Cicatrici

voce del verbo

Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Sergio non parla molto.
Solo una volta nella vita ha provato quello che sta provando adesso, nudo, un po’ sudato, sdraiato sul letto con una sigaretta in mano. Vicky in piedi davanti a lui, la finestra aperta e i rumori della notte che entrano trasportati dalla brezza. Nel suo vestito bordeaux, la schiena scoperta, i capelli lunghi che non taglia da dodici anni, Vicky è una transessuale di quarantacinque anni. La voce di Vicky è potente, arriva dritta al cuore. E nella voce di Vicky trovano pace tutte le voci di Sergio. Ogni ruga sul volto di Vicky è un sentiero per Sergio, e di rughe, Vicky, ne ha molte. Sergio sta là, fuma e ascolta. Si porta la mano al cuore, si tocca distrattamente la cicatrice a croce che si è fatto sul cuore. La stessa cicatrice che porta Vicky sul proprio. Se le sono fatte in un pomeriggio di letto per esorcizzare le cicatrici che si portano dentro.
Sergio non sa se è amore. A Sergio sono sempre piaciute le donne. Sergio sa che quella che prova con Vicky è pace. Senza aver bisogno di musica, la voce di Vicky canta note placide, libere, che accelerano i battiti cardiaci quando il tono si fa più acuto, trasformandosi in ululato nel momento dell’assolo. Per la prima volta nella sua vita, Sergio ha chiaro cosa vuole. Vicky si sdraia sul letto, mentre finisce le ultime strofe della sua canzone preferita, gli occhi verso il soffitto, sognanti, immaginando di essere una diva. Sergio applaude. Vicky si tira su sui gomiti, lo guarda felice.
«Grazie».
Sergio scuote la testa, le fa una carezza. «No, grazie a te. Dovresti provare qualche talent show, chissà, magari qualcuno ti nota».
«Cantare per qualcuno è meglio che cantare per nessuno».
«Sì, però…».
«Non parlare, non rovinare…».
Sergio annuisce, rotola sul suo ventre ingrandito dall’età, carezza i capelli di Vicky. Sa che è arrivato il momento di chiederglielo, ma la paura del rifiuto lo ha sempre bloccato. Vicky si volta verso Sergio, gli fa uno di quei suoi sorrisi alla Greta Garbo.
«Vicky…».
«No. Qualsiasi sia la domanda».
«Sei furba, sai?».
«Previdente».
Sergio sorride, si avvicina a Vicky, mette una gamba sopra le sue, come per rendersi più presente. Vicky gli mette due dita sopra le labbra, preme per fargliele entrare dentro. Sergio le lascia passare, le lecca in punta, mentre l’altra mano gli scivola sul cazzo, a carezzarlo, lentamente, con dolcezza e fermezza. Sergio sorride sentendosi il cazzo drizzare, sale sopra Vicky, da dietro, le solleva il vestito, abbassa il perizoma e inizia a leccarla. Mentre Vicky gli passa il lubrificante, sospirando, emettendo un paio di gemiti, Sergio alterna la lingua al lubrificante, lo fa penetrare dentro, unge bene il buco, lo allarga con le dita, in modo soffice, prima di entrare e iniziare a penetrare, piano, poi gradualmente, sempre più forte. E buttare così fuori le angosce quotidiane, toccando il cazzo di Vicky, ad ogni spinta, facendoglielo drizzare, eiaculare, godere.
Sono alla fine dell’amplesso, Sergio trova il coraggio.
«Rimani qua, stanotte».
«No».
«Se rimani qua stanotte, potrai rimanerci quanto vuoi».
Vicky si alza di scatto e se ne va sbattendo la porta. Sergio resta là, nudo, sul letto, senza capire dove ha sbagliato.

