El Marenco

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Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

La prima volta l’ho visto sulla spiaggia di Cerro. Se ne stava in piedi, non so come, tenendo con una mano la canna da pesca e con l’altra una stampella consumata. Mi pare di ricordare che fosse autunno, ma l’unica certezza, quando si è alle prese con una memoria scadente, rimane quel gran vento che rendeva il suo corpo ancora più precario di come appariva. Ad ogni folata, infatti, l’uomo si muoveva scoordinato come se la sua schiena, storta e all’apparenza molto fragile, non fosse che una vela vibrante che, a scatti, si gonfiava rapidamente.
Incuriosito da quella figura, mi ero deciso ad avvicinarmi per capire di chi si trattasse e soprattutto perché stesse pescando con quella brezza che, per poco, non lo faceva finire dritto nell’acqua. Così avevo affondato i piedi nella sabbia umida e mi ero messo a fingere di studiare l’anomalo moto ondoso per cercare di attaccare bottone.
Dopo qualche minuto, lui si era accorto di me, si era voltato a guardarmi e con una certa enfasi mi aveva salutato con quel Hola, amigo!che era risuonato un po’ strano da queste parti. Risaltavano gli occhi verdi come le montagne piemontesi e una bandana blu, del medesimo colore dell’oceano, che raccoglieva capelli lunghi e brizzolati che si agitavano sulle spalle.
Io avevo ricambiato il saluto e lui si era limitato ad un riservato cenno di assenso. Poi dopo qualche altro attimo di silenzio, il pescatore si era girato verso di me, e aveva gridato: «Esto es el Marenco! Muy fuerte! Oltre cinquanta nodi, novanta all’ora, amigo!».
Vagamente stranito, ero riuscito a rispondere soltanto «sì». Del resto, non sapevo che diavolo fosse il Marenco, così come non sapevo nulla di quel pescatore malmesso che mescolava italiano e spagnolo articolando frasi dal dubbio senso logico.
Ero rimasto un po’ fermo ad incantarmi davanti alle nuvole che si muovevano rapidissime, forse per merito dello stesso Marenco, poi avevo ripreso a camminare per raggiungere la strada di casa. Tra un passo e l’altro, pensavo a quell’uomo e al motivo che lo avesse spinto su quella spiaggia con quel tempaccio, dopodiché, una volta rientrato in casa, la visione del pescatore latino era svanita tra le migliaia di faccende da sbrigare.

Parecchi mesi dopo, in modo del tutto casuale, mi era capitato di rivederlo. Questa volta, scoprii addirittura dove abitava. Infatti, mentre me ne stavo andando con la bicicletta verso la stazione, avevo notato la sua schiena a mezzaluna in lontananza che si agitava, ora senza il minimo alito di vento. Stava trascinando delle assi di legno all’interno di un giardino ormai dimenticato, in cui faticava a stare in piedi un rudere che pareva essere sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale.
Lui, nel frattempo, avendomi visto sfrecciare in bicicletta, aveva sgranato i grandi occhi verdi e mi aveva urlato, quando ormai ero già a un centinaio di metri di distanza: Te gusta mi nuevo rustico?
Io mi ero voltato in corsa, gli avevo sorriso, e poi avevo ripreso la mia affannata pedalata in direzione della stazione.
Così ogni giorno che passavo da quella casa in bicicletta, rallentavo per vedere come stesse procedendo la sistemazione del rudere a cui il pirata aveva deciso, per qualche strano motivo, di rimettere mano. Per il resto, quando lo vedevo, lo salutavo, lui ricambiava, ma non riuscivamo mai a fermarci a conversare.

