Il Salvatore

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Di fatto non c’era nessuno a cui importasse di quel lavoro, intendo quello alla A.B.P.
Gli uffici erano un ammasso di gente stravaccata sulle sedie che non faceva altro che fissare qualsiasi cosa che potesse comunicare l’ora, dall’orologio alla parete alla proiezione dell’ombra delle sedie, prima di appallottolare tutta la propria roba in una borsa e andarsene finalmente a casa. A.B.P., giusto specificarlo, sta per “Agenzia per il Bene Personale”, e ufficialmente si occupa di prevenzione dei casi di suicidio. Dico ufficialmente perché, di fatto, a nessuno interessa.
Fuori dalla sua sede, che occupa un bel palazzo storico del centro, sono appesi degli enormi cartelloni pubblicitari in cui un uomo biondo, alto e incravattato appoggia la mano sulla spalla di un altro uomo che piange con la testa fra le mani, con una scritta che recita: Per ogni tuo problema, noi ci siamo, oppure Parlarne è il primo passo, e altre cose simili.
Quando, ormai due anni fa, avevo fatto richiesta per il posto e mi avevano preso, ci credevo davvero. Un mio vicino che non conoscevo per nulla si era ucciso da poco e il fatto mi aveva a tal punto turbato che ero deciso a farlo diventare il mio scopo. Non saprei dire il perché: non ci avevo mai parlato, niente di più di un imbarazzato cenno col capo quando ci incrociavamo sul vialetto di casa, io che uscivo e lui che potava la sua siepe, eppure, quando seppi della sua morte, non uscii di casa per tre giorni e al quarto avevo mandato il curriculum alla A.B.P.

Il primo giorno mi presentai motivato, con la mia giacca, la mia cravatta e un libro di tecniche di comunicazione trovato sul fondo della libreria di mia madre, ma lo spettacolo che mi si presentò davanti fu piuttosto desolante: una sala piena di uomini e donne col telefono fra la guancia e la spalla, con lo sguardo perso sullo schermo a cercare mobili da giardino su eBay, gli orari del cinema o i risultati delle ultime partite, mentre dall’altra parte una voce si disperava.
Al corso introduttivo la prima cosa che ti insegnano è non cercare da che parte sta la ragione e da che parte il torto. Chi chiama un estraneo sperando di farsi convincere a non suicidarsi, l’ultima cosa che vorrebbe sentirsi dire – o peggio, insinuare – è che forse i suoi problemi non sono così gravi da togliersi la vita. Vuole sentirsi dare ragione. Implicitamente, vorrebbe che lo sconosciuto dall’altra parte del telefono gli dicesse che anche lui si sarebbe suicidato con problemi simili, ma che lui – il disperato, intendo – era talmente forte da poterli superare, che avrebbe fatto il culo a questo schifo di mondo e ne sarebbe uscito vincitore. Quelli che tenevano il corso, ovviamente, non stavano più al telefono da anni.
Osservata la scena, mi sistemai alla mia scrivania. Il mio vicino di cubicolo, tale Dario, mi diede il benvenuto a quello che definì il “Club del cucito”, poi sollevò la cornetta e rispose che avevano sbagliato numero e che no, non era l’A.B.P., ma l’A.D.C., l’“Associazione per il Diritto al Commercio”. Infine, mi aveva guardato sornione.
«Ma perché hai detto che aveva sbagliato numero?», gli avevo chiesto.
«Quella donna chiama ogni giorno per lamentarsi. Non ho mai letto della sua morte sul giornale»
«E se un giorno lo facesse?»
Lui aveva ridacchiato, poi mi aveva chiesto se volessi un caffè e, alzandosi, mi aveva risposto dandomi una pacca sulla spalla: «Quelli che vogliono suicidarsi per davvero non lo dicono ai parenti, figurati se chiamano noi. Lo capirai anche tu».
Durante quella prima giornata ricevetti cinque chiamate: una da una donna che voleva farla finita perché il marito non caricava mai la lavastoviglie, due da uomini che non riuscivano più ad avere un’erezione, una da un’ottantenne che voleva subito comprare «quel delizioso anello che ho visto in televisione» e una da un tifoso la cui squadra non vinceva da sei anni.
A fine giornata tornai a casa stremato e senza aver salvato nessuno.
Nonostante continuassi a credere in quella missione, finii per abituarmi al clima generale e ne appresi le regole.
Dopo una settimana dalla mia assunzione, quando riuscii finalmente a farmi coraggio e ad entrare in quell’antro bisbigliante che era la sala caffè, rimasi sconvolto quando sentii una collega dire: «Questa sarà un mese che chiama ogni giorno, alla prossima giuro che la butto io giù da quel ponte», e ancor più quando il mio vicino di cubicolo si fece una grassa risata dicendo che sì, forse sarebbe stato meglio per tutti.
Poi mi guardò ed esclamò venendomi incontro: «Ah! Eccolo!», mi mise un braccio sulla spalla e continuò, «L’uomo che ci crede! Devo dirtelo, non ho mai visto tanta dedizione con una del genere!»
«Chi?», chiesi io, curvo sotto il peso del suo braccio.
«Quella del taglio di capelli, ieri mattina. Si vede che sei nuovo, ma fra poco le ossa te la farai anche tu e capirai come funziona qui dentro»
«Perché, come funziona?»
«Funziona che una donna che ti chiama piagnucolando che il marito non apprezza il suo taglio di capelli non vuole “porre fine alle sue sofferenze”, vuole soltanto qualcuno con cui lamentarsi». Mi lasciò e andò verso il frigo a prendersi una birra. «Tra l’altro, quella ti ha chiamato alle 11.37 del mattino e, ti posso assicurare dall’alto della mia esperienza, che nessuno si suicida alle 11.37 del mattino»
«Questo è vero», intervenne una collega, «io le chiamate del mattino non le prendo neanche più».

