Una sensazione fisica e spirituale di solitudine

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Illustrazione di Anna Fennel Hughes

 

È uscita trenta secondi prima di me. Ho sentito cigolare la molla del portone.
Sono le 6.45, lei ha il solito giubbotto verde oliva e sotto il camice blu. Fuma vorace con lo sguardo rivolto ai fatti suoi. Come sempre è in piedi, accanto alla macchina. La osservo e vorrei tanto che m’insufflasse il suo alito per sentire le sfumature odorose di caffè, dentifricio e fumo. Nell’attimo in cui si spengono i lampioni e gli occhi si abituano alla luce naturale, mi guarda e, per la prima volta, abbozza un cenno con le dita che stringono la sigaretta. Preso alla sprovvista, contraggo i muscoli del viso, mi sento ridicolo. Accelero il passo: sudore, tachicardia, paura. Visti i tempi che corrono, giuro di non guardarla mai più. La mimosa, dietro il muro di quel giardino, è già coperta da bocci gialli, due bottiglie di birra marrone svuotate e lasciate accanto al palo, un cassonetto traboccante di rifiuti e odori variegati. Ecco, sono arrivato. Prima di entrare guardo la finestra della medicheria e mi calmo.

Lo spogliatoio è vuoto, gli indumenti dei colleghi spurgano vita. Tolgo il maglione a collo alto, inspiro forte per cercare altri odori a parte il mio. Allento la cintura e sgancio i pantaloni, strofino con forza i palmi sulla stoffa, poi li annuso, sì, c’è un sentore diverso. Inspiro con più forza e sento che arriva una brezza vitale. Guardo l’ora, non più ho tempo, e poi potrebbe arrivare qualcuno. Come sempre, dovrò rimandare a dopo.
Indosso casacca e pantaloni bianchi e m’immergo in reparto, nell’aria satura di sfiati umani.
Oggi sono dieci anni che salgo e scendo questi gradini di graniglia, scheggiati in alcuni punti, macchiati in altri. Qui tutto è ripetitivo: mi rassicura e soddisfa parte del mio appetito. Fuori c’è la paura del contagio, qui l’esistenza invecchia lenta.
«Paolo, forza, ti do una mano a tirarti su, così vai in bagno e noi rifacciamo il letto».
«Ieri sera ho preso la purga. Spero che, dopo cinque giorni, sia la volta buona», dice l’anziano ossuto, mentre muove lentamente tronco e articolazioni intorpidite.
Mi piace sentire gli odori di questi corpi barbogi. Guardo le macchie sulla pelle di Sandro, sono come isole immerse in un mare gonfio di epidermide avvizzita. Scruto le dita dei piedi a uncino di Ivo, con le unghie spesse e smerigliate, le ginocchia ingrossate e deformi contornate dalla pelle secca e squamosa.
Con discrezione aiuto Palmiro a vestirsi. Ha passato gran parte dei suoi anni a spaccarsi la schiena nei campi e il suo corpo ne porta i segni: viso e mani pieni di rughe profonde, mi ricordano il cretto di Burri. Una volta sono riuscito a sottrargli una canottiera a coste, usurata e grigia: un ricordo degli ultimi anni di contadino, peccato fosse stata lavata con troppa cura. Qui le sue giornate sono tormentate dai picchi del diabete e dall’artrite alle mani.
Lucia ci informa che anche oggi Fanny è fiacca e ha qualche linea di febbre:
«Dobbiamo allertare?», dico ai colleghi.
«Ma figurati! È tra quelle che riceve meno visite, chi la dovrebbe contagiare?», risponde Ivan.
Non sono d’accordo. Mia madre diceva sempre: meglio avé’ paura che buscanne. Comunque, non replico e non mi avvicino al letto della malata.
Campanelli, padelle, pannoloni da cambiare, letti da rifare, dentiere da sciacquare e, ancora, bocche da sfamare con semolini, pastine in brodo, carne frullata, stracchino, purè, mele cotte.
Dopo pranzo è il momento di sistemare i cuscini, controllare e rimboccare le coperte e, dove occorre, tirare su le sponde.
Finalmente sono le 13.30, anche per oggi siamo arrivati in fondo, mentre i colleghi si scambiano le consegne con il turno pomeridiano ne approfitto per andare a vedere come sta Fanny. Senza avvicinarmi la saluto con la mano: nessun cenno, è sprofondata nel sonno. Allora apro il suo armadio: si sprigiona odore di Fanny, della sua casa, di detersivi in polvere di altri tempi, quelli con i puntini azzurri che profumavano la biancheria di un pulito irreale, chimico, con gli sbiancanti ottici. Inizio a frugare con attenzione dentro la valigia e trovo la gonna di gabardine color mattone, sono sicuro che nessuno ha ancora toccato quelle cose sistemate così in fondo.

