Pisanzapra, ovvero il tempo impiegato a mangiare una banana

voce del verbo 1

Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

A L.

 

«Cosa sono questi?»
«Tortellini in brodo»
«No, no, no, c’è una bella differenza fra i tortellini e i cappelletti, e questi non sono né l’uno né l’altro»
«Scusa, ma cosa c’entrano ora i cappelletti?»
«C’entrano, perché questi assomigliano più a dei cappelletti che a dei tortellini, tuttavia non sono neppure cappelletti»
«E cosa sarebbero?»
«Questi sono cappellacci»
«Cappellacci?»
«Sì. Tu non puoi scrivermi tortellini sul menù se poi mi porti dei cappellacci; mi porti dei tortellini, se mi scrivi tortellini, oppure se vuoi portarmi dei cappellacci mi scrivi cappellacci, ma di certo non mi scrivi tortellini se non mi porti i tortellini, capite?»
«Sì, sì. Adesso possiamo mangiare?»
«Certamente»
Dagli altoparlanti nascosti in cima alle grezze colonne in mattoni con foto in bianco e nero che raccontavano vecchi aneddoti contadini, una voce calda suadente lenta e penetrante cantava La vie en roseles ennuis, les chagrins s’affacent, heureux, heureux à en mourir.

Uscito dall’osteria si incamminò per le vie del centro ripensando ai cappellacci e ai tortellini, riformulando assiomi e confutando teoremi culinari che non lo portarono a nulla. Perso nei suoi ragionamenti sbagliò strada, superò le Due Torri e la Piazza Grande e sbucò in un cortiletto dove decise di sedersi sul piccolo muro che circondava l’aiuola centrale per riordinare le idee e, mentre il freddo della sera gli intorpidiva i pensieri, la nebbia li copriva come copriva Bologna, le stelle e le luci intermittenti degli aeroplani.
Seduto al freddo, stretto nella giacca a vento, cominciò a ripensare alla conversazione avuta con gli amici al ristorante.
Uno di loro gli aveva chiesto di Laura, e lui ovviamente era stato costretto a dire che no, non stavano più insieme; ovviamente – come ogni volta in cui aveva l’occasione di parlare della rottura a qualcuno che non fosse se stesso – aveva iniziato una filippica atroce sul fatto che lui era pazzo di lei, che da innamorati tutti sono pazzi dell’altra persona e che questa pazzia è inevitabile. Lui la odiava per quello che gli aveva fatto – averlo lasciato, avergli detto da un giorno all’altro, all’improvviso, che non lo amava più –, eppure non riusciva a disinnamorarsi, a smettere di sperare che tornasse; e anche se tutti gli dicevano che non sarebbe tornata e che non doveva torturarsi così, lui ripeteva che sì, lo sapeva, ma alla fine era comunque inevitabile. Inevitabile. Ogni volta che Laura faceva qualcosa, a lui non importava se quella cosa lo facesse stare male o bene: lei era inevitabile, e quindi non era così importante.
Dopo la filippica, i suoi amici erano riusciti a cambiare argomento, ma lui li aveva ringraziati – parlarne con qualcuno che non fosse se stesso gli era utile, lo aiutava a mettere in ordine i pensieri, anche perché quando ne parlava da solo sotto la doccia aveva sempre ragione.

Lost in translation è un bel film che parla di questi due americani che si incontrano in Giappone e lui è Bill Murray. Adoro Bill Murray quando nei Tenembaum fa finta di avere il cancro. No, aspetta, quello è Gene Hackman, Bill Murray fa quello che cerca di capire il bambino. Comunque, Lost in translation è un bel film solo se piacciono i film molto contemporanei e molto intellettuali perché le lost in translation sono quelle parole intraducibili da una lingua all’altra perché non esistono nella lingua d’arrivo parole che vogliono dire la stessa cosa. E questo è piuttosto intellettuale, credo. Per dire, in malese c’è una parola che significa “tempo impiegato a mangiare una banana” e in italiano chiaramente non esiste una parola che voglia dire la stessa cosa, sempre che non si decida che forse “scatolame” o “inusitato” possano voler dire “tempo impiegato eccetera eccetera”. Ho sempre pensato che è lost in translation anche quando non riesci a capire una persona perché è intraducibile e non esiste un sentimento corrispettivo che conosci bene in grado di equivalere il suo. Forse con laura è stato così perché perché perché era inevitabile. O boh, forse era malese.
Certo che Bill Murray è forte, però.

