La salpata

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

«Mare forza 2 – 3, venti da sud-est forza 4, in attenuazione …».
Gaetano Asaro, il comandante, sta ascoltando dalla radio di bordo l’ultimo bollettino meteo della Guardia Costiera.
Il Santo Padre II, il suo instancabile motopesca di ventidue metri, settanta tonnellate e seicento cavalli che scaricano instancabilmente la loro potenza sull’elica di poppa, solca le onde da più di trent’anni, e ora è a quasi a novanta miglia da casa. Trenta miglia a nord-ovest di Linosa, e scivola su quel manto liquido, increspato da una brezza tesa, mentre a ovest le creste più alte iniziano a mandare i primi riflessi dei raggi rossastri di un sole che è ormai abbastanza vicino all’orizzonte e, stanco, sembra volere dare l’arrivederci a chi, più stanco di lui, ha solo voglia di riposare.
È fine maggio ed è da quasi tre settimane che il Santo Padre II ha lasciato Mazara del Vallo, per incrociare a sud delle coste siciliane, verso la Tunisia e la Libia, per l’ultima battuta di primavera per la pesca del gamberone, il rosso di Mazara. L’oro di Mazara.
Gaetano, il comandante, è un vero rais del mare. Cinquant’anni portati bene, anche se la sua pelle sembra già quella di un vecchio. Conosciuto da tutti come u russu per il colore della sua chioma di chiare origini normanne. Un tipo a posto, amichevole con l’equipaggio, ma duro quando serve. Ora sta valutando se quelle ultime sei o sette ore di navigazione, prima di raggiungere Mazara, possono essere ancora sfruttate per un’ultima calata. Forse se la sente proprio, ha guardato il colore del mare, il vento l’ha ispirato e quel tramonto quasi viola l’ha convinto, senza un preciso motivo, che sotto di loro, a sei – settecento metri, i gamberoni stanno aspettando di finire nel coppo del suo strascico volante. Con questa calata, anzi, è certo di arrotondare abbondantemente il pescato che è già stivato a – 20° nelle celle frigorifere sottocoperta. Ora il suo peschereccio è armato per la pesca a traino, con uno strascico più che collaudato, ma in certi periodi dell’anno esce pure con il grosso palangaro o con i tramagli, in cerca di altre prelibatezze che il Canale gli regala.
Mentre l’ultimo braccio di mare li separa dall’accogliente porto, dove il pescato verrà smistato verso il mercato, e prenderà poi strade diverse in cambio di un ricavo adeguato alla fatica, Gaetano guarda l’orologio, non quello al polso, che non porta mai, ma quello della luce del giorno che va imbrunendo. E decide.
«Toti, riduciamo a quattro nodi. Vai per 270° e controlla lo scandaglio. Facciamo l’ultima calata».
Toti, detto cucuzza per via della sua pelata, è il primo ufficiale di coperta, l’unico, a dire il vero, ma ci tiene al suo grado a bordo. È, in pratica, il nostromo, quello che sulle grandi imbarcazioni mercantili si occupa di spartire i comandi del Rais e di far eseguire a dovere le manovre agli uomini di mare. Trentacinque anni, teorico della navigazione, l’unico dell’equipaggio diplomato al Nautico e amante delle sfide, anche se sa bene che in mare non si scherza. Il mare bisogna rispettarlo, non contrastarlo.
«Ma, Gaetano, ormai siamo quasi arrivati, stasera ci aspettano a casa. I ragazzi non la prenderanno bene».
Il Rais sa di forzare la mano, ma è convinto che quell’ultima calata porterà su tanto oro, e ripete con voce atona la stessa identica frase al suo Secondo, stavolta a un volume più alto, in modo da farla sentire a chi è più vicino, cioè ai fratelli Armao. Pino, quarantenne di Sciacca, robusto e solido come un vecchio diesel, apprezzato per la sua sincerità e per i racconti di famiglia che spesso narra durante le pause, nei lunghi periodi in navigazione. Sposato e padre di due ragazzi che spera non seguano le sue orme nel lavoro. Salvo, sei o sette anni più giovane, sposato anche lui, ma con decine di ragazze. Oltre a dare una mano in coperta, è cuoco di bordo. Lo chiamano amichevolmente “peperoncino”, perché con quella spezia ha sempre la mano pesante e, secondo Toti, lo fa pure per vendicarsi di qualche sgarbo che pensa di avere subito, a turno, da questo o da quell’altro dell’equipaggio.
