La mia bellissima testa

vocedelverbo

 

Mi tocco spesso la struttura ossea della faccia.
Mi piace, non posso farne a meno: è più un impulso che una scelta. Seguo le linee solide della mandibola con il medio e l’indice di entrambe le mani, risalgo dietro alle orecchie e passo agli zigomi, prominenti e spigolosi. Gli occhi abitano in un paio di orbite profonde. Ho un cranio bellissimo, leggermente irregolare e un po’ asimmetrico. La parte sinistra sporge più della destra, la pelle sotto gli occhi è sottile e la fronte è spaccata da una breve crepa verticale.
Quando ho iniziato a farlo era inverno. Ricordo di aver pensato: «Sotto la pelle ho le ossa», e improvvisamente le mie mani scorrevano lungo le linee appuntite del viso, tracciandone il contorno e premendo in certi punti più che in altri. Il dispaly del cellulare segnava le 04:52. Era freddo e il resto del mio corpo giaceva sotto una spessa trapunta infeltrita. Non sentivo l’esigenza di muovermi, di respirare, di esistere. Mi sono addormentata con la mano destra intorno al collo e ho dormito un lungo sonno ininterrotto fino alle undici di mattina, quando il rumore acuto e vicino di una sirena mi ha svegliata di colpo. L’ambulanza era per la signora del piano di sotto, morta da un paio di giorni nel suo appartamento. Della dinamica del recupero del cadavere non so niente e non mi sono premurata di informarmi un granché. Nei giorni seguenti sono uscita di casa il meno possibile, solo con gli auricolari alle orecchie. I pettegolezzi sull’incidente si sono spenti nell’arco di una settimana e alla fine pare che la vecchia si sia suicidata.
Questo episodio non ha fatto che acuire l’interesse per la mia struttura cranica, dal momento che lei mi sopravviverà di molti anni. Mi sono chiesta se le mie ossa, una volta marcita la carne, sarebbero state riconoscibili, se in qualche modo si sarebbero visibilmente distinte da quelle della vecchia signora. I teschi umani si assomigliano tutti, e questo è doloroso.
Il mese scorso mi sono recata dal medico di base e, con una scusa, ho chiesto che mi venisse prescritta una radiografia al cranio. Inizialmente il medico ha esitato qualche secondo prima di firmare la prescrizione, ma alla fine ha ceduto. Sono uscita in fretta dallo studio, le guance mi stavano andando in fiamme per l’eccitazione. In strada pioveva una pioggia impalpabile e fitta. Io non avevo l’ombrello. Mi sono sfilata la felpa e l’ho usata per avvolgerci la ricetta perché non si bagnasse. Sono corsa al distretto ASL del mio quartiere più in fretta possibile e quando sono arrivata ho controllato che il foglio fosse asciutto. Sullo schermo all’ingresso ho premuto il tasto prenotazioni e il macchinario ha ronzato a lungo prima di sputare fuori un biglietto lucido e bianco con su scritto A57. Prima di mettermi in fila, mi sono diretta verso la toilette. I capelli gocciolavano sul pavimento e i pantaloni erano pesanti, gonfi d’acqua. Tenevo il foglio di carta con due dita per non rovinarlo. Nell’antibagno un grande specchio scheggiato sovrastava un lavandino di ceramica opaca. Ho osservato il riflesso della mia figura grigia e fradicia avvicinarsi e scrutarsi, mettersi di profilo per indovinare la forma delle ossa del mento e poi scoprire i denti in un’espressione tesa. Sono entrata nella cabina e mi sono seduta sul water. La porta non aveva la chiave e lo spazio era talmente angusto da rendere difficile qualsiasi movimento. Ho appoggiato delicatamente il foglio sulla piccola pattumiera alla mia destra e ho iniziato a spogliarmi. Ho strizzato i miei abiti uno alla volta e poi li ho indossati di nuovo. Sono uscita dalla cabina e sul pavimento di fronte al lavabo una piccola pozza d’acqua si stava ritirando piano. Ho guardato i segni del mio passaggio asciugarsi prima di svanire, ho lanciato un’ultima occhiata allo specchio, palpeggiando le ossa del mio viso e sono andata in sala d’attesa.
La stanza era ampia e affollata e l’odore di sudore si mescolava a quello di umidità. Un gruppo di vecchiette commentava a mezza voce la puzza “nauseante” di un giovane nero seduto poco distate da loro. Un paio di donne dondolavano bambini minuscoli, mentre i fratellini maggiori correvano tra una sedia e l’altra ignorando i deboli rimproveri delle madri. Decine di occhi vitrei fissavano punti casuali della stanza, senza prestare attenzione a niente. Corpi distratti, impegnati in qualcosa che doveva simulare un’attesa. Periodicamente qualcuno si alzava, seguendo le indicazioni che arrivavano dallo schermo che faceva scorrere numeri e lettere e colori e che tutti sbirciavano con ansia o con noia, mentre io, io sola, io speciale, soltanto io vedevo davanti a me la mia bellissima testa dall’ossatura perfetta e tagliente. E mi sentivo superiore a quei crani banali e rotondi, che nessuno aveva mai maneggiato.
Quando è apparso il mio numero mi sono precipitata allo sportello. Una donna giallognola di mezza età ha ritirato la ricetta senza dirmi una parola, poi ha digitato qualcosa su una vecchia tastiera polverosa. Ho approfittato della sua distrazione per toccarmi la mascella. Con vocina spenta ha detto: «Tessera sanitaria», e io gliel’ho passata, poi ha farfugliato qualche parola incomprensibile. In fine, la sua mano grinzosa ha fatto scivolare sotto al mio naso un piccolo fascicolo di carta con su scritta una data. La voce di prima si è fatta più forte quando ha dovuto ripetere: «È tutto, signorina. Liberi il posto, per favore.»
Fuori aveva smesso di piovere. Le mie gambe erano instabili e il mio stomaco era tormentato da crampi; lo sguardo era offuscato e la gola secca. Ma a me interessava solo della mia testa.

