Praivasì

illustrazione supermercato

martina barbini illustratrice

M

amma solleva il materasso e prende cento euro. Quando lo riabbassa, alcune banconote volano insieme alle piume del copriletto.
Anche a me, poco prima, è successa la stessa cosa. Nell’aprire la scatola dei biscotti ho fatto cadere due pezzi da venti.
«Lara, possibile che a nove anni sei ancora così sbadata?», mi ha detto mamma.
Non è colpa mia se papà ha messo lo stipendio nel contenitore dei frollini, penso.
Papà non si fida delle banche. Appropriarsi dei dati di chiunque è semplice come domandare che ore sono. L’addetto te li fornisce con la stessa semplicità con cui risponderebbe: sono le 9.35.
I risparmi perciò li teniamo sotto il materasso. E non siamo i soli.
«Non saltate sui letti», si raccomandano le mamme quando ci riuniamo a casa di qualche amica. Di certo, non temono che gli sgualciamo le lenzuola, ma il denaro che c’è sotto. Per divertirci, allora, apriamo i cassetti e gli armadi e, prima di andare via, veniamo perlustrate.
«Tu sei brava», mi dice la mamma di Anna. «Non hai mai rubato, invece Ester e Bea…».
Per terra, sotto le tasche rigirate dei loro pantaloni ci sono un pastello e due caramelle. Le mie compagne arrossiscono. Il loro viso, rinsaccato fino al mento nel maglione, attira i peli della lana intorno.

 «Andiamo? Prima di passare al negozio di scarpe, devo fare un salto in farmacia», mi dice mamma mentre abbassa le serrande. Al bagno intanto faccio pipì.
«C’è un ragno vicino al bidet!», grido dalla tazza.
Mamma arriva con la scopa.
«Non lo uccidere. Raccoglilo e portalo fuori».
«Quante storie. Non mi va di riaprire la finestra. La signora Chira a quest’ora è sul balcone. Col binocolo vedrebbe che non ho lavato i piatti. Poi va a dire a tutti che sono pigra», dice, mentre le otto zampe dell’animaletto ora sembrano i resti d’un soffione spiaccicato sul pavimento.
Sul pianerottolo, non appena usciamo, la signora Mari apre la porta.
«Lo sa che la vedova Foti non ha pagato la bolletta dell’acqua», esordisce senza neanche un saluto, «ma poi è andata a Disneyland?» continua. «Certa gente non ha ritegno».
Ed ecco che, se si parla di qualcuno, il qualcuno .
La sentiamo trascinare la sedia a rotelle della figlia di tre anni sulle scale del piano rialzato. Le ruote che cigolano sembrano i respiri della bambina. Manca l’ultimo gradino, il più alto. Stringe i denti e tira. Nello sforzo le cade la borsetta. Sono velocissima e gliela raccolgo, battendo sul tempo la signora Mari che non vedeva l’ora di frugarci dentro. Poi la vedova Foti approda sul pianerottolo e le riconsegno tutto.
«Grazie», mi dice. Le sorrido.
«Ti sei divertita a Disneyland?», chiedo subito dopo alla bambina.
La piccola si accorge di me, fa scivolare la testa di lato come una biglia di un flipper a cui si è data troppo poca spinta. Mi guarda. La mascherina per l’ossigeno le copre parte degli occhi.
«Sì, ci siamo divertite tanto», risponde la mamma per lei. «Non è vero, tesoro?», le chiede, sapendo che non riceverà risposta. Poi ci saluta ed entra in casa.
«Oggi è prevista pioggia, non c’è bisogno di annaffiare le piante», le grida dalla porta chiusa la signora Mari.
Sul pianerottolo, il rumore dello stantuffo che manda aria alla bocca della bambina si sente anche con la porta chiusa.

In farmacia, mentre attendiamo il nostro turno, mi diverto a leggere i nomi dei medicinali. Alla parete, i monitor mostrano quello che i clienti stanno comprando. Quella signora ha chiesto la Tachipirina. Ha la febbre, rispondo dentro di me preparata. Il signore lì invece, vuole Emorroi. Chissà a che serve, mi chiedo.
Attenzione. La signora Picci ha preso un farmaco per la tubercolosi. Allontanarsi dalla striscia gialla. L’altoparlante interrompe i pensieri di tutti.
Mamma mi tira vicino a sé. I clienti intimoriti si aggrappano gli uni agli altri. C’è silenzio. La donna si dirige verso l’uscita a testa china. Percorre il red carpet della farmacia, ma non sfoggia un abito d’alta moda; sembra più coperta da un velo scuro che le scende fino ai piedi. Poi si chiude la porta alle spalle, e la gente riprende a parlare. A mantenere i battiti accelerati a mia madre subito dopo ci pensa la luce verde del proiettore. La centra e lei arrossisce all’istante. Il rilevatore d’odori si è accorto che l’ha mollata.
«Lara, non ti vergogni a fare le puzzette in pubblico!», mi dice, spingendomi sotto quel riflettore di colpevolezza prendendo il mio posto.
«Ma io…».
Mi stringe il gomito per intimarmi di stare zitta. Poi si abbassa e mi parla all’orecchio.
«Tu sei una bambina e a te è permesso tutto. Io sono adulta…», scandisce ogni parola per essere sicura che capisca. Io comprendo e non parlo più.