Il mattino dopo si svegliò scontento e barcollò fino al bagno come se una sbronza colossale lo avesse espugnato e sconfitto – ricordò, appoggiato allo stipite, quella volta in cui entrò quasi in coma etilico per colpa del barbera e seguì una serata piuttosto scabrosa – o come se fosse su una nave o appena sbarcato, ancora in sintonia con il rollare del ponte e le onde bianche di schiuma e spumante appena stappato – sbronza e mare si trasformarono nella ceramica fredda del gabinetto e nelle piastrelle blu chiaro del bagno, dondolanti come caleidoscopici ghirigori figli di acidi.
Mentre era seduto a cagare, liberando il suo intestino dai cappellacci stracotti della sera prima, sentì lontano e confuso il ronzio di un flessibile che tagliava il ferro chissà dove, perduto nelle correnti tachioniche del tempo nello spazio metropolitano di Bologna. Era un ronzio così sommesso e distante da sembrare l’eco dell’universo in espansione, e lui si sentì enorme, pieno e in armonia con il tutto, almeno finché la diarrea da congestione dovuta dell’escursione termica fra il letto e il bagno non lo sorprese. Pensando alla Viennetta, che aveva, non seppe come, voglia di mangiare in quel momento, si pulì il culo scorticato con una carta igienica scadente a due veli; poi, con le mutande umide, fece una colazione tristissima e solitaria. Bevve il cappuccino freddo perché non aveva mai imparato a farlo bollente come glielo faceva Laura e mentre mangiava due biscotti al cioccolato studiò le fotografie e le calamite appese al frigorifero; infine ripose la tazza nel lavandino e si vestì.

Era seduto alla scrivania, con la schiena appoggiata alla sedia e le gambe sul tavolo, tese e doloranti. L’aria pomeridiana era satura della voce di Battisti che si insinuava nel suo gracile petto pallido e poco peloso mentre si stendeva sopra i fogli imbrattati di malinconia e inchiostro scadente.

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?

Ascolto sempre battisti quando non voglio scacciare la malinconia e quando ne ho bisogno come ossigeno o quando voglio rimanere triste e disperato per un amore inesistente o estinto sempre illuso che ci sia o ci sia ancora forse da qualche parte. Il ritornello di Comunque bella è la cosa più struggente che ci sia con quel grido musicale dopo ogni pianto.

E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, e tu sai che io potrei, purtroppo, anzi spero, non esser più solo.