Compreso il meccanismo, mi adattai abbastanza facilmente: capii che le chiamate del mattino non valevano quasi niente, come quelle del pomeriggio, mentre verso sera, anche se molto raramente, cominciavano a farsi interessanti.
Dopo un po’ mi ritrovai a dare ragione a Dario: chi vuole suicidarsi non lo dice, e di certo non lo dice a uno sconosciuto in un cubicolo che ha già avuto la stessa conversazione con altre quattro persone nelle ultime due ore.
Tuttavia, non perdevo una sola chiamata. Avevo imparato a riconoscere le situazioni e a dare loro la giusta importanza, ma non c’era chiamata che dal mio cubicolo non fosse accolta. I miei colleghi mi prendevano in giro. Mi chiamavano “Il Salvatore”, e mi salutavano con frasi tipo «Ecco colui che salva le anime dalla perdizione!» oppure «Colui che offre ai ciechi una luce di speranza!». Io sorridevo, stavo al gioco, ma continuavo a prendere le chiamate.

La routine lavorativa si svolgeva invariata, fra i miei colleghi che ridacchiavano e rispondevano mormorando a quei presunti disperati, e io che piantonavo la scrivania 7 ore e 45 minuti su 8 cercando di salvarli tutti.
Quei 15 minuti, per la precisione dalle 11.30 alle 11.45, me li riservavo per bere un caffè e fumarmi la prima sigaretta della giornata. Non era tanto per il caffè, né per la sigaretta, ma sapevo di aver bisogno di un momento di pausa, così me lo imposi. Avevo imparato ad essere preciso nel mantenermi tassativamente entro quei 15 minuti, allontanandomi da tutto e da tutti. Nella mia mente, quando cominciavo a sentir voglia di una sigaretta e facevo per alzarmi, sopraggiungeva una domanda: «E se la prossima chiamata fosse importante?». Bastava quel lieve dubbio a farmi rimanere seduto.
Quei 15 minuti diventarono ancora più sacri quando cominciai a prendere anche alcune chiamate di Dario, quelle che lui riteneva «delle rotture di balle gigantesche».
Col passare del tempo però, 15 minuti cominciarono a sembrarmi un po’ troppi. Per quanto provassi a rilassarmi, ogni telefono che sentivo squillare mi sembrava il mio, e rimanevo fermo a sperare che qualcuno dall’altra parte rispondesse, anche se masticando un krapfen.
Ridussi il tempo a cinque minuti, dalle 11:35 alle 11:40, e mi sembrò la soluzione migliore. Certo, quei cinque minuti li passavo a guardare l’orologio, ma non perdevo una chiamata.

Giovanni Bianchi, 32 anni, stava guidando verso l’ospedale a una velocità media di 85 km/h, con il telefono in vivavoce che barcollava sul cruscotto. Piegato in avanti, urlava verso il telefono: «Voglio sapere come sta!».
Due ore prima sua moglie era entrata prematuramente in travaglio, mentre lui era fuori città, e la vicina aveva chiamato l’ambulanza perché la portassero d’urgenza in sala parto. Mentre usciva dall’autostrada gli avevano comunicato che suo figlio era nato morto, ma della moglie non gli davano notizie.
Ora erano già cinque minuti che temporeggiavano, domandandogli se durante la gravidanza si fossero verificati eventi da ritenersi traumatici per la madre e per il feto.
«Intanto quello non era un feto! », aveva urlato schivando un pedone «Era mio figlio! Ora dimmi come cazzo sta mia moglie!»
Fermo ad un semaforo, a 250 metri dall’ospedale, Giovanni Bianchi apprese che sua moglie era morta «in seguito a complicazioni avvenute durante il parto». Attaccò, alzò lo sguardo e vide appeso un cartellone pubblicitario della A.B.P., “Agenzia per il Bene Personale”. Chiamò il numero giallo indicato, stette per 23.7 secondi ad aspettare, poi rimise il cellulare sul cruscotto.
Quando scattò il verde, si slacciò la cintura e accelerò fino ad andarsi a schiantare su un palo 100 metri più avanti.
Giovanni Bianchi, 32 anni, morì alle 11:37 del 18 giugno 2019.