È passata una settimana. Vicky non risponde alle chiamate né ai messaggi di Sergio. Non ci ha mai capito molto con le donne, Sergio. Pensava che con Vicky sarebbe stato diverso, ma si sbagliava. È peggio. La paura del rifiuto si fonde al rimorso della perversione, di aver oltrepassato un limite, la paura che si venga a sapere in paese. A quasi cinquant’anni, per un manovale del Sud Italia, non valgono gli stessi diritti dei giovani. E Sergio, dopo aver toccato la felicità, decide di chiudersi di nuovo in se stesso, di mettersi al riparo. Forse perché in troppi gli hanno detto che, quando si esprime, si esprime come un pugile. Fa male. Mentre invece, per Sergio, sono sempre gli altri, quelli che fanno del male. Nella sua imperfezione, nella sua piccolezza, Sergio vorrebbe semplicemente comunicare. Provare empatia con il mondo, con la tristezza degli altri.
Così Sergio, in mutande per il caldo, si alza dal letto, prende i vestiti da lavoro appena asciutti dal filo fuori dalla finestra. Li indossa. Pensa che Vicky, tra tutte le persone che ha conosciuto, è quella che più ha sofferto in vita sua. Farla sorridere, per Sergio, è una sfida ma, in fondo, gli piace. Vicky lo stimola anche quando è da solo.
Sergio esce di casa, non si pettina, non si guarda allo specchio, non si lava i denti. Oggi non deve baciare nessuno e preferisce che gli altri gli stiano alla larga.

Qua al mare non lo conosceva nessuno, quando, mesi fa, camminava sotto il sole di mezzogiorno. Troppo caldo, impossibile stare seduti o sdraiati. Sergio in slip da bagno lisi. I piedi calpestavano l’acqua del mare, la schiuma, si rinfrescavano. Negli occhi bambini e adulti impegnati a loro volta a godersi quella domenica al mare, cercando di dare una giustificazione alla coda di auto che dovevano farsi per tornare a casa in tempo per la cena, con i loro corpi o troppo magri o troppo grassi o semplicemente imperfetti.
Sergio camminava quasi vergognandosi del suo essere solo. Sergio si vergognava anche di quello che l’età aveva fatto al suo corpo. Sergio nuotava da piccolo, faceva le gare. Gli piaceva sentire l’acqua sfiorare la sua pelle a ogni bracciata, scivolare, passare ore a nuotare, pensando a mille cose, come sospeso, fino a che i muscoli non gli si indolenzivano. Gli piaceva tuffarsi al momento del fischio e dare tutto, senza vedere né sentire niente, concentrato solo nel muovere braccia e gambe il più veloce possibile, come volesse divorare l’acqua, se stesso, suo padre con il cronometro in tribuna. Aveva il corpo più bello del paese, Sergio. Ora, invece, desiderava un inverno perenne. Così, Sergio si avviava verso il baretto sulla spiaggia, aveva fame.
E fu là che vide Vicky per la prima volta. Vicky, sdraiata su un asciugamano vicino alle dune che separavano la spiaggia dalla macchia mediterranea, indossava un vestito a fiori ed era l’unica persona a non stare in costume nonostante il caldo asfissiante. Vicky lo guardò. In Vicky c’era solitudine. Come solitudine c’era in Sergio, insieme a un misto di noia e paura. Sergio andò al bar, prese due birre, a disagio, voltandosi un paio di volte a guardare Vicky, lontano. Sergio sapeva che Vicky era transessuale. Forse si avvicinò a lei per questo. Porse una birra a Vicky, le sorrise. Vicky ricambiò il sorriso senza pressione, senza fretta. E Sergio si mise seduto accanto a Vicky, il ventre ripiegato sullo slip da bagno, in silenzio, a guardare il mare lontano tra le gambe dei bagnanti.