«Avverti papà, digli che ci vediamo tra due ore», mi dice appena usciamo dalla farmacia.
«Il suo ultimo collegamento è di due anni fa», le dico aprendo Whatsapp.
«Allora chiamalo».
Da quando la legge aveva stabilito che tutti potevano leggere i messaggi di tutti, a casa non si parlava d’altro che del mio futuro.
«Le mogli controllano le chat dei mariti e i mariti quelle delle mogli. È il caos più totale. Lara, viviamo nell’era dei divorzi e, se farai l’avvocato, lavorerai sempre», mi diceva papà.
«Sì», rispondevo senza capire.
«Papà ha detto che ci raggiunge dopo».
«Bene. Entriamo a comprare le scarpe».
La porta è pesante, ma la apro con una sola spinta. Mamma mi mette la mano sulle spalle e entriamo.

«Puoi comprarmi anche la felpa?».
«Abbiamo appena comprato le scarpe». Mamma riesce a sganciare il carrello del supermercato e a guardarmi nello stesso tempo.
«Domani a scuola cambiamo i posti e potrei capitare vicino a Marco».
«Ti piace?».
«Sì», rispondo. Non so come, ma rispondo.
«E lui?».
«Una volta, ha smesso di giocare con le figurine per parlare con me».
«Davvero?», mi dice battendo le mani. «Certo che ti prendo la felpa. Ma prima facciamo la spesa».
«Grazie». L’abbraccio e sono felice.

«Che facciamo per pranzo?». Mamma cerca di farsi venire un’idea, guardando sugli schermi gli acquisti dei clienti.
«La signora Franchi sostiene di essere vegana e compra cotiche e salsicce», dice, parlando da sola.
Il signor Tortello è atteso al box accoglienza dall’amante, ripeto: il signor Tortello. È la voce dell’altoparlante.
«Che razza di cognome», esclama mamma. Poi dallo scaffale prende la panna, e io immagino cosa cucinerà a mezzogiorno.
Poco dopo siamo in fila per pagare. Non vi bastano i monitor?, penso dei clienti che sbirciano le spese nel carrello dei vicini. Sposto il peso da un piede all’altro, mentre aspetto di aiutare mamma a mettere i prodotti sul rullo.
«Che coincidenza». È la voce della mamma di Marco. Anche lei al supermercato. Anche Marco al supermercato.
Ci saluta, e a me esce un “ciao” al gusto sospiro.
«E così domani cambiate posto?», dice mia madre a Marco. «Ti piacerebbe capitare vicino a Lara? Lei vorrebbe tanto».
Mamma, ti prego. Sta zitta.
«Non sai cosa ci è accaduto al negozio di scarpe», continua a dire mamma, stavolta alla madre di Marco. «Lara aveva il calzino bucato». Poi si rivolge a me: «Che figura mi hai fatto fare».
Non voglio piangere, non davanti a lui. Mi sento come una bottiglia di Coca Cola agitata, che vuol far uscire tutte le sue
«E tu, allora? In farmacia…», le dico alzando la voce.
«Che scarpe ti sei comprata?», mi chiede Marco. Fa un passo avanti e blocca le mie parole.
«Le Superga», rispondo senza guardarlo. Le mie guance bruciano come il disinfettante sulle ferite, e forse sono rosse come il mercurocromo.
«Io le ho bianche», mi dice.
«Sai come gli si sporcheranno subito» interviene sua madre rivolgendosi alla mia.
«Le maestre li portano in giardino anche quando piove», risponde subito mamma.
«Hai saputo di…» e parlano. Parlano.
Marco mi sorride. Apre un pacchetto di caramelle. La prima è rosa, le quattro dopo sono gialle. Mi offre la prima.

E il mio cuore batte. Batte.

 


Laura Marinelli è del ’78 e vive a Roma. Dopo la laurea in giurisprudenza e un master in marketing lavora come impiegata nella grande distribuzione.
Le piace osservare e immedesimarsi in persone e situazioni.
Ha scritto per Narrandom, Pastrengo e Rivista Blam. A breve apparirà su La nuova carne, Split, Malgrado le mosche, Sulla quarta corda e Ellin Selae.
Altri suoi racconti sono apparsi su antologie. 


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