Infilo il bottino nei pantaloni, sotto la casacca, e rapido passo a salutare per poter raggiungere lo spogliatoio prima di Ivan e nascondere la gonna nello zaino. Spero di arrivare al mercato sotto il cavalcavia prima che smonti il banco dell’usato. Mi dileguo, dovrei farcela. In strada, solo silenzio e vuoto. Sensazione inquietante, vista l’ora. Mi distraggono due tortore che tubano, danzando tra un lembo di aiuola e la strada. Non c’è traffico. Un tizio sui trent’anni regge una busta di carta da cui fuoriesce un filone di pane, indossa guanti di lattice, mascherina azzurra e occhiali da moto.
Nello slargo del mercato solo pochi ambulanti e compratori. C’è ancora Gino, sembra aspetti me. «Sapevo che saresti passato. Questo è l’ultimo giorno, tornerò in tempi migliori. Mi è arrivata notizia che molto presto ci saranno ancora più restrizioni».
Ascolto e guardo tutta quella merce scaldata dal sole, inspiro e tocco, ne valuto lo stato per trovare le cose giuste.
«Prendo queste camicette per mia moglie».
«Vestite solo usato?».
«Sì, per l’ambiente, per risparmiare», rispondo, continuando a rimestare e toccare.
Alla fine, riempio tre sacchetti, pago, saluto e mi avvio verso casa.
Come in una giornata festiva sento dialoghi armoniosi tra pennuti: frullano le ali, svolazzano da un ramo all’altro, già verdi di foglie, mentre le cornacchie fendono l’aria con il loro gracchiare cupo. Una mascherina chirurgica verde e un paio di guanti in lattice azzurri abbandonati sul marciapiede, avvolgibili abbassati, un gatto tigrato attraversa cauto e veloce la strada e con un salto, sparisce tra gli intrecci di una siepe di sempreverdi di un giardino privato. Mi sento sudato, sarà l’aria di primavera o è la paura? Il leppo del mio sudore mi calma.

Finalmente a casa. Tolgo le scarpe, poso i sacchetti sulla panca all’ingresso e vado in camera da letto. Ritrovo l’odore fermo del mio corpo nel sonno, il letto disfatto e il riverbero che s’intrufola dagli avvolgibili ancora abbassati.
Mi sdraio sul piumone sgualcito, chiudo gli occhi e inizio a strofinare i palmi sulle gambe, prima piano, poi sempre più veloce fino a quando non sento la pelle delle mani e delle cosce infuocata. A questo punto mi fermo e porto i palmi aderenti al viso: percepisco il calore e sento l’odore che si è sprigionato dal tessuto. È qualcosa di acuto, mi ricorda le esalazioni alcoliche di benzina, così untuose da rimanere nel dermatoglifo dei polpastrelli dopo che ho fatto rifornimento.
Inspiro e immagino che questi jeans siano appartenuti a un benzinaio: ogni volta, dopo aver riposto la pistola nel distributore e prima di prendere i soldi, si sarà strusciato le mani sui pantaloni per non ungere le banconote. Inspiro e immagino le sue giornate sempre uguali, la pelle ispessita dal freddo e dal caldo delle stagioni, l’odore irritante di carburante che dopo anni è penetrato dentro la pelle e dentro la vita. Mi sfilo i pantaloni e ci tuffo il viso, inspiro con veemenza, ecco, arriva la vertigine. Adesso percepisco il benzinaio, lo spogliatoio della casa di riposo, il sudore e l’odore della mia urina. Tutto questo mi eccita.