Sergio pensa che non ha mai visto Vicky senza un vestito che ne esaltasse la femminilità. A Sergio piace come le persone tentano di mascherare i propri problemi. Zito si avvicina, gli offre una lattina di birra ghiacciata. Sergio la prende, la calce si attacca alle goccioline lasciate dal ghiaccio sciolto.
«Grazie».
«Però occhio, ché il capocantiere è in giro».
«Ci starò attento».
Zito si allontana, è un muratore rumeno, da anni nella stessa compagnia di Sergio, hanno più o meno la stessa età, ma i muratori rumeni sono più forti, determinati e bevono più birra. Sergio pensa che sia per questo che resistono meglio alle tempeste della vita. Quelli come lui invece, campani da generazioni, sono diventati più effeminati e inadatti. Per questo era destino che il suo cuore campano fosse spezzato da Vicky. Pensa che, se suo padre fosse ancora vivo, avrebbe voglia di dirglielo. Di urlargli in faccia gli effetti della sua educazione maschilista. Sergio finisce di bere la birra, guarda la città dal palazzo in costruzione. Mancano ancora molti mesi di lavoro. Vorrebbe godersi questa vista con Vicky. Magari al tramonto, quando l’odore del traffico e della notte si fondono assieme. Quando la città lentamente diventa quieta, indiscreta.

I primi incontri con Vicky erano sempre in auto. Sergio di fermava in un parcheggio a piani, Vicky arrivava in auto e lui le saliva sopra. Incontri furiosi, corpo contro corpo, stretti nei sedili posteriori, senza parole, senza carezze. Vicky concedeva a Sergio il suo corpo. Sergio concedeva a Vicky il suo male. Alla fine, però, restavano abbracciati, avvinghiati l’uno all’altra come farebbe un naufrago con l’ultimo pezzo di legno rimasto della nave. Sergio aveva alle spalle una serie interminabile di relazioni finite affogate nell’egoismo, nei reciproci desideri muti e sordi, senza neanche conoscere i propri, di desideri. Vicky, invece, si sentiva sbagliata fin dalla nascita per colpa di un corpo che non le apparteneva. Vicky aveva la mente di un angelo e un corpo troppo materiale con un cazzo utile solo a pisciare. Un corpo martoriato dagli ormoni e dall’autolesionismo. Il corpo di Vicky era morto prima dell’arrivo di Sergio. E invece Sergio lo ha saputo usare tutto, il corpo di Vicky. Fino all’ultimo centimetro.
Una di quelle notti, Vicky carezzava il ventre molle di Sergio. La sua mano saliva fino a giocare con i peli del petto, mezzi bianchi e mezzi neri. Sergio guardò Vicky:
«Vorrei che ti togliessi il vestito».
«No».
«Non ti ho mai vista senza un vestito».
«Ho detto di no».
«Va bene, come vuoi».
«Non mi costringere mai a fare qualcosa che non voglio fare».
Lo sguardo di Vicky, nella penombra della luce del lampione che filtrava dentro l’auto,
non aveva dolcezza. Sergio le carezzava la testa, i capelli, e annuì.
«Non ti costringerò mai a fare qualcosa che non vuoi fare. La vita già ci costringe troppo».
«Promettimelo».
«Te lo prometto».
Sergio sorrise in modo paterno. Vicky spostò lo sguardo tra le frasche fuori dal finestrino. Sergio avvicinò il volto al suo.
«Vorrei portarti a mangiare un gelato alla bancarella che non chiude mai».
«Non devi sentirti obbligato».
«No, mi va».
«Possiamo continuare così, davvero, non c’è bisogno di andare oltre».
«Io non sono abituato a continuare così».
Vicky cambiò espressione, sorrise, leggera. «Sono mesi che non mangio un gelato, sai?Quale gusto ti piace di più?»
«Quelli alla frutta».
«Sei un romantico, allora. Lo avevo letto su una rivista. C’era un articolo che collegava i gusti di gelato ai tipi di personalità».
«Potrebbe essere. Chissà. E a te? Qual è il tuo gusto preferito?».
«Nocciola».
«E la nocciola a quali tipi di persone piace?».
«A quelle che vorrebbero mangiare solo cioccolato, ma che non possono perché non si lasciano mai andare».
Sergio e Vicky risero. Poi Sergio disse: «Allora la nocciola piace a quelle persone alle quali piace farsi del male».
«Già… non ci avevo mai pensato».
Sergio spostò con cura il corpo di Vicky, uscì dall’auto per abbottonarsi i pantaloni e infilarci dentro la camicia. L’aria fresca della notte gli raffreddò le goccioline di sudore sulla fronte.
«Forse anche io prenderò un gelato alla nocciola, stanotte».

