Mangio solo coccodrilli rossi

coccodrillo rosso

 

Per l’ennesima volta infila la manina nel sacchetto di carta bianca.
Chiude gli occhi, si concentra, poi con un gesto deciso mescola il contenuto roteando le dita da sinistra verso destra, quindi conta fino a tre e tira fuori la gelatina selezionata.
«E vai!», urla il bambino.
Tiene gli occhi puntati su quella cosa morbida, la gira, la capovolge, la fissa come se a momenti dovesse trasformarsi in qualcosa d’incredibile. La sua attenzione viene catturata dal mio colpo di tosse secca e mi fissa con i suoi occhi enormi.
«Che hai?», mi domanda puntando lo sguardo sul mio pomo d’Adamo.
«Niente, solo un po’ di tosse nervosa e iperidrosi», rispondo mentre cerco invano la borraccia che avevo infilato nella tasca della vestaglia poco prima di uscire dalla mia stanza.
«Io non ho tosse, non ho sudori, non ho bitorzoli».
«Allora perché sei qui?», gli domando inquieto pensando a cosa si riferisse con la parola bitorzoli. Lui non risponde, io attendo con ansia un suo cenno, ma niente da fare, pare sia rimasto incantato dalla sporgenza sul mio collo. Mi sento a disagio, non riesco neanche ad alzarmi dalla sedia. Merda, sono bloccato in sala d’attesa. Inizio a innervosirmi, la gola comincia a prosciugarsi e quel prurito ritorna veloce senza neanche darmi il tempo di bere un goccio d’acqua.
«Non lo so», sussurra il bambino, mantenendo lo sguardo fisso sul mio pomo. «Ho nove anni, sono appena arrivato, mi piacciono i coccodrilli e mangio solo quelli rossi».
Mentre lo dice, ne succhia uno che gli si è attaccato al palato. Allunga il muso verso il basso e schiocca la lingua per tre volte.
«Se fai uno schioppo con la lingua, la gelatina si stacca, e non soffochi». Lo dice come se volesse suggerirmi la soluzione giusta per qualsiasi problema, la risposta esatta alla fine di anni di cure.
«Ti piacciono le caramelle gommose? Quelle morbide, le gelatine, allora, ti piacciono? Ne vuoi?». M’incalza, io non rispondo. «Solo rossi, però, solo coccodrilli rossi, gli altri li ributto nel sacchetto, e se non sono rossi non li mangio, non li mangio, non li mangio!».
Lo ripete a oltranza. Sbadiglio confuso e la mia tosse aumenta, così come il sudore sotto le ascelle. Lui si alza per venirmi incontro, ma in quel momento esatto esce l’infermiera dallo studio canticchiando qualcosa in inglese.
«Coraggio piccolo, tocca a te. Come on, baby», dice rivolgendosi al bambino che ancora continua a masticare quel bolo di gelatina. Lui si tira su le maniche del maglioncino rosso e scatta sull’attenti. Non ha paura, è forte, più forte di me, non ha la tosse, forse non suda nemmeno, non teme nulla perché ha la soluzione a tutto. Prima di andare via, sussurra qualcosa e indica con la coda dell’occhio la generosa scollatura della donna.  Non mi saluta, però ammicca e mi sfiora la tasca destra, avviandosi verso la porta dello studio.

Rimango solo in sala d’attesa, ho paura, non posso negarlo, la tosse aumenta e non ho un goccio d’acqua. Il mio pomo d’Adamo sembra un ascensore impazzito che sale e scende il tratto che butta la saliva dentro la laringe, come in una fossa di coccodrilli. Cerco un appiglio cui ancorare gli occhi prima che la stanza inizi a girare. Vedo una macchia bianca sulla sedia, è il sacchetto di quel bambino. Mi volto per cercare di avvisarlo prima che la porta si chiuda definitivamente, ma la porta non c’è più. Tutte le sedie della sala d’attesa sono sparite. Rimane solo il sacchetto bianco. Faccio per alzarmi e mi sento mancare, mangio solo quelli rossi, ripeteva la vocina nella mia testa. Il mio pomo d’Adamo adesso inizia a spingere verso l’alto come se volesse schizzare fuori dalla gola, ho un conato di vomito, mi sento soffocare, sudo e la tosse non mi dà tregua.
Fisso il sacchetto.
Pare che dentro ci sia qualcosa che si muove. Mi stropiccio gli occhi, li chiudo e li riapro come se quel sacchetto a momenti potesse sparire. Niente, il sacchetto è ancora lì e si muove davvero. Lentamente striscia fino ai miei piedi e non riesco a indietreggiare. Sento un grugnito, no, un nitrito, forse no… non saprei distinguere, qualcosa di abominevole sta venendo fuori da quel maledetto sacchetto di caramelle.  Frugo nelle tasche della vestaglia alla ricerca di un oggetto con cui colpire quella cosa, ma non trovo nulla che possa servirmi a parte l’ansiolitico che avrei dovuto prendere un’ora fa. Penso al bambino e immagino che il sacchetto lo abbia lasciato lì apposta per uccidermi. Solo rossi, riecheggiava nella mia testa, solo rossi, e se non lo sono li ributto dentro. Il sacchetto si squarcia e salta fuori un coccodrillo tutto rosso. Tiro fuori l’ansiolitico che giravo e rigiravo nella tasca della mia vestaglia. Lo infilo in bocca, ha un gusto di fragola, poi tiro fuori la lingua e mi rendo conto che è una gelatina rossa a forma di coccodrillo e la ingurgito. Quel nanerottolo bastardo mi l’ha infilata in tasca prima di sparire. Il gigante rosso sparisce di colpo, mi sento meglio, la tosse è sparita, le ascelle non sudano e la testa non gira. Ora anch’io mangio coccodrilli rossi e se non sono rossi, li ributto nel sacchetto.

«Sono guarito, dottore?», domando mentre lo psichiatra apre la porta del suo studio e lancia un’occhiata alle decine e decine di coccodrilli gommosi sul pavimento. «Questa volta non mi sono dato per vinto, tossivo, ero nervoso, poi è apparso il bambino, mi parlava di coccodrilli rossi e adesso penso solo a quelli».
Lo psichiatra accenna un sorriso e mi da una pacca sulla spalla, poi si toglie il camice e mi dice: «La seduta la continueremo domani, il nostro tempo è scaduto». Indossa la sua giacca di velluto rosso e il bambino riappare al mio fianco. «Solo quelli rossi, mangio solo quelli rossi», sussurra con tono deciso. Mi alzo di scatto e mi avvicino al dottore, poi punto il suo collo tiepido e con un balzo improvviso ci affondo i denti. Finalmente è tutto rosso.

 


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