Sempre Battisti quando si vuole galleggiare nel pomeriggio silenzioso fatto di malinconia e ricordi artificialmente posticci.
Di lavoro faceva il traduttore dall’inglese, ma vent’anni di libri buoni e meno buoni, a volte addirittura pessimi, lo avevano trasformato in una specie di vecchietta british tradizionalista che ogni giorno alle cinque beve il thè. Quel pomeriggio, mentre Battisti gli perforava la testa facendolo sentire peggio del solito, erano sei mesi che ragionava su una stessa frase, incapace di tradurla, e il suo thè era freddo da tempo – in realtà era un periodo banale e tutto sommato facile, una cosa che un liceale avrebbe risolto senza problemi, ma lui da sei mesi ripeteva all’editore che quella frase, tradotta in quel modo semplicistico e ovvio, non rendeva bene il concetto e che stonava con tutto il resto del libro; diceva che aveva bisogno di trovare un’altra frase in un’altra forma per dire quello che secondo lui era necessario dire, che aveva bisogno di altro tempo e che l’editore lo perdonasse ma voleva fare un buon lavoro – anche se, ovviamente, all’editore non fregava nulla di tutte queste sue turbe, e anzi era piuttosto spazientito perché il libro era stato annunciato tre mesi prima e non era ancora uscito, mentre le giustificazioni per il ritardo cominciavano a diventare assurde. Le soluzioni a cui aveva pensato e poi scartato per risolvere il problema erano numerose e illogiche – le più strane delle quali contemplavano l’uso di funghetti o alcune meditazioni aborigene per raggiungere il nirvana –, perché contattare l’autore del libro era impossibile in quanto defunto da dieci anni, e neppure lui che vedeva i fantasmi aveva mai incontrato questo in particolare, perciò affondava sempre più come un sasso in un pantano di sei mesi di tormento, di chiamate dell’editore, di stress, di notti insonni e cagate stitiche costellate da congestioni e litigi con Laura culminati col suo definitivo addio in cima alle stesse scale dove due anni prima si erano conosciuti e innamorati.

Lui e Laura abitavano nello stesso condominio le cui finestre vomitavano Battisti in quei pomeriggi di traduzione e tormento, e si erano incontrati per la prima volta mentre portavano entrambi fuori la spazzatura.
«Abito qui da ieri», aveva detto lei.
«Io no», aveva balbettato lui, anche se alla fine era riuscito addirittura ad invitarla per un caffè – all’inizio lei aveva detto che il caffè non le piaceva ma che va beh, avrebbe fatto un’eccezione –, perché appena l’aveva vista sulla porta, in ciabatte e col sacchetto azzurro dell’immondizia tutto gonfio e gocciolante, si era come innamorato. Si erano messi insieme tre mesi dopo quel primo incontro, quando alla fine di un piovoso pomeriggio invernale trascorso al cinema, lui aspettava davanti al suo appartamento che lei rientrasse in casa – non si decideva ad aprire la porta perché non trovava le chiavi, e infine aveva detto:
«Ho perso le chiavi»
e lui, come se avesse sentito tutt’altro, le aveva risposto:
«Ti amo»,
e Laura l’aveva guardato alzando la testa dalla borsa dentro cui la sua mano rimase sprofondata come se stesse riempendo un tacchino, e coi suoi occhi enormi e tondi prima aveva riso e poi risposto:
«Ti amo anch’io».
Il primo bacio se l’erano dato su quel pianerottolo, bagnati di pioggia, fregandosene delle chiavi e dei vicini, in un pomeriggio piovoso e cinematografico.
«È stato, come dire… ecco, maestoso»
Stavano insieme da un mese ed erano stesi nel letto. Mentre lui sorrideva nudo e un po’ infreddolito con lo sperma secco sulla pancia che gli faceva male quando si girava, lei guardava il soffitto bianco stringendo le coperte con quelle sue mani un po’ brutte e continuandogli a chiedere:
«Anche per te?»

Anche per te, darei qualcosa che non ho.

