Marconi

voce del verbo

C’

era quel mio zio, fratello di mia mamma, che al paese tutti chiamavano Marconi e solo a sentirlo nominare a lei veniva da maledirlo. Ma poi si tratteneva guardando il Volto Santo appeso in cucina: «Gesù perdonami». Il fratello l’aveva sempre trattata male perché era geloso di ogni uomo che le faceva la corte. E quando uno di questi insisteva, lui lo sfidava a pugni.
Questo zio di nome Guerino detto Marconi, perché uomo dotato di grande scienza, era vestito di stracci e stava sempre in giro a rabbuffare per trovare lavoro nelle campagne. Non è che fosse un poveraccio, ma gli piaceva vivere in quel modo lì da quando decise di lasciare la ditta di costruzioni e smetterla di fare il geometra.
Marconi aveva tre passioni: sigarette, cucina e donne. La prima delle tre gli procurò un perenne affanno e un fischio ai polmoni e lui sempre a dire “porca bagascia” mentre tossiva e sputava dappertutto, rosso in faccia. La seconda gli aveva fatto venire il diabete alto, l’ombelico di fuori sul pancione e un paio di emorroidi formidabili. La terza un principio di infarto.
Mio padre parlava di Marconi giovane come un ragazzo fanatico vestito sempre di bianco che faceva avanti e indietro con la moto appresso alle ragazze. «Altri tempi», aggiungeva mia madre e riportava alla memoria le ceste di camicie che ogni giorno doveva stirare al fratello borbottone che non voleva mai prendere moglie. E guai a non fargliele trovare pronte le camicie. Gli saliva la furia e dava pugni e testate ai mobili. Pure al nonno gli saliva la furia nel vederlo distruggere i mobili e si picchiavano fino a sanguinare.
Allo zio, il mio papà non lo poteva soffrire, specie per quella puzza di stalla e sigarette che aveva addosso e quel vizio di fare a botte con chiunque. Fidanzarsi con mamma non era stato facile, dovette battersi con Guerino tre volte prima che lui lo giudicasse uomo degno di sua sorella.

In vita sua, Marconi aveva amato moltissime donne, tutte rigorosamente in carne. Più grosse erano, più impazziva d’amore e gelosia per loro. Queste storie però finivano in catastrofi.
L’infatuazione suprema l’ebbe per Rossana, la figlia della tabaccaia vedova sulla via principale. Questa figlia della tabaccaia era una ragazza madre parecchio giovane rispetto a Guerino. Su di lei, le malelingue bisbigliavano diverse storie, tutte in disaccordo, tra cui un intrallazzo col parroco della chiesa di San Sossio, un giovane magro e alto con degli occhialini tondi sul viso triangolare. Allo zio, questo continuo sparlare di Rossana gli fece perdere la ragione e iniziò ad andare in giro con un coltello a serramanico nella giubba da lavoro.
Tutte le volte che Marconi passava per la via principale in compagnia di Rossana, i ragazzi del bar intonavano il Padre Nostro e poi giù a ridere e a dire: «Viva la Magrolina! La tabaccaia regina!». La donna abbassava lo sguardo dalla vergogna, stretta al braccio di Guerino, e a lui una domenica salì la furia, attraversò la via e non si capì niente.  Fu qui che dopo la scazzottata gli venne male al cuore.
Al ritorno dall’ospedale, rinchiuse Rossana nello sgabuzzino con l’intenzione di farsi raccontare tutta la verità sul prete. Aspettò che il figlio di lei andasse al calcio e agì minacciandola col coltello a serramanico. Hai voglia a spiegare che si trattava di malelingue, lui non voleva sentire ragioni, pigliava un mobile, lo sfasciava e lo lanciava dal balcone. Il vialetto sotto casa diventò una specie di discarica coi bambini del quartiere che si divertivano a giocare in mezzo a quelle cianfrusaglie.
Esaurita quasi tutta la mobilia da sfasciare, Rossana credette che Marconi l’avrebbe ammazzata, quindi dichiarò d’aver fatto l’amore col giovane prete, inventando alcuni dettagli piccanti. Lo zio, dopo una lunga rincorsa, diede una testata alla porta dello sgabuzzino, si accasciò sul pavimento e, tirandosi i capelli, ripeteva: «No! No! No! Perché? Perché? Perché?». A quel punto, si portò le mani alla bocca e iniziò a tormentarsi la lingua e le mascelle e le guance e gli venne un colpo di tosse fortissimo. Fece giusto in tempo ad aprire la porta che Rossana cominciò a dargli botte sulla schiena per non farlo soffocare. Sfiancato, si lasciò cadere sul letto, l’unico pezzo rimasto, cercando di prendere fiato. Lei lo guardò, si sedette di fianco a lui e se lo strinse.
All’epoca dei fatti abitavamo nella stessa traversa di Marconi. Mia madre,  davanti a un tale disastro, corse impaurita dalla famiglia della tabaccaia a cercare aiuto.
Rossana c’aveva due fratelli gemelli che erano i guappi di tutta la via principale. Stavano spesso a mangiare pane e maionese e a bere birra seduti sul marciapiede coi ferri carichi nei jeans. Questi, a Marconi, non l’avevano mai potuto vedere perché secondo loro non era altro che un vecchio monnezzaro fuori di testa. Non appena mamma finì di raccontare della mobilia scaraventata giù, i gemelli saltarono in piedi e da bravacci quali erano raggiunsero l’appartamento di Marconi pronti a duellare. Intanto, Marconi e Rossana erano andati a comprare un gelato al chiosco della villa comunale e al mobilificio Concetta Mobili a scegliere l’arredo nuovo.
Mimmo e Gaetano, questi sono i nomi dei gemelli, non si dettero pace e cominciarono a sparare colpi di pistola in aria. Successe allora che una pattuglia della polizia si trovava a bazzicare di là e i due finirono in prigione. La tabaccaia vedova non resse il colpo e le venne la malattia dei nervi.