Vicino la cabina di comando, mentre si rolla una sigaretta, c’è pure Mamadou, senegalese di ventidue anni, almeno tanti pensa di averne. È venuto via dal suo Paese già da una decina d’anni, arrivato con uno di quei gommoni a Pantelleria, ha poi seguito la strada di tanti altri che come lui ce l’avevano fatta, Mazara l’aveva accolto e si era trovato un lavoro. Ora è imbarcato sul Santo Padre II da quasi quattro anni. Viveva in un minuscolo villaggio, Nder, sulla riva di un grande lago al confine con la Mauritania. Racconta che, fra quella decina di case di mattoni di fango e di lamiera, c’era una piccolissima moschea, dove suo padre, Ablaye, l’unico superstite della sua famiglia, lo portava spesso alle cerimonie religiose. Conosce il francese, perché nella sua terra lo parlano assieme ai dialetti tribali. Ha attraversato il Marocco, l’Algeria, la Tunisia e infine la Libia per quasi cinquemila chilometri per fuggire da quella povertà. Là, lui e suo padre vivevano coltivando angurie innaffiate con l’acqua del lago, portata nei secchi e nei bidoni sul carrettino a mano e avevano pure una decina di capre. Grandi sacrifici, fame eterna. Suo padre da qualche tempo non stava bene, si lamentava dell’affaticamento, del costante senso di debolezza, forse dovuto al cuore o ai polmoni. Consapevole di essere l’unico sostentamento per Mamadou, un giorno aveva ordinato a quel ragazzetto di undici, dodici anni, di lasciare il villaggio. Lui non l’avrebbe seguito, sarebbe stato solo un inutile peso che avrebbe rallentato quell’infinito viaggio verso le coste del Mediterraneo.
E Mamadou, arrangiandosi come poteva e aiutato dall’incoscienza dell’età, dal sapersi adattare alle peggiori situazioni e dalla fortuna, tra un passaggio rubato e uno spostamento al seguito di qualche carovana, dopo tre mesi, riuscì a farcela. Mamadou ha precisi ricordi di suo padre e, fra i tanti, ricorda con orgoglio quei rudimentali tatuaggi che aveva sul braccio destro. L’ippopotamo – dice suo padre – perché è un animale forte e sa dominare le emozioni, e un po’ più su, quasi sul gomito, la mezzaluna islamica, perché Allah c’è sempre. In questi anni, una telefonata di tanto in tanto, quando Ablaye riesce a raggiungere la più vicina città, e si va avanti.
Mamadou ha ascoltato le parole del Comandante, e come sempre non mostra di essere contrariato, anche se sa bene che la navigazione durerà qualche ora in più del previsto. Ha tanti amici che forse lo aspettano, ma in fondo a terra si sente sempre un po’ solo. Accetta, annuendo in silenzio.
Invece, quello che non sa niente della novità tirata fuori dal Rais è Rino, u sciancato, da quando, tanti anni fa, la sua motozappa gli si è rivoltata contro come una bestia e per poco non lo ammazzava. È il motorista del Santo Padre II. Sempre impegnato a sistemare arnesi e macchinari sottocoperta, il diesel, i compressori dei frigoriferi, gli impianti elettrici, gli argani e i tamburi.
È abbastanza più in età di Gaetano, il comandante, ma lo rispetta come superiore, e lo ammira per la sua esperienza e per la sua saggezza. A bordo, il Comandante è il Comandante, a terra invece se ne può parlare. Sposato, ma coi figli lontano, in Germania. Rino vive in campagna a pochi chilometri da Mazara, e quando sbarca va subito alla sua casetta circondata dal piccolo vigneto. Passa gran parte del suo tempo tra i filari che coltiva da solo, un bel passatempo e anche un lavoro duro, ma ogni stagione riesce a farsi ricompensare dalla sua terra con quel buon syrah, che poi divide in famiglia e con gli amici.
E allora, tutti ai posti di manovra.
Si sta quasi facendo buio e si accendono i potenti fari sul ponte di poppa. Gaetano fa andare il motore al minimo, finché Rino può disinnestare l’elica del potente diesel, e così la barca andrà solo di abbrivio. Prima che si arresti completamente e inizi a scarrocciare, Toti è al verricello, mentre Pino Armao e Mamadou imbrigliano con i grossi cavi la pesante rete e la fissano ai ganci dell’argano, Rino lascia il suo solito ambiente sottocoperta per occuparsi della mazzetta e del calamento, mentre il Comandante, con il secondo verricello, si prepara a manovrare i pesanti divergenti che faranno spalancare a dovere la bocca del sacco, e intanto Rino ha di nuovo innestato l’elica e, alla voce del Comandante «Calamu», mette la manetta avanti piano.