Battisti rotolava e rimbalzava sulle pareti della stanza; la frase non tradotta increspava i fogli sparsi per il tavolo; Bologna era rumorosa e sempre più indifferente.
«I grandi uomini sono i più soli»
La voce lo destò all’improvviso dal suo sonno ad occhi aperti.
«Oh, ciao, Buk»
Spense la radio e Battisti svanì come fumo scacciato con la mano; dalla nube grigia in dispersione nell’aria sbucò la sigaretta spenta di Bukowski, che da quando era morto non accendeva più.
«Abbiamo tutti degli amori infelici», disse.
«Sì, lo so»
«Beh, tutti quanti facciamo una gran fatica a vivere, ma poi ci sono bei momenti»
«Insomma, non mi sembra. Guarda qui, sei mesi su questa frase. L’editore mi sta odiando, e io non riesco a trovare un buon modo di rendere il concetto»
«Ho sempre detto che quando riesci a farti odiare allora puoi essere certo che stai facendo bene il tuo lavoro»
Bukowski, in maniche di camicia a fiori e sigaretta spenta, si massaggiava il mento ispido e guardava ombre nella stanza che solo lui poteva vedere; le sue mani erano callose ed enormi e si appoggiavano alla finestra alle sue spalle.
«Ehi, Buk», disse all’improvviso, «Tu hai avuto molte donne, no? E sappiamo bene le cose che hai fatto con loro, quindi mi chiedevo… Sai che Laura mi ha mollato e, ecco, io volevo chiederti… perché non mi ama più, secondo te?»
«Siamo distrutti perché ci aspettiamo di più di quello che in realtà c’è»
«Sì, va bene, però lei… Voglio dire, almeno tu aiutami, mi sei rimasto solo tu; quello che intendo è, cioè, alla fine ti sei sposato e innamorato e, insomma, perché mi ha lasciato? Potrebbe tornare?»
«Alla lunga siamo tutti soli»
Fissò Bukowski con aria perplessa e disse:
«Lo prendo per un no»
Si misero ad ascoltare il ronzio provocato dallo stereo che faceva girare vorticosamente il cd come un satellite in orbita mentre attendeva la fine dello standby, quando all’improvviso arrivò Céline.
«Innamorarsi è niente, è restare insieme che è difficile»
«Oh, ciao. Hai sentito quello che ci siamo detti?»
«È un cazzo fritto, la vita»
«Sì, hai ragione. Sai, a volte, quando mi lavo la faccia, inizio a tirare l’acqua sui bordi del lavandino per… ecco, sui bordi ci sono delle goccioline piccolissime e tonde che voglio come, non so, mandar via, come per pulire il lavandino o che, ma per quanta acqua possa buttarci sopra loro non si spostano, restano lì. Ecco, io sono così con lei, e non mi sposto per quanto acqua mi gettiate sopra. A volte, sai, a volte, in questi momenti, mi viene come voglia di gettarmi sotto un treno, o di impiccarmi. Sai, di notte, soprattutto quando mi stendo sul letto e non faccio altro che pensare a… ecco, in quei momenti sento il cuore esplodere, la pancia pesante, la vita che mi comprime e… non so, ma vorrei tanto morire»
«L’idea di uccidermi mi fa sempre bene»
«La quarta voce emerse dall’ombra dietro la libreria: Cortázar, nella sua giacca scura e coi suoi capelli pettinati perfettamente, si sedette sul letto vicino a Céline, che nel suo lungo impermeabile marrone fumava una sigaretta il cui fumo faceva invida a Bukowski»
«Il mondo non mi piaceva, ma in momenti prudenti e quieti lo si poteva quasi capire», disse allora per distrarsi.
«Ah, beh, se lo dici tu. Insomma, mi fido, ecco. Meglio di no, quindi, eh? »
«Si perde la maggior parte della propria gioventù a colpi di goffaggini», fece Céline.
«Ma non abbiamo continuamente vissuto così, lacerandoci con dolcezza?», continuò Cortázar accedendosi pure lui una sigaretta.
Bukowski si spostò dal davanzale della finestra e prese la sigaretta fra l’indice e il medio facendo finta di scuotere la cenere per terra sfidando Céline, il suo maestro adorato, e poi si riappoggiò come se non fosse accaduto nulla.
«Comunque, Julio, tu dici così ma non ti saresti mai suicidato, no? Anche tu sarai stato innamorato e lasciato, no?»
«Là era, quasi perfetta, come un arcobaleno teso dal pollice al mignolo»
Cortázar guardò il soffitto bianco illuminato dalla lampadina gialla, allargò le braccia per abbracciarlo tutto e socchiuse gli occhi mentre un’ombra che sembrava una lacrima gli passò sulla guancia – forse era un ricordo di una lontana maga di Parigi.
«Chi lo sa se in fondo non si debba piangere d’amore fino a colmare quattro o cinque catinelle», disse.
«Ciascuno piange a suo modo il tempo che passa», fece Céline.
«E poi lo perdiamo, però. Vero?»
«E cosa non è una perdita di tempo? C’è chi colleziona francobolli o accoppa le rane. Siamo tutti in attesa, facciamo piccole cose nell’attesa di morire», disse Bukowski.
Tutti e tre i fantasmi si avviarono verso il muro mentre Battisti ricominciava a cantare; Cortázar disse, mentre si allontanava con gli altri:
«Musica, malinconico alimento di noi che viviamo d’amor»,
per poi scomparire dentro la parete seguito da Bukowski, che indistintamente borbottò:
«Il vino si conserva. Dio dura. Le puttane sbocchinano».
Battisti faceva naufragare la traduzione nel sopore pomeridiano.

