La fine del topo

voce del verbo racconto

 

«Ehi Fred, che fai? Sta attento a come ti muovi, sempre di corsa!».
«Scusa Joe, vado di fretta. Devo incontrare il Capo all’angolo tra la VII e la 26^. Dobbiamo parlare».

Il placido Joe, quando le luci delle insegne rischiaravano ancora gli angoli più bui e mentre il primo chiarore dell’alba, riflesso dalle nuvole di novembre, ammantava di pallidi toni grigi l’asfalto e le facciate dei giganti di vetro e cemento, lui, Joe, stava iniziando come ogni mattina la sua giornata di lavoro.
Sarebbe stata l’ultima, ma non poteva saperlo.

Corpulento, già in età matura, ma ancora interessante agli occhi di diverse coetanee sue collaboratrici. Indossava già la sua pelliccia grigia, rat mousquet, che portava abitualmente durante tutto l’inverno. Era strabico.
Quand’era piccolo, eludendo il controllo della madre – che, bisogna dire, non eccelleva certo per attenzione, dovendo badare contemporaneamente a sei figli – aveva imboccato una stretta strada poco frequentata, e lì, prendendo un brutto scivolone lungo la balaustra umida sulla quale si aggirava per curiosare, si era appoggiato incautamente a una cassetta di derivazione piena di fili elettrici, con un teschio bianco sbiadito dal tempo disegnato sullo sportello. Era stato un attimo: la potente scossa l’aveva attraversato che pareva un paralume stroboscopico, e fortunatamente lo tramortì soltanto, scagliandolo lontano. Quando si fu ripreso dallo svenimento, la madre si accorse che Joe non metteva più a posto lo sguardo. Era diventato strabico, ma almeno era vivo.
Ora era nel commercio alimentare, si occupava di catering in grande scala. Riforniva praticamente tutti i commercianti della sua zona e aveva diversi sottoposti che lavoravano per lui. Joe non aveva una compagna fissa, preferiva la vita indipendente e libera che una città come New York sa offrire.
Ne aveva viste in tutti quegli anni, fin da quando con alcuni dei suoi fratelli, ancora ragazzo, era andato via dal Village, sull’East River. Troppa umidità in inverno, tanta malavita e troppa competizione per accaparrarsi un buon posto dove passare la notte.
Joe ora abitava proprio a ridosso di un BBQ texano sulla 26^, dal quale provenivano spesso aromi più che invitanti e dove andava a cenare almeno un paio di volte a settimana e, mentre esplorava le cucine, concludeva anche qualche buon affare per il suo catering. Da allora era più vicino al Madison, dove spesso la sera andava ad ascoltare concerti indimenticabili o a seguire eventi sportivi: boxe, basket, hockey e, a volte, altre cavolate come le convention democratiche, dove però si mangia alla grande.
Il suo obiettivo era cambiare quartiere, conoscenti, attività. Voleva trovarsi un buon lavoro che gli avrebbe permesso di vivere agiatamente e di dimenticare le umili origini della sua famiglia.

Suo padre, Misha, era sbarcato sull’Hudson, al Pier 66, dove non attraccano i grandi yacht dei miliardari. Aveva passato qualche settimana di digiuno quasi assoluto, aveva vomitato l’anima, ma era riuscito a riprendersela prima di sbarcare. Aveva scampato vari pericoli a bordo di un malandato mercantile che a dicembre aveva lasciato Danzica. Là, quell’inverno, aveva lasciato un metro di neve, per ritrovarsi tra i vicoli sconosciuti, freddi e umidi tra Chelsea e Midtown, nei quali il fango raramente era impastato con la neve, come succedeva nel grande porto polacco e perciò, quando pioveva, tutto veniva giù a fiumi. Tra un lavoretto e qualche piccolo prestito di merce da barattare coi vicini, era andato avanti tra gli stenti.
Poi aveva incontrato Susy, che sarebbe diventata la madre dei suoi cuccioli, e si erano trasferiti in quell’orrido quartiere sull’East River, fra l’acqua salmastra, la spazzatura accumulata sui moli e la violenza delle bande di giovani canaglie che si aggiravano, quasi indisturbate, fra i vicoli più nascosti, terrorizzando interi isolati.
Una sera i genitori di Joe erano scomparsi, mentre rientravano da una cena da amici del quartiere. Probabilmente rimasti vittime di un’aggressione di una di quelle bande di teppisti. Dopo un paio di giorni, lo zio Anatoliy aveva detto a Joe e ai suoi fratelli che il corpo di Misha era stato ritrovato in una pozza di catrame, su uno dei moli dell’East River. Di sua madre, invece, non si ebbero mai più notizie.