Durante la calata, a ogni suono di fischietto del Comandante, ognuno sa esattamente cosa fare e come farlo. L’armatura da pesca è una vera macchina da guerra, un paio di tonnellate di cime, catene, rete, galleggianti, piombi, cavi d’acciaio e i divergenti che, come due grandi mani, alla profondità stabilita, apriranno a ventaglio il sacco, mentre il Santo Padre II taglierà le onde, cinque o seicento metri più su, e trainerà lentamente la trappola invisibile a  quattro – cinque nodi. In mezzo a un rumore inconfondibile di ferraglia e motori degli argani, tutta l’attrezzatura è in acqua. Ora Gaetano manovra per calare i divergenti giù dagli archetti, tre colpi ravvicinati di fischietto e Pino e Mamadou sganciano i cavi d’acciaio dalle campane, infine l’ultimo metro va in acqua e inizia la strascicata. Tra un paio d’ore si rifarà tutta l’operazione inversa, aspettando di alare il coppo che sta alla fine dell’armatura, è il forziere di tutta l’operazione, dove si accumula il pescato. In base al volume contenuto, lo sguardo esperto dei marinai farà dire subito se la bordata di strascico è andata bene.
Intanto si è fatto buio e in mezzo al mare, lontano dalle coste e con i fari di poppa spenti, il cielo sembra proprio quel manto nero bucherellato, oltre il quale gli antichi popoli del Mediterraneo immaginavano splendesse una grande luce perenne che illuminava il volto degli dei.
Nell’attesa di recuperare lo strascino, ognuno controlla la propria zona di lavoro. Il Comandante, come in un antico romanzo marinaresco, appoggiato alla murata di prua, carica la sua vecchia pipa con gli stessi identici movimenti del suo rito personale, che ripete a ogni prima calata, mentre guarda il suo mare venirgli lentamente incontro screziato da disordinate creste di schiuma.
Rino e Toti, entrambi al governo, stanno in piedi nella timoneria, illuminata solo dalle deboli luci delle spie e degli strumenti di navigazione. Si scambiano commenti e previsioni sulla battuta di pesca e, soprattutto, su quella bizzarra ultima volontà di Gaetano di volere chiudere quella campagna con altre tre o quattro calate, quasi sotto costa.
I fratelli Armao e Mamadou sono rimasti a poppa, in zona argani, chi a fumare, chi a riordinare la coperta prima della salpata. Ora “peperoncino” è sceso in cucina a preparare una bella moka di caffè forte per ristorare gli uomini, e Pino racconta ad Amadou dei suoi figli, della scuola e di alcuni amici dei suoi ragazzi che lo impensieriscono un poco.
Gaetano ritorna alla timoneria, calcola che siano passate quasi due ore e fa cenno a Toti di seguirlo verso poppa. Un’ultima occhiata intorno, verso un orizzonte che solo lui immagina di vedere e poi un colpo lungo di fischietto, si salpa.
Tutti ai loro posti.
Un fischio prolungato e Rino, al timone, riduce i giri del motore, e i grossi cavi d’acciaio è come se allentassero la presa sulla rete. Due colpi brevi e Toti col verricello comincia ad alare, mentre Pino e Mamadou tendono le cime laterali, prima avvolgendole sulle campane e poi facendole scivolare sui tamburi. Salvo controlla che tutta l’imbracatura, le mazzette e le catene scivolino lisce sui rulli inclinati. Il rumore è diventato quasi un frastuono che si somma allo sciabordio disordinato lungo le fiancate e ai sussulti del diesel sotto sforzo. I motori elettrici dei verricelli stridono, e la fatica dell’argano, manovrato dal Comandante, è quasi visibile. Ora riemergono i divergenti, e i bracci dell’immensa bocca sono sulla coperta. Un fischio breve e uno lungo e Salvo e Mamadou agganciano la rete al verricello di salpa, mentre Pino libera uno dei due grossi cavi d’acciaio. Il sacco di maglia si stende bagnato sulla coperta, prima di essere strizzato e avvolto sulle pulegge.
Un altro minuto e arriva finalmente il coppo, il forziere. I ragazzi lo imbrigliano quasi al volo e Gaetano lo solleva coll’argano.
Appare come una grande, bella goccia di spessa rete che contiene almeno cinquanta -sessanta chili di pescato. Il cavo la innalza come uno stendardo medievale, oltre l’archetto e una cascata di acqua inonda il ponte.
Gaetano molla la cima e il coppo si affloscia come morto, mentre al suo interno s’intravedono migliaia di vite ancora vibranti per l’ultima, inutile ricerca della salvezza. Si recupera la cala e si svuota il coppo.
Gaetano è al settimo cielo, saranno almeno mille, duemila euro d’incasso. La sua intuizione e la sua ostinazione sono state ripagate già alla prima salpata e ne ha in programma altre tre. Una gran quantità di gamberoni e poi una grossa ricciola, le gallinelle, diversi scampi, qualche aguglia, merluzzetti e spigole. Ora inizia la cernita, la selezione delle scelte dell’oro rosso di Mazara, il lavaggio e le cassette vanno per qualche ora nell’abbattitore e poi nelle stive frigorifere. Mentre s’inizia a pulire con potenti getti d’acqua il ponte di poppa, via con la seconda calata.