Il giorno dopo decise che non poteva lavorare in quella condizione, e così andò al centro commerciale, la megalopoli del futuro.

Lei odiava i centri commerciali perché i centri commerciali sono per gli anni duemila quello che la piazza era per gli anni Cinquanta. L’ho scritto io. Sì, l’ho scritto io.

Nell’enorme atrio, fra il fast-food e la gelateria bio, gruppi di ragazzi parlavano e ridevano, nascosti da zaini neri dipinti col bianchetto e cappelli in precario equilibrio dalle tinte blu e rosellino; poco più in là, davanti al bagno, tre uomini aspettavano tre ragazze mentre la gente camminava loro intorno a testa bassa o china sul cellulare; gli allarmi dei negozi suonavano indifferentemente per nessuno.
Camminò a lungo per i vasti corridoi, guardando le vetrine e commentando fra sé le cose strane che vedeva, come reggiseni infilati sulla testa dei manichini o scarpe di due colori diversi abbinate assieme; per due ore si rilassò senza pensare a nulla, fermandosi a guardare i vecchietti che entravano nei negozi di elettronica solamente per vedere le partite di campionato sui canali a pagamento o le donne che facevano la spesa con carrelli strapieni di biscotti alla Nutella. Fu proprio al supermercato che decise di comprare un pezzo di pecorino Scoparolo, perché era tanto tempo che non lo vedeva e che non ricordava più che sapore avesse – ma quando ne addentò un pezzo si rivide a sedici anni seduto sotto un portico al mare, piegato sulla tavola a mangiare formaggio pensando che le donne dentro le cabine bianche e blu erano tutte nude e spiando di nascosto una ragazza dai capelli corti che amava e a cui non aveva mai parlato – improvvisamente, al centro del supermercato, fra il frigo dei surgelati e il reparto pesce, un’epifanica illuminazione: l’ultima volta in cui l’aveva vista fu lo stesso pomeriggio dello Scoparolo, quando era andato in spiaggia e l’aveva incontrata mentre usciva ridendo dallo stabilimento radiosa e bellissima in compagnia di un’amica. Gettò l’involucro del pecorino nel primo cestino e passeggiando per i corridoi, con il sapore acre del formaggio in bocca, pensò che si sentiva un po’ felice.
Raggiunse il parcheggio, risalì in auto, accese il lettore cd e Rupert Holmes partì a mezzo volume – Rupert Holmes lo ascoltava sempre quando si sentiva felice ma non troppo, quand’era triste e abbattuto ma con un’inspiegabile sensazione di benessere nella pancia, quell’emozione indefinibile di felicità che a volte prende alla mattina appena alzati e non si sa bene perché. Era un uomo solo che guidava per i viali di Bologna, disperato perché la sua Laura l’aveva mollato, eppure era leggermente felice e ascoltava Rupert Holmes come facevano sempre loro due dopo aver fatto l’amore o prima di farlo, nel letto o sul divano; era felice e ascoltava Rupert Holmes sorridendo mentre il traffico delle cinque deflagrava come mille asteroidi in collisione ed era felice ma sapeva che il giorno dopo sarebbe sprofondato ancora nella tristezza, per cui quel momento insignificante diventò dolcissimo – la dolcezza illogica che nasce e si spegne dentro una stessa tristezza, si disse, è la felicità più bella di tutte, e così ripensò a Bukowski:
«Il mondo non mi piaceva, ma in momenti prudenti e quieti lo si poteva quasi capire».
Quella sera fece una doccia caldissima e si sedette al tavolo della cucina freddamente illuminato a mangiare salame e pane; poi, in pigiama, si stese nel letto a guardare un vecchio cartone animato.