Erano passati diversi anni, e ora Joe aveva raggiunto i suoi obiettivi. I suoi sogni si erano realizzati, andava forte nel lavoro e con le femmine che frequentava si dava un gran da fare. Viveva in una delle migliori residenze del quartiere ed era conosciuto da molti. L’unico che gli dava spesso problemi era Fred, che aveva conosciuto una sera di qualche anno prima proprio al Madison Square Garden, in occasione di un concertone memorabile durante il periodo di Natale.
Fred era un politico nato. All’inizio della sua carriera aveva fatto il portaborse al rappresentante del mandamento, Bill quattro peli, che poi, un sabato notte, era sparito misteriosamente, forse per avere infastidito qualcuno dei suoi insospettabili e rispettabilissimi fiancheggiatori, o forse per aver negato qualche favore ad altri noti frequentatori del rione.
Fred si era distinto, ed era riuscito a farsi conoscere presto nelle alte sfere della Città, aveva fatto sacrifici e aveva raccontato tante cazzate alla gente che lo seguiva e che lo sosteneva. Fin quando si presentò l’occasione giusta per lanciarsi in politica da protagonista. Si candidò, ormai tre anni prima, e fu eletto. Ora era primo delegato dell’intera Midtown, uno dei più ricchi quartieri al mondo, tra Soho e Central Park.
Era uno potente, ma tutto sommato era rimasto il Fred che Joe aveva conosciuto quando era solo agli inizi, troppo impulsivo e troppo poco diplomatico.
Tutto sembrava andare per il meglio ma, come in tutte le grandi metropoli, c’era sempre qualcosa da sistemare, da migliorare, da cambiare. Le comunità che raggruppano e addensano così tanti individui in uno spazio tanto ristretto creano spesso problemi, e i problemi, in quel quartiere di Midtown, non mancavano di certo.
In particolare, c’era una questione che impensieriva particolarmente gli abitanti del distretto. Anche perché si trattava di sicurezza e, quando le cose si mettevano male, poteva trattarsi di vita o di morte.

Quel giorno aveva albeggiato a tinte grigie, di un grigio topo molto poco rassicurante. Le nuvole scure e pesanti arrivavano dall’oceano e già avvolgevano basse il grande ponte di Verrazzano, e si andavano addensando, sempre più imponenti, schiacciando le cime dei più alti colossi grigi, pieni di uffici e di luci al neon.
Per Joe, come per tanti suoi vicini, non era un bel vedere. Si trattava di una brutta situazione che poteva peggiorare da un momento all’altro. In passato, certe scariche torrenziali avevano creato non poche difficoltà nel quartiere. I tombini ostruiti, le fogne che si riempivano all’inverosimile fino a straripare, e le normali vite quotidiane sconvolte dalle inondazioni e dalla furia della tempesta.
Tante volte Joe aveva sollecitato i residenti a prendere di petto la situazione, magari dandosi da fare personalmente per mettere in sicurezza il quartiere. Andava in giro nei migliori loft, nei più panoramici penthouse, in ogni buco di fogna, raccontando dei pericoli degli allagamenti, dicendo che la situazione stava diventando insostenibile, che bisognava cambiare atteggiamento. Ma niente. Era quasi sempre un muro di gomma. I benestanti, al sicuro nelle loro residenze faraoniche, non avevano tempo e voglia di occuparsi di problemi che interessavano, semmai, i loro dipendenti. Chi, invece, abitava nel degrado ed era costretto nelle dimore più umili, non aveva il tempo né la voglia di agire. Tutti gli altri, per lavoro, passavano gran parte delle loro giornate in zone distanti, dove il problema non esisteva.
Tuttavia, prima o poi sarebbe accaduto. Tutti lo sapevano, ma pochissimi ne parlavano.
Ora, appena uscito da casa, Joe si stava avviando verso lo Starbucks sulla VI per un sopralluogo tecnico, prima che arrivassero i troppi clienti per una veloce colazione, intralciando le sue operazioni di verifica della contabilità.
Mentre camminava, non si arrischiava ad abbandonare la protezione offerta dalla muratura che raggiungeva il cielo sempre più basso che lo sovrastava. Andava anche lui di fretta, come Fred, anche se per altri motivi.

