Il giardiniere

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Il dubbio del cancello la mattina
al tintinnante arrivo del guardiano,
ai cingoli del tram e ai suoi fanali.
Sulle inferriate la mano si posa
a lungo sul metallo umido ancora:
cerca la chiave giusta per entrare.
La luce che diventa orizzontale.
Il ferro segna l’arco sul pietrisco,
il medesimo solco notte e giorno.
Alcuni passi sullo scricchiolio
dei sassi che nascondono la terra,
battuta e poi celata agli invitati
come i rami la porta di servizio.
Superata la guardia della palma,
primo baluardo verde vegetale
ai clacson ripetuti della strada,
la seconda chiave apre il chiavistello:
primo, secondo, terzo, quarto giro
e la serranda a soffietto scompare
stridendo sul binario arrugginito.
Lo sbuffo tornerà solo al tramonto
stiracchiandosi come pendolare
infine giunto dopo lungo viaggio
alla stazione sul viale alberato.

L’antico appartamento del portiere
funge da ufficio, da guardiola al vecchio
che alle modanature degli stucchi,
cornici a manifesti e locandine
di trionfi in tempi e luoghi oramai andati
(caratteri obsoleti, ocra la carta),
ha osato affiggere una cosa solo,
il calendario dell’annata in corso
per celare la crepa alla parete.
E così, in uno spazio in piena stasi
come la villa di cui è giardiniere,
l’alternarsi dei mesi e dei patroni
lo aiuta a percepire il tempo scorrere.
Il giorno di lavoro è caffè amaro,
sorseggiato lontano dalla casa
che lo attende la sera con il tavolo
pronto a minestra e bicchiere di vino
con l’infermiera che lo ama da sempre.
Ma ora deve salire quella scala,
marmo a chiocciola che monta ai saloni,
controllare che tutto sia al suo posto.
I nobili cimeli ben in vista,
sugli scaffali i libri del marchese,
ordinati secondo dei criteri
che nessuno conosce, ma ordinati.
La biblioteca cela manoscritti,
prime edizioni in differenti lingue,
opuscoli e plaquette dei più pregiati.
Dediche prestigiose sulle pagine
di scrittori e filosofi non letti.
È raro infatti che si aprano i libri.
I programmi di sala, gli spartiti,
la filarmonica dell’accademia,
i virtuosi, i solisti del teatro
e le loro riunioni sui divani.
Ben chiuse le finestre e le persiane
per salvare gli affreschi dalla luce.
La polvere si posa inesorabile
sul mobilio rimasto, sugli arredi,
sugli orologi a pendolo, tra i muri.
Nel palazzo non c’è alito di vento,
alcun rumore né ombra in chiaroscuro.
Nelle anticamere una o due poltrone,
per il resto le stanze sono vuote.
Qualche vecchio scenario o sfondo, un trono,
il triclinio di un console romano.
Materiali di scena in cartapesta,
resti in polistirolo d’archi e volte,
colonne che non hanno resistito
al balbettante parlare del tempo.
Alla fine del giro d’ispezione,
dopo aver chiuso l’ultimo pomello,
è il giardino che attende la sua mano.

È un proscenio alla cavea del suo parco
questa dimora di fregi e lesene,
motivi ornamentali, altorilievi,
decorazioni e cariatidi ceree.
La radura di ghiaia grigia al suolo,
il coro brecciolino dell’orchestra
annuncia scricchiolante lo smeraldo,
l’incanto forestale degli arbusti.
Potare rami lunghi e forse belli
è un compromesso triste necessario,
l’incontro tra intelletto e voluttà.
Pasquale, è questo il nome del custode,
del giardiniere intento al suo lavoro,
assolve con impegno quest’incarico.
Deciso, taglia e recide le fronde,
i nodi della frasca cima e spunta,
dirada i tralci con tocchi precisi,
i tronchi intacca e ne sfoglia le branche,
infine i rami accorcia, curva e torce.
Alleggerita in ricordi la pianta,
accudisce i germogli come figli,
come preziosi ne cura le gemme
e talvolta non lesina in carezze
per quelli che ritrova morti al gelo,
pensando a ciò che avrebbero potuto
essere nella massa della chioma,
nel ridondante cumulo di foglie.
Tasta il vigore dei nuovi boccioli,
annusa la corteccia e la sua resina.
I resti a terra sono destinati
con un ultimo abbraccio, al rogo, al fuoco.
Fuoco di paglia, d’inverno, di legno,
fuoco però necessario, domestico.
Carbone vivo, braci per castagne,
per salsicce, per carne, per il sangue.
L’aria odora di fuoco appena spento
e le ceneri sono ancora calde
quando il tubo comincia ad annaffiare.