Sergio, in auto, aspetta davanti a casa di Vicky. Le luci dell’appartamento sono accese. Prova a chiamarla. Vicky riattacca come ogni volta. Sergio gli inoltra gli ultimi sms che si erano scambiati prima del grande silenzio, in cui Vicky diceva quanto tenesse a lui. Sergio aspetta che passi un po’ di tempo, poi riprova a chiamare di nuovo. Il telefono di Vicky suona a vuoto. Ha deciso che resterà lì fino a che Vicky non uscirà di casa. E le parlerà.

Sergio si avvicinò alla porta del bagno, il rumore della doccia diventava sempre più forte. Sergio si appoggiò alla parete del corridoio, ascoltava l’acqua, la immaginava scivolare sul corpo di Vicky, accarezzandole tutto il corpo nudo, esposto, fragile. Sergio avvicinò la testa al buco della serratura, guardò, aspettò. L’acqua si fermò, la porta della doccia si aprì, Vicky uscì e Sergio la vide nella sua nudità gocciolante. Un corpo simile al suo, giusto un po’ più esile, ma dritto, senza curve, senza seno. Solo i capelli erano diversi, lunghi, a metà schiena, ondulati, bagnati. Le mani di Vicky che se li spazzolavano con cura, li lisciavano per farli sembrare più lunghi. Vicky addomesticava i suoi serpenti neri, li asciugava con il phon, l’aria calda li faceva volare, mentre Vicky li stendeva con la spazzola, dando loro la forma della femminilità. Sergio continuava a osservare con un misto di rimorso e piacere. Il ventre sporgente di Vicky, il cazzo abbandonato a se stesso, il bacino stretto. Vicky si guardò allo specchio prima di iniziare a truccarsi. L’odio che provava per il suo corpo emergeva da ogni occhiata. Vicky truccata, pronta per uscire, Vicky che si siede sul cesso per pisciare. Sergio aspettò il rumore dell’urina cozzare contro la ceramica del cesso per spostarsi in modo da non farsi sentire. Camminò fino al soggiorno e si mise seduto in poltrona ad aspettare, fingendo di leggere un libro. Vicky arrivò da lui, nuda, senza vestito. Vicky dura, maschile, contro la faccia stupita di Sergio. Non ebbe tempo di dire niente, Sergio, che Vicky disse:
«Non avresti dovuto farlo».
«Cosa?».
«Ho sentito il tuo respiro, fuori dalla porta».
«Non dire cazzate, Vicky».
«Era il mio momento privato».
«Non capisco a che ti riferisci».
«Almeno abbi i coglioni di ammetterlo».
Lo sguardo di Vicky non lascia vie d’uscita. Sergio abbassa la testa.
«Hai ragione. Ti chiedo scusa. Ma a volte il desiderio è stupido… io so…».
«Zitto. Non dire altro».
Negli occhi di Vicky aleggiava l’abitudine a essere tradita, truffata. Sergio la colse.
«Vicky, io non ti vedo come vorresti apparire. Io ti vedo come realmente sei».
Vicky non rispose. Sergio si alzò in piedi, le prese entrambe le mani. Attaccò il suo corpo a quello nudo di Vicky, si abbassò i pantaloni, le mutande, i cazzi si toccarono, si premetterò l’uno contro l’altro.
«Volevo solo avere la certezza di vederti davvero come realmente sei. Ne avevo bisogno».
Gli occhi di Vicky si inumidirono, poi arrivarono le lacrime, mute, piccole, ai lati degli occhi, scivolarono sulle guance, rigandole.
«Va bene. Ma non lo fare più».
Sergio annuì, con rispetto, con tatto.