Una volta però, con tutta la curiosità del caso, avevo deciso di fermarmi a scambiare qualche chiacchiera con lui; ammetto che ne volevo sapere di più. Così avevo suonato il campanaccio appeso, in qualche modo, a quel cancello arrugginito che tentava di resistere al verde assalto dell’edera.
Dopo un paio di scampanellate, lui era apparso alla finestra del rudere e mi aveva fatto cenno di entrare. Così, curioso e senza alcun tentennamento, mi ero fatto avanti. Attraversando il vialetto dominato da erbacce che quasi si facevano bosco, ero arrivato fino alla porta e poi mi ero fermato. Dopo qualche istante, l’uomo era arrivato, mi aveva spalancato la porta e mi aveva invitato ad entrare con quella rumorosa cordialità che doveva essere tutta latina.
Io lo avevo seguito e mi ero accomodato al piccolo tavolo in legno su cui erano appoggiati un’infinità di oggetti con svariate gradazioni di polvere. Tra le troppe cose presenti, c’erano anche degli ami da pesca e dei rocchetti su cui c’era avvolto del filo di nylon.
«Quindi ti piace pescare?», gli avevo chiesto io.
«Mucho! Es mi vida, hermano!».
Poi mi aveva invitato a dare un’occhiata alle foto ingiallite appese alla parete che lo ritraevano, giovanissimo, mentre abbracciava dei pesci mai visti e di enormi dimensioni. Senza che gli chiedessi nulla, aveva cominciato a raccontarmi episodi della sua vita e ricordi di un mare lontano, forse i frammenti di un oceano alla fine del mondo.
«Dov’eri qui?», gli avevo domandato.
«La isla de Chiloè, la puerta chilena de la Patagonia, mi casa hermosa».
Poi aveva cominciato a parlarmi dei lunghi anni trascorsi su quella che diceva essere l’isola più piovosa del mondo, ben undici mesi all’anno di precipitazioni, tanto che quando spuntava una bella giornata, tutti, ma proprio tutti, smettevano di fare qualsiasi cosa stessero facendo e ne approfittavano per godere dei rari raggi del sole.
In quelle foto coi pesci giganti tra le braccia, il cielo era sempre nuvoloso e la schiena di Mario ben dritta, ma proprio non riuscivo a chiedergli cosa gli fosse accaduto. Poi lui mi aveva offerto un tè e mi aveva portato a fare un giro nella catapecchia che stava sistemando.
Lo avevo seguito sino al primo piano, salendo su quelle scale in legno abbastanza ballerine, su cui l’uomo si appoggiava con tutta la superficie delle braccia per cercare di tirarsi su. Non sapevo che genere di malattia avesse, ma faceva una gran fatica a camminare e a coordinare i movimenti, soprattutto su quei fragili gradini che gracchiavano ad ogni passo. Una volta saliti, mi aveva fatto vedere le stanze che stava rimettendo a nuovo. Erano tre e tutte ancora in alto, altissimo mare. Il pavimento e le pareti erano realizzati con lunghi listelli di legno di robinia e, a ogni movimento, o ancor peggio a ogni respiro, la casa cominciava a tremare, quasi a danzare, come se fosse uno scafo alle prese con una eroica traversata.
Quel tipo di condizione precaria mi impauriva e non vedevo l’ora di scendere. Temevo che la vecchia casa potesse crollare da un momento all’altro. Il pirata, comprendendo il mio timore, aveva cercato di rassicurarmi come un capitano di lungo corso, mestiere in cui, a giudicare dalle foto, si era cimentato per molti anni di quella vita che appariva lontana decenni e migliaia di chilometri.
«Te gusta el mio futuro Hostal?».
A questa domanda non ero riuscito a formulare alcuna risposta. Lui si era messo a ridacchiare a gran voce e il pavimento aveva ripreso a tremare. Dopodiché, con le dovute precauzioni e una preghiera a ogni scalino, eravamo tornati giù, ed io, con il pallore in volto di chi aveva una paura estrema, mi ero congedato dal mio nuovo amico.

La sera stessa ero andato a trovare mia nonna, l’anziana donna che conosceva ogni dettaglio del nostro paese; una specie di sportello anagrafe non autorizzato, claudicante, mezza sorda e coi capelli grigi e vaporosi. Le avevo chiesto se sapesse qualcosa di quello strano personaggio comparso dal nulla e dall’aria piratesca.
«Sarà Mariolino. Un sacco di anni fa era partito per l’Argentina. E poi non si è più visto. Dicevano che si era stabilito su un’isoletta del Cile, che era diventato pescatore e che navigava fino alla fine del mondo. Ma lo sai, si dicono tante cose, soprattutto di quelli che spariscono da un giorno all’altro. E qui ce n’è tanti che vanno e vengono».
Finalmente potevo provare a dare un nome a quello strano pirata che proveniva da tanto lontano. Poi avevo salutato la nonna e mi ero congedato con l’intenzione di scoprire qualcosa in più dei paesi in cui il personaggio latino aveva messo piede.
Così la sera avevo acceso il pc e mi ero messo a studiare la geografia del Cile e di quell’isola piena di magia chiamata Chiloè. Poi avevo tentato di ripercorrere le tappe che avrebbe potuto aver percorso Mario, navigando fino all’estremo Sud del continente americano, fino a scorgere l’ultimo lembo di terra abitabile, la gelida Ushuaia.
Da quello che avevo letto, non doveva essere stato facile vivere in quei posti remoti e così poco ospitali. Mi veniva da pensare al pirata, da giovane, con quella bandana a sfidare i venti gelidi che spiravano dall’Antartide. Poi lo pensavo ora, malato di chissà cosa, a cercare di arginare la sua follia tornando nella terra in cui era nato e che, probabilmente, abituato alla densità di popolazione della Patagonia cilena, doveva sembrargli una metropoli. Mi chiedevo se fosse diventato completamente matto quand’era da quelle parti, o se fosse partito in quelle condizioni.