L’acqua cade sul campo, sui cespugli
mentre Pasquale ripone gli arnesi
al riparo d’amianto del capanno.
Al confine del prato inglese, il bosco.
È un groviglio di liane e bacche rosse
questa foresta che sale sul colle
dove solo un sentiero di fogliame
alle rovine conduce salendo.
Delle vestigia, quello che vi resta,
importa solamente a qualche artista.
Tra le radici, le tombe e le epigrafi,
il muschio ombrato nasconde iscrizioni,
si fa spazio tra date in lingua morta.
Sarà raccolto nei mesi invernali,
base per il presepe natalizio.
Certe statue, figure femminili,
si celano nel bosco come driadi.
Le vesti, trasparenti sulle spalle,
ne mostrano le carni pronte al morso.
L’edera fa da ghirlanda ai capelli,
come bracciali i rampicanti al polso.
Si intrecciano i rametti alle caviglie,
ai piedi di vestali in danza eterna.
Dispersi tutt’intorno come semi,
vasi colmi di foglie e di terriccio,
pietrabronzo dominio dei licheni.
I tronchi in muratura della domus
si ergono senza il travertino estivo,
fusti dalla corteccia in laterizio,
venature predate per altari.
A tratti, solo un muretto, una siepe,
divide, senza volerlo, i due mondi.

Nel viaggio di ritorno alla casina
il guardiano si attarda ai casolari
che, ottocenteschi, fiancheggiano il prato.
L’uno accoglie la scuola d’arte e musica,
l’altro la sala prove e i camerini.
Le aule di rado si aprono agli allievi,
le sedie vuote come i libri chiusi.
Le tavole di legno stagionato,
alcun suono coperto dai tappeti.
Maestri fantasma invitano al silenzio,
indicando solenni l’orologio.
La lezione è sospesa alla lavagna,
miracolo di ghirigori bianchi
da cancellare facili ed eterni,
con il mistero della soluzione
che piano piano appare tra le righe,
tra gli appunti e i quadretti dei quaderni.
Dei tenui tratti agli angoli dei banchi,
disegni come prime ispirazioni.
Vicino, l’altro casolare è il palco
alle esercitazioni degli interpreti,
agli accordi, ai gorgheggi dei tenori.
Le morti degli eroi e dei cavalieri
nelle armature in plastica e polimeri.
Le prove dietro le quinte di giorno
di Andromache e Sirene senza vesti,
in abiti borghesi, in jeans e camicia.
Alle stampelle sono ancora appesi
le tuniche, le maschere, i mantelli.
Gli specchi per il trucco nelle stanze,
attaccapanni tra muri sbilenchi
mentre i tecnici alternano le luci,
gli strumenti e le voci degli attori.
Il brulicare dei cavi e dei fili,
dagli amplificatori alle pareti,
nastro adesivo per tenerli insieme.

La sera sono i giovani al lavoro.
Con gli spettacoli e i concerti in scena
il giardiniere, infine, si ritira.
Le torce vengono accese sul viale
e l’aria già profuma di limone.
La prima chiave chiude il chiavistello:
primo, secondo, terzo, quarto giro
e la serranda a soffietto compare
stridendo sul binario arrugginito.
Lo sbuffo tornerà domani all’alba
stiracchiandosi come pendolare
pronto al sonno agitato del vagone,
il finestrino come suo guanciale.
Alcuni passi sullo scricchiolio,
sul silenzioso frusciare dei ciottoli.
Superata la guardia della palma,
baluardo estremo all’orda della strada,
il ferro segna l’arco sul pietrisco,
il medesimo solco giorno e notte.
Sulle inferriate la mano si posa
a lungo sul metallo già bagnato.
Il dubbio del cancello a tarda sera.
La fermata, l’attesa, la foschia.
Il vecchio giardiniere torna a casa.

 

 


 

Lorenzo Foltran si è laureato in Italianistica all’Università Roma Tre con la tesi La Musa e il Poeta: la relazione io-tu nella lirica amorosa tra origini e contemporaneità. Si è diplomato in management dei beni e delle attività culturali dopo aver seguito un master  tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’École Supérieure de Commerce de Paris. Ha lavorato per importanti istituzioni culturali come la Casa delle Letterature (Festival delle Letterature) e l’Institut français (Festival della narrativa francese) a Roma, e la Fête de la Gastronomie e il Pavillon de l’Eau a Parigi, dove attualmente risiede. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, In tasca la paura di volare, edita da Oèdipus Edizioni. Sue poesie sono comparse sulle riviste letterarie Poetarum SilvaLa presenza di EratoMargutteYawpLocomotiv, Ellin Selae, Lahar Magazine, Niederngasse,
Méninge e METEOR (in traduzione francese), sul quotidiano La Repubblica e sulla rivista specializzata Deeplay.it. Nel 2019, ha vinto il Concorso Nazionale Sinestetica per poesia inedita e ha partecipato alla manifestazione Polisemie –
Festival di poesia iper-contemporanea.


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