Sono tre anni che guardo quello che per me è ancora il nuovo assunto, “Il Salvatore”, quello che prende tutte le chiamate, o quasi. Un ragazzino smunto che porta sempre camicie troppo larghe che gli ballano sulle spalle, con una faccia giallastra e i capelli sempre spettinati. Sono tre anni che lo guardo e mi chiedo chi glielo abbia fatto fare di chiedere di essere assunto alla A.B.P. Da quando sono qui, non ho mai saputo di qualcuno che volesse effettivamente lavorare in questi uffici.
Tutti, io compreso, siamo stati spediti qui dalla segretaria occhialuta di un ufficio di collocamento «in assenza di alternative». Ci hanno parcheggiati qui non sapendo che cosa farsene di noi, messi a risolvere i problemi degli altri.
Bisogna dirlo, Il Salvatore è l’unico che volesse essere assunto, ma non era l’unico a credere in quel lavoro. Carla, nell’angolo in fondo a destra, lei ha preso tutte le chiamate, senza nemmeno un minuto di pausa, per 1 anno, 7 mesi e 11 giorni, china sulla sua postazione con la testa fra le mani e cartacce delle merendine che si portava da casa tutt’attorno. Un giorno semplicemente aveva mollato. All’ennesima persona che l’aveva chiamata per lamentarsi del fatto che piovesse sempre e mai che ci fosse un giorno di sole, gli aveva urlato addosso di andare a farsi fottere e gli aveva sbattuto il telefono in faccia, poi era scoppiata in un pianto nervoso.
C’era anche Matteo, un grasso uomo sulla cinquantina, tre postazioni più in là, che per 8 mesi aveva dedicato 20 minuti di tempo ad ogni persona che chiamava, tirandole su il morale e provando a risolvere tutti i problemi che gli venivano sottoposti. Un giorno, mentre parlava con un tizio al telefono, questi gli aveva chiuso il telefono in faccia urlandogli che aveva bisogno di aiuto, non di «una stracazzo di seduta psicologica».
Da quel giorno, alle chiamate dedicava 20 secondi di tempo.
C’era poi anche Silvia, che diceva sempre: «Dai, guarda il lato positivo», sempre con il sorriso sulle labbra. A lei non ho mai capito cosa sia successo, ma è da circa un anno che quella frase non la dice più.
Certo, poi ci sono anche persone a cui non è mai importato nulla: a Luciano, a Camilla, a Carlo e a me, per dirne solo alcuni. Non ce ne frega veramente un cazzo, siamo già in troppi in questo mondo e se qualcuno decide di morire per mano sua, fa soltanto un favore a tutti quanti.
È solo questione di tempo. Chi prima, chi dopo, chi pian piano, chi tutto d’un colpo, tutti smettono di prendere le chiamate, è normale.
Anche Il Salvatore diventerà come tutti noi un giorno e si dedicherà più di cinque minuti di pausa a turno, e passerà il tempo a insultare e a prendere per il culo quelli che chiamano nella sala caffè, e smetterà di prendere tutte le chiamate, o quasi.
Dico quasi perché in realtà una l’ha saltata, giusto l’altro ieri, quando si era alzato per i suoi cinque minuti di pausa. Il telefono aveva squillato e io l’avevo lasciato fare, perché col caldo che c’era ogni movimento superfluo mi sfiancava.
Quando era tornato, mi aveva chiesto se fossero arrivate chiamate, e io gli avevo risposto di no.
«Tanto», avevo pensato, «nessuno si suicida alle 11:37 del mattino».

 


Letizia Rigotto nasce a Udine il 29 marzo 1999. Frequenta il Liceo Classico J. Stellini durante il quale scrive per il giornalino Asteriskos. Nel dicembre 2018 fonda la rivista letteraria “La Seppia” insieme ad altri cinque suoi coetanei e dal maggio 2019 scrive per la rivista “Top Magazine”. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ma solo quando l’acqua alta le permette di andare a lezione.

 


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