Nonostante tutto, avevo cominciato a frequentarlo. Senza mai avvertire il bisogno di presentazioni formali o di domandargli di quel passato tanto lontano, mi ero messo ad aiutarlo a sistemare il suo futuro Hostal, come lo chiamava lui. Non possedevo alcuna competenza pratica ma Mario mi aiutava, con tutta la pazienza che possedeva, tirandomi pacche sulla spalla e offrendomi il consueto tè caldo.
Mentre lo versava, mi confessava, abbassando la voce come per non essere sentito da nessuno, che aveva intenzione di aprirlo per la stagione estiva e aggiungeva, abbassando ancora di più il tono, di essere molto più abituato a lavorare al freddo che al caldo. Amava la pioggia e diceva che Chiloè, dove pareva aver vissuto per decenni, era proprio il posto perfetto.
Io rimanevo a guardarlo per qualche istante, poi riprendevo a battere chiodi nel legno. Avevamo continuato a picchiettare fino ad inizio primavera, e l’insieme di quelle assi raccattate chissà dove aveva cominciato a prendere le sembianze di una vecchia barca.
Poi, un giorno di maggio mi ero presentato, come sempre senza preavvisare, e avevo trovato il cancelletto chiuso. Avevo cercato di notare se le finestre fossero aperte, in modo da chiamare il pirata, ma era tutto sigillato, un po’ come in quelle immagini dei telegiornali quando dall’altra parte del mondo attendono un uragano. Ero rimasto fuori ad aspettare una buona mezz’ora per vedere se sarebbe ritornato, ma nessuno si fece vivo.
Così ero ritornato ancora, un giorno e poi un altro, con la speranza di ritrovarlo, magari a salutarmi mentre conficcava assi di legno in quella specie di casa che si agitava come una scialuppa nell’oceano in un giorno di burrasca, ma Mario il pirata non c’era più, sembrava essere sparito nel nulla da cui era apparso.
Avevo provato a cercarlo anche in riva al lago, da Laveno fino a Reno, poi nella direzione opposta, arrivando quasi fino a Germignaga. Non sapevo dove fosse diretto e perché fosse sparito così, senza nemmeno congedarsi con uno dei sui folli adios.

Non riuscivo proprio a rassegnarmi all’idea. Capitava spesso, infatti, durante le giornate di gran vento, soprattutto in quelle dove spirava el Marenco, che andassi a cercarlo in riva al lago, confidando di trovarlo mentre pescava e si prendeva tutto il vento addosso, cercando di mantenere in piedi quel corpo, soltanto all’apparenza fragile e precario.
Poi, con il passare del tempo, ci ero andato sempre meno, fino a mettere da parte il pensiero del pirata e archiviare quei ricordi in un angolino della mente. Ogni tanto mi capitava di passare per quella casa che stava tornando allo stato naturale, cioè il rudere che era sempre stato, ma non ci facevo quasi più caso; Mario era stato soltanto una piacevole parentesi, un sogno lacustre durato non più di qualche stagione.
Le rare volte che ci facevo caso, che guardavo quella catapecchia ricoperta di travi che stavano tornando a marcire, pensavo a lui e in quale parte di mondo potesse essere finito, su quali mari o laghi stesse navigando, e una piccola emozione cominciava a trascinarsi dalla gola fino allo stomaco, un’emozione che ricordava una lenza sottile alle prese con un pesce con la forza di un intero banco.

La novità del pirata, in brevissimo tempo, era spirata lontana. Tutto era tornato normale, un po’ troppo tranquillo e mansueto, forse sin troppo ordinario; era tutto così cadenzato, lento, come la nostra normalissima vita di lago.
Mi sarebbe tanto piaciuto rivederlo, o magari tornare indietro nel tempo, quando ero seduto nella sua cucina a sorseggiare quel tè bollente e rubargli una foto di quando era giovane, in perfetta forma, a bordo di una nave che affrontava gli oceani. O ancora mi sarebbe piaciuto chiedergli qualcosa in più della sua esistenza lontana, di come si fosse ammalato e di come riuscisse a rimanere così forte nell’animo. Poi pensavo alla bellezza della sua storia, all’attraccare nel porto natale per poi salpare nuovamente, verso altri, nuovi porti, perché sembrava non esserci possibilità di quiete, per Mario, dove non imperversava tempesta.


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