penso al cielo azzurro con in mezzo il sole grande. Noi voliamo dentro e cantiamo e cantiamo e cantiamo anche se nessuno risponde. Lei mi vola davanti e canta a squarciagola, canta e canta e canta fino a riempire l’aria tutt’intorno e io ci volo in mezzo più veloce per raggiungerla e cantarle io davanti. Lei si ferma e mi aspetta giocosa, veloce come sono la supero e canto la sorpresa delle ali che sbattono senza più volerlo, sento lei che canta dietro e ride e allora anch’io rido e mi giro, ci voliamo incontro cantando e cantando e cantando ci sfioriamo, voliamo verso terra cantando noi soli contro i prati vuoti ma non importa. Atterriamo e lei canta e salta in mezzo all’erba. Canto anch’io, la inseguo. Lei salta e batte le ali, vola dentro il cielo verso al sole e io dietro la raggiungo, le volo accanto e le faccio un dispetto e canto e rido e anche lei fa lo stesso. Cantiamo e cantiamo e cantiamo senza smettere mai.
Penso questo dentro al buco dove siamo nascosti e mentre penso, lo canto. Canta anche lei e lo vedo che pensa lo stesso. Pensiamo a noi due che voliamo nel cielo che è rimasto vuoto dopo tanta pioggia. Ci siamo solo noi che cantiamo insieme e cantiamo solo noi perché non c’è più nessun altro ma non importa. Cantiamo mentre ci inseguiamo nel cielo e mentre saltiamo nei prati, cantiamo sui rami degli alberi mentre ci tuffiamo fra le foglie che fanno rumore, cantiamo dentro i cespugli e al bordo dei fossi, cantiamo solo noi sopra gli alberi e i prati, cantiamo fino a quando viene buio e insieme ci nascondiamo nel primo buco che troviamo e ci addormentiamo subito per svegliarci non appena fa un po’ meno freddo, abbastanza da poterlo dimenticare battendo le ali come pazzi in mezzo al cielo e cantando a squarciagola.

Lei volta la testa fuori dal buco smettendo d’un tratto di cantare il nostro pensiero. Smetto anch’io di cantare, sorpreso, giro la testa per guardare dove guarda lei. La pioggia non c’è più. Da qualche parte si sente qualcuno che canta e poi un altro, e un altro ancora. Lei salta verso il buco, si ferma un attimo sul bordo, apre le ali e scompare. Mi sento triste a non averla più accanto e volo fuori e la vado a cercare.
È uscito il sole e per terra ci sono le pozzanghere. Tanti cantano sguazzandoci dentro, altri saltano nell’erba o volano cantando anche loro pieni di gioia per la pioggia che è finita. Io non canto, guardo e basta, cerco una piccola macchia su ogni becco che vedo ma non la trovo. Mi sento triste perché prima volavamo insieme nel cielo, cantando e cantando e cantando senza riuscire a distinguere l’uno la voce dell’altro. Scendo a terra e mi fermo vicino a una pozzanghera. Dentro sono in tanti a sbattere le ali per alzare l’acqua e fare più rumore mentre cantano. Una goccia mi raggiunge, mi colpisce una zampa. Sento il caldo del sole sulla testa, ricordo di quando volavamo insieme nel cielo e senza accorgermi inizio a cantare. Siamo così tanti a cantare e cantare e cantare sull’erba bagnata, nelle pozzanghere, sui rami. Siamo così tanti che non riesco a distinguere la mia voce da quella degli altri e più canto forte e più non riesco, non esiste niente più bello di questo. Salto sull’erba una, due volte. Spicco un piccolo volo fino alla pozzanghera più vicina e canto di gioia atterrando nell’acqua fredda, bellissima e ferma.

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Illustrazioni di Martina Barbini

 


 

Marco Guglielminetti è nato il 19 dicembre 1996 a Pisa, dove al momento frequenta il corso di laurea in Filosofia. 


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