La prima grossa goccia di pioggia gli arrivò come uno schiaffo sul collo, mentre camminava spedito. Joe si schiacciò verso la parete per ripararsi, ma diversi altri goccioloni gli piombarono addosso e ai lati, mentre il pavimento diventava viscido e insicuro. In un baleno si scatenò il diluvio. Affrettò ancora di più il passo, che diventò subito corsa, e lungo il percorso, tra un gesto veloce e un saluto, incontrò tanti colleghi e amici che si affannavano anche loro a trovare un riparo o a correre verso le proprie abitazioni.
La pioggia intanto si faceva sempre più fitta e violenta. Il rumore del nubifragio copriva ora ogni cosa, dal suono dei clacson, alle imprecazioni dei tassisti, ai fischietti dei poliziotti agli incroci.
Joe aveva ormai il fiatone, era stanco impaurito, e si fece prendere dal panico mentre correva all’impazzata verso la salvezza. Raggi di luce impetuosi, dalle insegne e dai fari delle auto, lo colpivano alternativamente da ogni lato, facendo brillare le perle di pioggia attorno a lui.
Anche questa volta Joe, per ripararsi, si avventurò incautamente su un selciato rivestito di marmo, proprio come quella balaustra sulla quale era scivolato tanti anni prima.
Stavolta non trovò nessun appiglio, e fu come inghiottito da un tombino. Scomparve, semplicemente. Non si seppe più nulla di lui.

Fred, il grande Fred, non riuscì a raggiungere il Capo. Trovò riparo all’interno dell’atrio di un palazzo e si fermò in attesa che il diluvio si fermasse. Vedeva l’acqua crescere nel pozzetto di raccolta. Era preoccupato, ma voleva tenere la situazione sotto controllo. Si sporgeva di tanto in tanto per controllare, ma intorno a lui era tutto un pericoloso ingorgo di tubazioni del gas, di condotti per l’acqua calda in pressione, di fili telefonici, di fibra ottica e soprattutto di grossi cavi elettrici che si sfioravano tra loro ed erano sempre più vicini al livello crescente del canale di scolo della grande fogna, quella che passa appena oltre la galleria della linea 2.
La situazione si stava facendo veramente pericolosa.
Preso dall’istinto di sopravvivenza, afferrando il coraggio a due mani, superò con un gran balzo il largo fiume puzzolente che andava crescendo sotto di lui. Se fosse rimasto in quell’atrio avrebbe fatto la fine del topo, annegato e sommerso dalle fogne. Poi, accortosi di una piccola scala fissata alla parete all’interno di uno stretto pozzetto di areazione, iniziò a salire sui gradini arrugginiti, verso la salvezza.
Saliva e si allontanava dalla paura. Era quasi giunto all’ultimo dei gradini quando, arrampicandosi goffamente come un indemoniato, perse l’appiglio e scivolò, ma riuscì ad aggrapparsi ad un grosso spuntone di ferro che veniva fuori dalla parete. Si ferì, ma riprese saldamente la presa e iniziò a vedere la luce che arrivava dalla botola in cima. Ora sentiva nitidamente i suoni del traffico caotico che riesci a sentire solo a New York.
Vedeva, o forse immaginava le luci delle auto che riverberavano sull’asfalto bagnato, il luccichio dei paraurti lucidi d’acciaio dei vecchi taxi. Poteva sentire il rumore di pioggia torrenziale che gli veniva addosso come getti di fontana. Ma era salvo.
Mise la testa fuori dalla grata, si guardò un attimo intorno per capire dove si trovasse, e proprio mentre girava lo sguardo verso il suo marciapiede sulla 28^, su cui tante volte aveva passeggiato indisturbato nella notte, salutato e riverito da amici e conoscenti, sentì una vibrazione come di terremoto. Chiuse gli occhi, si strinse a un bicchiere di cartone che galleggiava verso di lui, e l’ultima cosa che vide, insieme al logo di Burger King, fu il copertone di un enorme camion della FedEx che gli veniva addosso. Il suo corpo grigio e fradicio ricadde all’indietro, nelle fogne a cui apparteneva. La sua testa rimase, irriconoscibile, tra le sbarre della grata, mentre rivoli di pioggia e di fango lavavano via quello che ne rimaneva.

 


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