L’appuntamento è per questa mattina alle 10:45, quindi mi sveglio alle 05:00 per essere sicura di non fare tardi. Fuori dalla finestra un’alba livida avanza sui tetti e sui palazzi. La osservo schiarirsi con la testa appoggiata al vetro, mentre la mano destra sfrega la nuca e scende lungo la cervicale, sgranando una vertebra dopo l’altra come un rosario. Tasto gli zigomi: precisi, eleganti, al loro posto. C’è qualcosa di giusto in questo toccarsi, qualcosa che mi fa sentire di essere adatta, reale. Non può esserci niente di sbagliato in me, in queste ossa perfette e magnifiche.
Per tutta la notte ho sognato di mangiare gelato da un grosso teschio di vetro. Quando il gelato terminava, prendevo la coppa e la portavo a letto per accarezzarla. Mi sono svegliata con un’intima sensazione di sollievo, e adesso so che tra poco potrò vedere la mia testa lucente su sfondo nero, come una luna nell’universo, mentre braccia, busto, cosce, piedi, saranno solo una cosa posticcia e superflua.
Chiudo l’impermeabile ed esco dalla porta. Sul pianerottolo un bambino mi guarda dall’alto, al di là della balaustra del piano di sopra. Le mani stringono la ringhiera e la testa non raggiunge il corrimano. Mi fissa senza sbattere le palpebre con un paio di occhi enormi, l’iride ha lo stesso colore della pupilla; il suo sguardo ha una profondità inquietante. Inizia lentamente a sciogliere le dita dalla presa e a passarsele sulla faccia paffuta. Tocca le parti in cui le ossa dovrebbero essere più percettibili, mi sta imitando. Seguiamo l’uno i movimenti dell’altro, identici e speculari. Andiamo avanti così fino a che la madre non si affaccia sulla porta borbottandogli qualcosa che non capisco. Lui si interrompe senza fretta, ruota il corpo ma non la testa e si sposta leggermente, senza mai distogliere lo sguardo da me. D’improvviso compare anche la madre. Mi vede e sussulta, rimane paralizzata per un momento, spalanca la bocca e aggrotta le sopracciglia. Spinge via il bambino, ma lui sta ancora a scrutarmi.
Mentre scendo i gradini le nocche scavano lungo il setto nasale, dall’alto verso il basso. Esco e il portone si chiude dietro di me con un tonfo pesante. In strada sento i latrati dei randagi in lontananza. L’alba violacea ha lasciato il posto a una mattina velata, il sole arriva a sprazzi sul marciapiede attraverso le feritoie tra un palazzo e l’altro. Oltrepasso i cassonetti stracolmi e il centro scommesse, poi svolto a sinistra. Al bar all’angolo un gruppetto di vecchietti beve grappa. Li sento urlarmi qualcosa alle spalle mentre mi allontano, ma il rumore del cantiere di fronte copre le loro voci che si confondono con i clacson, i martelli pneumatici, le urla degli automobilisti e tutto il mondo, tutto quello che non è questo dolcissimo cranio. Alla fermata dell’autobus una coppia di ragazzine sta cercando di decifrare gli orari sul tabellone ricoperto di graffiti. Al mio passaggio si voltano e soffocano delle risatine acute. Una di loro estrae lo smartphone e tenta di riprendermi, ma svolto di nuovo a sinistra e accelero il passo. Mi infilo in un vicoletto cieco che puzza di piscio e mi tocco la faccia a piene mani, freneticamente, ossa contro ossa, al riparo da sguardi indiscreti: i buchi degli occhi, il solco sulla fronte, i fossi sulle tempie, le fenditure sul setto nasale. Le mie dita affondano. Il mio cranio non è come il vostro, perché io lo curo e lo venero, lo tocco tutti i giorni più volte al giorno e lui mi parla di qualcosa che è me, ma migliore di me, migliore di voi, teste molli e indifferenti. Mi volto, la luce inizia a vacillare, i contorni sfumano e anche il cielo pare sgretolarsi. C’è qualcosa di nascosto e lontano.

All’imbocco del vicolo una ragazza che avrà più o meno la mia età sta in piedi, stagliata contro la luce, e la fisso. Nell’avvicinarmi, rallento per guardarla meglio. La osservo come se mi specchiassi: sembra un personaggio fuori stagione, una sagoma tridimensionale su sfondo piatto. I colori dei suoi indumenti sono saturi e la sua carne riflette una luce che forse è la mia. Forse non esiste o forse esiste soltanto lei e il fantasma sono io. Inizia a piangere, provo ad accarezzarle la testa e a sfiorarle le guance per modellarle come creta. Cerco i suoi zigomi, ormai bagnati di lacrime. Le mie mani l’attraversano. Lei sospira e io le sussurro: «Stai tranquilla, è finita».

 


 

Francesca Mattei ha pubblicato alcuni racconti su riviste online (Verde, l’Elzeviro, Clean e SPLIT – Pidgin Edizioni) e su un’antologia edita da Tuga Edizioni, “Vite sottopelle. Racconti sull’identità”, nata in collaborazione con la rivista Reader for Blind.


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