Il giorno dopo si sedette alla scrivania per cercare di risolvere il suo problema di traduzione; non riuscendoci, chiamò ancora Céline perché gli parlasse d’amore.
«L’amore è come l’alcool, più sei impotente e sbronzo e più ti credi forte e scaltro, e sicuro dei tuoi diritti»
Ecco che la piccola felicità del giorno prima era sparita come la scia di un aereo che passa in cielo.

Adoro guardare le scie degli aerei e pensare a chissà dove vanno e a chissà chi c’è sopra e alle loro storie perché è un po’ come guardare dentro le finestre delle case illuminate alle sei di sera in inverno e immaginarsi la vita di chi ci vive dietro.

«Uno scambia tutto per pene d’amore quando è giovane e non sa…», disse Céline.
Già meglio, pensò.
Céline si sedette a fumare sul letto guardandosi le scarpe sporche di fango come se avesse detto tutto quello che poteva dire. Quando arrivò Cortázar, alzò leggermente gli occhi per guardalo, ma forse dovette trovare le sue scarpe più interessanti, o forse era solo un po’ triste, perché una volta riabbassatosi non si mosse più.
«Non so parlare della felicità, ma questo non vuol dire che non l’abbia conosciuta», gli disse Cortázar.
«…»
«Un qualcosa che durava il tempo di scuotere una sigaretta con quel gesto che rovina sempre i tappeti, ammesso che ci siano»
Rimase con loro in silenzio tutto il pomeriggio; alla sera la traduzione languiva ancora allo stesso punto fermo.

Quella notte sognò lui e Laura seduti al mare, su uno scoglio; sognò che parlavano e quello che si dissero:
«Tu non mi vuoi bene»
«Ma sì, ma sì», aveva risposto lei.
«No, non è vero»
«Okay»
Dopo quindici minuti di silenzio, che nel sogno erano forse mille anni o due attimi, lui aveva detto:
«Tu non mi chiami mai, non mi cerchi mai»
«Io non ti amo»
«Sì, però… uffa»
Un discorso del genere, pensò, non l’avevano mai fatto.

Ricordò di quando si erano riconfessati il loro amore reciproco una volta entrati in casa dopo aver trovato le chiavi, quando lei gli aveva detto un’altra volta che lo amava e lui era rimasto un attimo fermo, sorridendo ebete e stringendo i pugni – voleva urlare ma non lo aveva fatto – e poi l’aveva guardata ed era rimasto zitto (Baciarla, forse? Meglio di no) e aveva continuato a guardarla sorridendo finché lei non si era stufata e l’aveva preso e baciato strappandogli due o tre peli di barba.
Si svegliò stanco e triste; guardando il buio ricordò di quella volta in cui, seduti nel divano mentre mangiavano patatine da una grossa ciotola che stringevano in due, accartocciati sotto le coperte, lui le aveva chiesto, serio:
«Sai perché i nuotatori usano gli occhiali?»
«Per non vederti», aveva detto lei immediatamente, come se avesse aspettato quella domanda per anni.
«Ma, ma io, io… Ah»
Poi lei l’aveva guardato e l’aveva baciato ungendogli il mento – era davvero dolce, quando voleva.
«Sai di patatine», aveva detto lui.
Si girò sull’altro fianco e si addormentò, pensando che il suo momento più bello con Laura era stato senz’altro quando, seduti vicini nella sua cucina – vicini perché lei non lo voleva dall’altra parte del tavolo –, lei mangiava la pasta in bianco e lui un tartufo della Conad affogato nel caffè, sorridendosi.