In un giorno di primavera, Marconi e Rossana ci annunciarono la decisione di convolare a nozze. Mamma scoppiò in lacrime dalla gioia perché finalmente Marconi si sarebbe sistemato e forse avrebbe smesso di vagare per le campagne. Papà, lo vidi tra l’incredulo e l’euforico: quel fetoso del Marconi non sarebbe più entrato in casa nostra a tutte le ore del giorno a cercare cibo nella dispensa.
Ma la storia, durante i preparativi per il matrimonio, fu scossa da una nuova burrasca. Marconi adocchiò la badante del signor Vincenzo del terzo piano, professore di matematica in pensione. La donna, un metro e ottanta, magra, caschetto biondissimo, originaria della Bulgaria, ricambiò il sorriso e lui se ne innamorò, nonostante non fosse in carne. Da quel momento, non pensava ad altro che a infilare il suo lazzo nella spaccata di lei, finché decise di rinchiudere nuovamente Rossana nello sgabuzzino e portarsi dentro casa quella bulgara biondissima e farci l’amore. A Rossana venne la malattia dei nervi uguale alla mamma e il tabaccaio fallì.
Marconi si convinse che il professore allungava le mani sotto la veste della badante, e le ordinò di licenziarsi e andare a lavorare nei campi insieme a lui. Ogni sera dopo il lavoro, Marconi riempiva a viagra la spaccata di lei, la quale, nel frattempo non era più tanto magra perché lui la costringeva a mangiare troppa carne di bufala. Per lei, Marconi continuò a fare a pugni con chiunque osasse sfiorarla. Convinto che papà l’avesse baciata in bocca, piombò da noi con gli occhi di fuori e i pugni pronti a colpire. Papà si difese col vaso di fiori a centro tavola, lo prese e glielo spaccò in testa e uscì a bere un Crodino al bar. Marconi si mise davanti allo specchio del soggiorno, mamma e io lo guardavamo prendersi schiaffi da solo.
La badante, esasperata dalle liti e stanca per il lavoro nei campi, comprò con l’aiuto del professor Vincenzo un biglietto aereo di sola andata per la Germania. Lì ci viveva sua sorella.

Marconi, dalla disperazione, si attaccò alla bottiglia di liquore Strega, e ogni donna che incontrava per strada la scambiava per la badante e voleva cucinarle la carne di bufala. Dopo un po’ la gente del paese si abituò alla sua presenza, e lui divenne il matto della via principale che andava in giro con una carcassa di bufalo dentro al cofano della sua scassatissima Fiat Uno.

 


Classe ’87, nato a Napoli.
Ha esordito su Neutopia – Rivista del possibile  con il racconto “L’insetto nella pancia”, seguito da “Fuori servizio”, e ha scritto un romanzo che aspetta di essere pubblicato. 

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