 

Compro usato perché per me, in fondo, una cosa vale l’altra.
Ma soprattutto, perché cerco tracce e odori
di chi ha indossato quei capi per sentirne la vita.

 

Una volta, in una tasca di un pantalone classico, grigio antracite, trovai dei frammenti di tabacco rimasti appiccicati tra loro dove la cucitura della stoffa forma un angolo. Presi tra le dita quelle concrezioni e le sfregai fino a far sprigionare qualche sentore. Dopo, entrai euforico in un tabacchi, inventai una scusa. «Mi hanno offerto una sigaretta, mi è piaciuta tanto, ma non ricordo più il nome, mi sono rimasti solo questi avanzi in tasca, saprebbe riconoscerli?».
Il tabaccaio annusò e poi disse: ­«Camel al mentolo».
Felice, ne comprai tre pacchetti.
Anche se non fumo, tutte le volte che indosso quei pantaloni, accendo una sigaretta e immagino di essere il vecchio proprietario dei pantaloni: un commercialista sempre sotto pressione.

Accendo la TV, sono angustiato. Ho paura che Fanny possa essere malata. Domani resto a casa.
Ho avvertito i colleghi al lavoro, ho detto che ho mal di gola e tosse, domani comunicherò i giorni di malattia e il numero del certificato. Hanno voluto sapere più in dettaglio cosa sentissi, naturalmente mi è toccato mentire.
Sono stanco. Prima di andare a letto tolgo i vestiti dalle buste, li osservo gongolando, ho un sacco di materiale per questo periodo in cui bisogna restringere le sortite. Una camicetta di chiffon a fiori gialli e arancio mi attrae. È morbida e liscia, scolorita a livello delle ascelle: le doveva stare parecchio attillata oppure sudava parecchio oppure entrambe le cose. La porto al naso, niente. Inizio a strofinare e rigirarla tra le mani come se fosse il foulard del prestigiatore da cui uscirà un coniglio. Brividi lungo il corpo, l’eccitazione monta, annuso più forte e arriva: una donna verace che manteneva con orgoglio i peli sotto le ascelle. Era impiegata alle poste, le gore a volte le creavano imbarazzo e quindi si portava un cambio nel caso fosse necessario.
Vado in bagno con il tesoro. La indosso davanti allo specchio, mi sta stretta. Mi guardo di profilo: il mio corpo è burroso e flaccido, sembro la Duchessa Brutta di Massys. L’erezione chiede attenzione.
Dopo l’orgasmo pulisco le poche gocce appiccicose con la camicetta e la lascio appesa al gancio dietro la porta del bagno. Mi preparo per dormire, indosso un bel pigiama di seta elegante color borgogna di una vecchia collezione, doveva essere di un avvocato, è tra i miei preferiti.