Il giorno dopo, boccheggiante sulla traduzione e senza più speranze, fu rincuorato da Bukowski che lo venne a trovare.
«Si vive per sé stessi, mai per gli altri», gli disse, notando la sua tristezza e la penna che perdeva inchiostro.
«Lo so, è che… insomma, mi manca. Mi manca baciarla e farci sesso e stare con lei»
«Baciarsi è un po’ più intimo che scopare»
«Le sue labbra erano molto più morbide della sua… fica, ecco, e, mi chiedevo, tu come hai fatto ad avere tutte quelle donne anche da vecchio, insomma, e… sempre?»
«Ero giovane abbastanza allora per rimanere giovane per sempre»
«Potevi pensare a qualcosa di più originale»
«Non penso mai, sono un poeta, registro»
Con un gesto della mano cercò di scacciare l’ultima frase, poi, steso sulla scrivania, disse a Bukowski:
«Scusa, non volevo offenderti, del resto hai ragione, è che… non voglio credere davvero che mi abbia lasciato, ecco. Tu sapevi come fare, se tu fossi me, o io te, insomma, saprei, sapresti… sapremmo cosa fare»
«Tutto quello che faccio è scrivere poesie e bere e ascoltare musica e scopare»
Su questa frase rise come non faceva da tempo, come faceva solo con Laura quando lei lo prendeva in giro o gli faceva il solletico; Bukowski fece cadere la sigaretta e la schiacciò sotto un piede, compiaciuto di essere riuscito a farlo divertire. Se ne andò dicendo:
«Io la maggior parte delle volte sono scarso; ma quando sono bravo, sono dannatamente bravo»

Quel pomeriggio uscì per incontrare alcuni amici in un piccolo caffè del centro.
«Sapete, in malese c’è una parola per dire “tempo impiegato a mangiare una banana”», disse.
«Affascinante»
«Mi prendi in giro»
«Un po’»
«E quindi sono sei mesi che lavori ad una sola frase?»
«Sì»
«Beh, io sono sei mesi che vorrei invitare la segretaria del capo a bere qualcosa ma non ce la faccio. Chi è più disperato?»
Risero, ma un velo di malinconia gli calò sul volto; poi uno dei due gli chiese di Laura e da lì il discorso virò sull’amore e, anche se non aveva voglia di dire nulla sull’argomento, non poté comunque far altro che arrendersi.
«Vedi», disse uno dei due amici, «le donne sono uomini incompleti, a cui manca un pezzo, e sappiamo tutti quale. Gli uomini senza palle, figurativamente parlando, sono donne»
«Ma cosa stai dicendo?», fece l’altro.
«La verità. Dire la verità è importante, sai. Guarda George Washington, lui non ha mai mentito ed è diventato Presidente degli Stati Uniti; Clinton invece diceva “no, no, no” e l’hanno beccato mentre si faceva fare un pompino nello studio ovale»
«Tu sei pazzo»
«Tu fai il traduttore, perciò sei più pazzo di me»
«Non si può mai fare un discorso serio, con te», disse il terzo.
«E lui, allora? Tutta l’altra sera a discutere dei cappellacci?»
«Ehi, il mio era un ragionamento culinario elevato»
«I tuoi sono sofismi da cucina anni ’70»
«Cosa sarebbero i sofismi da cucina anni ’70?»
«Quelli che dici a tavola mangiando pane toscano sotto ad un lampadario di plastica verde con una luce calda ma in una cucina fredda e buia mentre fuori la città vive le sue vacanze di Natale»
«E poi il pazzo sarei io?»
«Sofismi da cucina anni ’70, dai, chiacchiere che fra amici mentre si va ancora al liceo o tuttalpiù al primo anno di Unibo»
«Piantala di chiamarla così, ci siamo laureati da vent’anni ormai»