Quando si apre il portone, Sergio scende dall’auto. È l’alba. Ha passato la notte sveglio, in auto. Quando, qualche ora prima, ha visto la luce spegnersi nell’appartamento di Vicky, Sergio ha capito che avrebbe dovuto aspettare. I minuti sono passati lentamente, come ogni vena arrossata che ha negli occhi, pizzicano. Sergio è abituato ad aspettare per le cose che vuole davvero. Sergio arriva alle spalle di Vicky, la agguanta, la fa voltare e la bacia in bocca, si sforza di far penetrare la lingua nelle labbra chiuse di Vicky, lotta per rimanere attaccato il più possibile a lei, lottano entrambi, fino a che Vicky diventa immobile, non lotta più. Vicky si ritrae sempre quando qualcosa non va, come a dire: fai del mio corpo quello che ti pare ma non mi avrai mai. Sergio odia quando Vicky fa così, quando Vicky diventa un guscio. Sergio si stacca.
«Scusa. Non ce la faccio più».
«Con me non funziona così, dovresti saperlo».
«Possiamo… hai un minuto? Ho bisogno di parlarti».
«Se non ti rispondo alle chiamate né ai messaggi, è evidente che è perché non ha senso continuare la nostra storia».
«Quello che abbiamo provato, quello che provo per te, i nostri momenti…».
«Non è colpa tua».
Nello sguardo di Sergio, per un attimo, balena la speranza. «Sì, ma aspetta, ascoltami…».
«Ti sto ascoltando».
«Non puoi averli cancellati. O almeno dimmi dove ho sbagliato».
«Non hai sbagliato in niente. Ma non voglio più vederti. Noi non abbiamo futuro, mettitelo in testa».
«Non ti chiederò più di rimanere a dormire da me».
«Non essere ridicolo, non è per questo che non voglio più vederti».
«E allora?».
Lo sguardo di Sergio è supplicante, lo sguardo di Vicky è sfuggente. Vicky guarda la strada, le prime auto del mattino, il fornaio che tira su la saracinesca con calma, dopo aver impastato pane, focacce e dolci per ore. Vicky sospira.
«Lo faccio per proteggerti».
«Io non voglio essere protetto».