Suonano alla porta, sobbalzo, non aspetto nessuna visita. Guardo dallo spioncino: è lei con la mascherina. Sono turbato. Mi vorrà dire qualcosa riguardo stamattina? Apro oppure no? Farla entrare può essere pericoloso. Avrà sentito che sono in casa?
Basta, apro. Non è sexy come la mattina, sotto una giacchetta sformata dall’uso indossa i pantaloni di una tuta elasticizzata grigio topo che mette in evidenza i difettucci ciondolanti di chi ha superato i cinquant’anni, il viso è provato dalla giornata lavorativa. Mi guarda e dice: «Mi scusi, so che non è il periodo migliore per suonare a casa degli altri. So che lavora in ospedale e mi chiedevo se avesse un termometro in più. Non mi sento molto bene».
«Sì, certo. Glielo presto volentieri. Aspetti, vado a prenderlo».
Mentre cerca il termometro nel mobiletto in bagno, vedo mia madre allo specchio: «Luciano, ricorda, meglio avé’ paura che buscanne!».
Ritorno alla porta, lei è sempre ad aspettarmi. Mi chiedo che espressione avrà dietro la mascherina azzurra.
«Ecco, per scrupolo prima lo disinfetti, ma sono anni che non lo uso. Se mi dice il nome sul campanello, vengo a sincerarmi che stia bene e a riprenderlo. Sono abituato a queste cose».
«Campanello Guidoni. È molto gentile da parte sua. Grazie, per adesso».
«Devo ringraziare lei, mi dà l’occasione di sconquassare la mia routine».
Lei sorride, ma l’espressione è di chi non ha colto la battuta, ed entra in ascensore.
Gongolo al pensiero di poterle entrare in casa, sentire gli odori, vedere e sfiorare le sciarpe, i giubbotti che tiene attaccati all’attaccapanni e magari, se ho fortuna, con la scusa di lavare le mani, riuscire ad andare in bagno e frugare nel cesto dei panni sporchi per sottrarle qualcosa, anche di piccolo, in modo da non destare sospetti».

Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso e alle ascelle, già che ci sono faccio anche la barba. Mentre metto il dopobarba mi rendo conto dell’idiozia. «Avrò la mascherina, non può notare se sono rasato». Finisco con un paio di spruzzate di Drakkar Noir, un profumo che avevo annusato nell’interno lanuginoso di una giacca di montone. Era di un tassista con iperidrosi, lo avevo scoperto ispezionando l’interno delle tasche.
Apro l’armadio per trovare qualcosa di adeguato da indossare, che faccia pensare a indumenti comodi per stare a casa. Ci sono: il jeans délavé ampio e un maglione verde foresta, visto che è il colore che le piace tanto; ai piedi, converse nere. Manca una cosa: il profilattico. So che non lo userò e poi è anche scaduto, ma sta bene con il resto. Prima di uscire prendo un paio di guanti in lattice e una mascherina, chiudo la porta per bene e mi precipito da lei, scendendo le scale dei due piani che ci separano. Prima di suonare respiro per calmare l’agitazione emotiva, mi metto la mascherina chirurgica e i guanti. Lei apre la porta e mi investe l’odore di caldo e di cucina, sa di carciofi e patate lesse.
«Eccomi. Tutto bene?».
«Sì, non ho febbre. Sarà solo la stanchezza. In un altro momento le avrei chiesto di entrare e prendere una tisana oppure un caffè, ma visti i tempi forse è meglio se le vado a prendere il termometro».
Quegli odori che arrivano da dentro mi eccitano, vorrei dirle che, in barba ai divieti, accetto l’invito. Invece rispondo: «Sì, meglio evitare».
Rimango sull’uscio aperto ad aspettare, guardo a sinistra e sul muro vedo due piccoli appendiabiti a parete pieni di sciarpe fatte con diversi materiali, le guardo con brama, in particolare una, che a quella luce sembra color testa di moro. Il telefono fisso squilla, i passi di lei si allontanano veloci per andare a rispondere, lesto entro, afferro l’oggetto morbido e lo ficco nella tasca posteriore dei jeans, occultato anche dall’ampia maglia che mi copre i glutei. Mentre torno al mio posto, inspiro a pieni polmoni la fragranza di quella casa.
«Ecco il termometro, l’ho disinfettato. Spero di non richiederglielo più. Che cafona, non ci siamo neppure presentati. Io sono Simona, piacere».
«Luciano, piacere mio. Allora, buona serata».
«Anche a lei».

Un gradino per volta risalgo lentamente le scale, tanto ad aspettarmi c’è solo la mia solitudine paziente.

 

di Giuseppe Coco


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