Tornando a casa si fece prendere dai ricordi: nel letto, caduti come alberi secolari piegati da un piccolo bacio che assomigliava ad una tempesta invincibile, lei aveva detto:
«Facciamo un po’ di sesso gentile?»
Era così che lui chiamava tutto il sesso orale e le leccate che si davano prima di fare l’amore, e anche lei aveva successivamente adottato il termine come codice criptato.
«Sesso gentile?», aveva risposto lui, incredulo.
«Sì»
«O vuoi un sesso maleducato? O un sesso gentile ma irrispettoso? O un sesso e basta?», aveva scherzato.
«Basta che ci sia del sesso»
Sorrise al dolce ricordo, ma siccome i ricordi non funzionano come le favole erotiche – se fosse stata una favola erotica sarebbe finita lì – passò a quello successivo. Mentre camminava davanti al fruttivendolo pakistano, gli venne in mente quando lei, sul solito pianerottolo, l’aveva lasciato:
«Io non ti amo più»
«Beh, io sì, e me ne frego!»
Lei lo aveva guardato coi suoi occhioni enormi, aveva sbuffato e pianto e correndo giù dalle scale gli aveva gridato:
«Addio, vaffanculo!»
Non l’aveva più rivista.

Non l’ho più rivista come in Cara di Lucio Dalla perché siamo a Bologna.

Guardò le cassette di arance piene e impilate l’una sull’altra – le cassette delle arance tutte impilate e con tutti quei colori e quell’arancione abbagliante l’avevano sempre fatto impazzire (soprattutto lo divertiva quando ogni arancia era avvolta in un foglio di carta colorato); poi, siccome era lì ed era triste, entrò e comprò una banana, che cominciò a mangiare seduto su una panchina ai giardini.

Lost in translation sono quelle parole intraducibili e alla fine del film i due protagonisti si lasciano e non si amano anche se in realtà credo che forse si sarebbero dovuti amare ­– perché la Laura non mi ama più? Sapete cosa diceva Woody Allen, quando diceva che si cerca di raggiungere la perfezione almeno nell’arte perché nella vita è difficile.
Ecco.

Il mondo attorno a lui viveva indifferente alle sue pene d’amore. Bukowski, Cortázar e Céline lo guardavano dagli scaffali della libreria. La traduzione incombeva. Laura era chissà dove e con chissà chi mentre lui ancora l’amava e, con l’impressione che il tempo, da quando lei gli aveva detto addio, l’avesse impiegato solamente per magiare quella banana, continuò a gustarsela seduto sulla panchina, con le gambe accavallate.

 

 

Note:

Le battute di Bukowski, Céline e Cortázar sono tratte dai seguenti libri:
-Bukowski C.
(2012); Il grande, Feltrinelli, Milano
(2014); Azzeccare i cavalli vincenti, Feltrinelli, Milano
(2014); Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze, Feltrinelli, Milano
(2014); Shakespeare non l’ha mai fatto, Feltrinelli, Milano
(2015); Il canto dei folli, Feltrinelli, Milano
(2015); Il sole bacia i belli, Feltrinelli, Milano
(2015); A Sud di nessun Nord, TEA, Milano
(2016); Compagno di sbronze, Feltrinelli, Milano
(2016); Donne, TEA, Milano
-Céline L. F. (2016); Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano
-Cortázar J. (2015); Rayuela, Einaudi, Torino

 

 

 

 

 

 

 


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