Appartamento di Vicky, penombra. Le certezze fanno più male dei pugni. Sergio dà uno schiaffo a Vicky. Poi un altro. Vicky non reagisce. Prende un terzo schiaffo. Ogni schiaffo è seguito da un “perché?”. Sergio afferra i capelli di Vicky, li torce fra le dita, li guarda senza capire, poi inizia a tirarglieli con rabbia. Vicky lo lascia fare, resiste, fino a quando si stanca, e diventa uomo. Vicky dà un pugno a Sergio, dritto in piena faccia. Sergio si preme le mani sul naso, il sangue gli cola fra le dita, Sergio salta addosso a Vicky, l’afferra, la colpisce in faccia, la strattona, Vicky lotta come Sergio, sono due uomini che si picchiano senza pietà. Non c’è più grazia, c’è solo furia. Fino a che, alla fine, è Sergio a vincere.
Vicky è a terra, il volto coperto di lividi e sangue, il vestito strappato. Sergio, invece, è in piedi. Guarda Vicky. Non sa se Vicky adesso gli fa schifo oppure la ama più di prima. Ma sa che Vicky aveva ragione a non volerlo vedere. Sergio glielo dice, a Vicky, che sarebbe stato meglio per entrambi averla fatta finire così. Vicky non risponde, guarda Sergio andare via, sbattere la porta.
Dopo qualche minuto, Vicky si pulisce il sangue dal naso e dalle labbra e si alza. I suoi piedi scalzi calpestano lentamente il corridoio fino alla porta del bagno, le sue spalle oscillano ad ogni passo. Vicky finisce di strapparsi di dosso il vestito, senza rabbia. Il vestito cade sulle mattonelle. Vicky, fredda, si guarda allo specchio. Il volto devastato, sgradevole, tumefatto. Vicky prende le forbici e inizia a tagliarsi i capelli. Le ciocche nere cadono nel lavandino. Se li taglia il più vicino possibile alla radice. Erano anni che li lasciava crescere, ogni anno sempre più lunghi, voleva averli lunghi fino al culo, i capelli. Era il suo sogno. E adesso se li taglia, fredda, con movimenti precisi. Fino a quando non prende il rasoio con cui si fa la barba ogni giorno e li rasa, a pelle. Lentamente. Il suo cranio diventa uguale alle sue guance, alle sue braccia, al suo corpo in mutandine di pizzo. Vicky, ad opera finita, si guarda nello specchio. Vicky si vede come un mostro adesso. Con i resti di capelli e di peli rimasti attaccati al resto del corpo. Vicky si vede Vincenzo.
Prende il cellulare. Cerca un numero della rubrica, lo trova, se lo porta all’orecchio. «Buongiorno. Sono Vincenzo Marra. Ci ho riflettuto. Sono pronto per iniziare. I capelli non sono più un problema».

Nell’autobus, dietro un paio di grossi occhiali da sole neri, c’è Vicky. Indossa un vestito a fiori, la borsa, gli stivali con il tacco. Ma le persone la guardano strano. Quello che vedono adesso è un uomo rasato vestito e truccato da donna. Le persone lo guardano fisso. Non perché lo ripudiano, semplicemente non capiscono. Vicky fissa il vuoto, ma se li sente tutti addosso, quegli sguardi. Fino a quando non scende dall’autobus e cammina fino al palazzo di Sergio. Suona il campanello.
I tacchi di Vicky calpestano il corridoio fino alle scale, iniziano a salirle, si dirigono verso l’appartamento di Sergio. Vicky spinge la porta con la mano. Lo vede seduto sulla poltrona. Vicky si ferma sulla soglia, si toglie gli occhiali da sole. Le lacrime gli invadono gli occhi. Sergio resta immobile, guarda Vicky. È rabbioso, stupito, innamorato, sconvolto. La voce di Vicky è un sussurro, le parole escono fuori lente, non vuole che il tono venga alterato dai sussulti del pianto che sta cercando in ogni modo di trattenere:
«Una volta, avevi detto che mi vedevi come realmente sono. Dimostramelo».
Sergio non risponde, si alza, va verso Vicky, la abbraccia. La testa rasata di Vicky si incunea sotto il mento di Sergio. Ma Sergio, invece del calore della pelle appena rasata, sente la tenerezza dei capelli lunghi, se li sente sul mento, sul petto, fra le mani. E sospira.

 


Adriano Giotti (1984) è nato a Firenze ma attualmente vive a Roma. È laureato in Teoria della Comunicazione e Tecniche dei Linguaggi Persuasivi e Master in Scrittura & Storytelling alla Scuola Holden. I suoi cortometraggi hanno ricevuto diversi riconoscimenti in Italia e all’Estero, in particolare 𝘔𝘖𝘚𝘛𝘙𝘐 è stato selezionato nella cinquina dei Premi David di Donatello e riconosciuto dal MiBACT con la qualifica di Cinema d’Essai. Il suo primo lungometraggio, Sex Cowboys, ha vinto come Miglior Film Italiano al RIFF – Rome Independent Film Festival ed è stato distribuito prima all’estero e poi in Italia. Sta finendo di scrivere il suo primo libro di racconti,
storie che, dice, «al cinema non mi farebbero mai girare».


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