Gli uomini sono più che soddisfatti, festanti quasi, anche perché sanno che il Comandante usa condividere col suo equipaggio una parte dell’incasso delle battute di pesca, e questa volta sembra sia andata ancora meglio delle calate delle settimane precedenti. Ci starebbe bene una bella birra per accompagnare le chiacchere e per premiare un po’ tutti, ma Gaetano su questo punto è inflessibile, si beve solo durante i pasti e mai durante una bordata. E quando è il caso di fare festa, si bevono anche più di un paio di birre, tutti assieme, ma a terra.
L’armatura era già in acqua da più di un’ora e il Comandante scambia un’occhiata con Toti e con Rino e fa un cenno col capo. E di nuovo, un fischio prolungato e Rino, al timone, riduce i giri del motore, e i grossi cavi d’acciaio allentano di nuovo la presa sulla grande rete. Due colpi brevi e Toti col verricello comincia ad alare, e lo strascino, grondante d’acqua, viene su sul ponte. Ora siamo ai divergenti, poi il lungo imbuto e infine l’argano solleva il coppo.
Stavolta il coppo non ha la forma precisa di una grande goccia, lo sguardo attento degli uomini nota qualcosa di diverso dal solito. All’interno c’è forse qualche grosso pezzo di rete, un tronco o forse resti di qualche imbarcazione. Gaetano con l’argano fa posare il coppo ondeggiante sul ponte, e attraverso la fitta maglia di rete s’intravede qualcosa, ma non sembra un tronco. I potenti fari di poppa illuminano a giorno la coperta. Liberato dall’aggancio, il coppo si apre. Nessuno vede o guarda né i gamberoni, né quel tonnetto, né i numerosi scampi che ancora si agitano come impazziti.
Lo sguardo si fissa su quel corpo. Ricoperto, più che vestito, da diversi strati di poveri indumenti, ha il viso rivolto verso il pavimento, sembra una marionetta inanimata. La pelle sbiadita, sarà in acqua già da qualche giorno. La faccia di Gaetano sembra di marmo.
«Toti, avvisa la guardia Costiera, dagli la posizione e digli che saremo in porto fra quattro ore. Ributtate in mare tutto il pescato. Alcuni pesci sono ancora vivi, e forse riprenderanno a nuotare in questo mare di merda. E non toccatelo». E si fa il segno della croce. Gli uomini non aprono bocca, sono sconvolti, ma iniziano ad allontanare dal corpo quella cornice di pesci che ancora si dibattono offendendo i poveri resti inanimati.
Mentre il pescato vola a palate fuori bordo e si perde nella scia della barca, Pino recupera un grande telo di cerata e si avvicina per coprire il corpo. Ma mentre si piega in avanti col pesante telo fra le braccia si ferma impietrito. Mamadou, anche lui va per dare una mano a Pino, mentre il ricordo della sua traversata gli scorre di nuovo davanti agli occhi. Segue lo sguardo di Pino, è diretto su un punto preciso di quel corpo.
Mamadou si cala e vede l’ippopotamo e più su, vicino al gomito, la mezzaluna. Cade in ginocchio e si mette a singhiozzare, come aveva fatto quel bambino in Senegal, mentre camminava su un sentiero polveroso che andava verso il nulla, e che lo allontanava per sempre da suo padre. Ablaye si era ripreso da quella lunga bronchite che, per tanti mesi, lo aveva sfiancato. Sì, è vero, aveva sempre quel problema al cuore, ma sapeva di potercela fare, voleva riabbracciare Mamadou e vivere di nuovo insieme a lui. Rino, il più anziano, gli si avvicina e lo sorregge dalle spalle, lo rimette in piedi e lo abbraccia. Tutti gli si fanno intorno, mentre il Comandante è andato a prendere l’unica bottiglia di liquore che tiene nella sua cabina e gliene versa un abbondante bicchiere, mentre Salvo gli porge una delle sue Marlboro già pronte.
Mamadou ora non emette più un gemito, mentre l’ultima lacrima scorre verso le sue labbra. Al secondo bicchiere alza la testa, ma fissa ancora il pavimento ai suoi piedi, poi gira intorno lo sguardo, senza posarlo sul corpo di suo padre. Avrebbe voluto saltare oltre la murata per raggiungere l’anima di Ablaye in fondo al mare, ma non lo fa, si convince che ora è più importante che accudisca il corpo di suo padre. Pregherà per lui.
E mentre, lontano, a est l’alba inizia a illuminare quella distesa increspata di piombo, il Santo Padre II è già in vista del grande porto e tra poco un altro giorno inizierà a muovere la gente e i pescherecci di Mazara.

 

 


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