Voci di quarantena

A metà marzo vi abbiamo proposto di inviarci una testimonianza dei vostri giorni di quarantena: quello che fate per ingannare il tempo, come vi sentite, tutto quello che vi passa per la mente.
Ci avete scritto in tanti, e siamo felici di potervi dare voce.


Marta Mattalia

Da tre anni porto avanti un progetto di viaggio nel mondo in cui intreccio la ricerca musicale a quella del pianeta terrestre. Gli eventi hanno voluto che mi trovassi in India a trascorrere questo delicato momento per l’umanità. Precisamente sono a Gokarna nella regione del Karnataka, sulla costa occidentale. Dopo i primi casi di contagio da corona virus anche l’India ha agito con ordine di lockdown in tutto il paese per evitarne la diffusione. Coerentemente al suo temperamento, lo ha fatto in maniera estrema e improvvisa. Nonostante sia impegnativo e apparentemente ostacolante, considero il senso di questo presente fluire perfettamente nel mio viaggio. Mi sento a mio agio nel poco che ora ci è concesso. Dentro l’apparente immobilità intuisco che movimenti immensi stanno avvenendo ben aldilà dell’usuale teatro umano. Oltre le dimensioni conosciute, verso le più sottili.
La mia posizione qui è quella di scoprirmi ancora più straniera di quanto lo fossi prima. Le persone sono diventate molto diffidenti nei confronti degli occidentali, perché li identificano come importatori di pericolo e malattia, mescolando forse anche un certo risentimento che risale al tempo della colonizzazione seguita all’invasione redditizia e arrogante del turismo. Una conseguenza di questo fenomeno che sto sperimentando direttamente, riguarda il fatto che le famiglie indiane che abitano intorno alla casa in cui affitto una tenda per dormire, si sono lamentate perché non vogliono sentirmi cantare. Il suono prende spazio, e se è generato da un ospite sgradito è considerato intrusione. Allo stesso tempo mi è difficile trovare altri luoghi per praticare perché non è permesso allontanarsi da casa. Per me cantare è un atto che va oltre la musica, per cui se non può esprimersi in forma sonora cercherò di veicolarlo attraverso canali più silenziosi. È un grande insegnamento, cercare la compassione per la loro paura e non rispondere con astio, con altra paura. Questo è il tempo di tornare a essere uno.
La vita adesso si svolge nelle gocce delle piccole cose. Ci troviamo di fronte all’occasione unica e imperdibile di introiettare l’intera nostra quotidianità in una pratica, affinare l’arte dell’esistere. Non è facile andare alla semplicità. Eppure è un modo di ampliarsi.
Bisogna procurarsi un piano cottura per cucinare perché i ristoranti sono chiusi. Bisogna trovare strategie per consumare il cibo prima che lo faccia il caldo tropicale, perché un frigorifero è un privilegio di cui non si dispone. Conoscere il ritmo della decomposizione, toccare le logiche dell’impermanenza. Bisogna stare ad ascoltare la vera natura delle azioni, perché non ci si possono permettere sprechi. Bisogna restare il più possibile dentro le proprie stanze, ma per fortuna è ancora permesso camminare fino alla spiaggia. E per arrivare alla spiaggia bisogna attraversare il cortile dei vicini. Bisogna farlo piano piano. Sorridere, aprirsi in quel gesto primitivo e alchemico. Chiedergli, posso cantare una canzone a bassa voce, più tardi? E che loro rispondano sì o no, che forse non capiscano neanche l’inglese, bisogna ricordarsi di aggiungere grazie, per ospitarmi al sicuro nella vostra jungla.

Marta Margherita Mattalia è stata concepita in Algeria,
scoperta in Grecia e nata in Italia in una data composta da 3 numeri primi. Intesse la sua formazione e il suo percorso artistico fra il canto, la scrittura e il teatro. Si è diplomata al Conservatorio Ghedini di Cuneo in Vocalità Afroamericana, e in seguito alla Scuola Holden di Torino, nel college di Acting. Cerca dentro la voce attraverso lo stile di musica classica indiana del Dhrupad, e la tradizione bengalese del Baul. Negli ultimi tre anni sta portando avanti un progetto di viaggio nel mondo, in cui fonde la scoperta del pianeta terrestre alla ricerca artistica. Quando è straniera si sente a casa.


Cristina Inserra

49esimo giorno di quarantena.
L’altro pomeriggio una cara collega mi ha suggerito di scrivere un diario per documentare l’isolamento impostoci dall’emergenza sanitaria.  Ci avevo pensato diverse volte – mi bloccavo non appena sedevo davanti al computer. Ad ogni modo, alla mia collega risposi che ‘i miei pensieri e sensazioni risulterebbero scomodi in quanto discosti da gran parte delle visioni sentite in queste settimane’. Scomodi a chi? Mi chiedo adesso.
L’altra mattina, camminando dall’ambulatorio verso casa di un paziente son stata pervasa da una sensazione di paura. Una paura, forse, maggiore a quella provata per la diffusione del covid-19.
Ho paura del ritorno alla normalità. Quella normalità che da anni mi sta stretta a dalla quale, a mio modo, prendo le distanze. Quella normalità che non educa all’autentica espressione dell’individuo, piuttosto ostacola l’emergere delle singole personalità. Quella normalità che, per l’ennesima volta, pur curandomi di mantenere a fuoco quanto appena scritto, mi ha portata a reprimere la mia verità davanti ad una tastiera.
In momenti come questi tocco con mano ciò che induce le persone a non cambiare determinate condizioni e situazioni. Quando affermi qualcosa di diverso dalla massa sei considerato un alieno visionario ed ottimista; non tanti son disposti ad assumersi la responsabilità di un pensiero differente. Un pensiero che potrebbe deludere le aspettative degli altri, o peggio ancora dei propri cari. Smettere di crederci ed arrendersi risultano le ‘funzionali vie di fuga’ dal giudizio altrui. L’altra mattina mi guardavo attorno e, con difficoltà, provavo a respirare profondamente. Provavo a godermi quella camminata: cercavo un senso di gratitudine aggrappandomi all’opportunità di poter fare due passi in sicurezza e con una valida motivazione, non aggregata ed ‘in servizio’. Il sole splendeva. 
È arrivata la paura. Tentando di non farmi sopraffare da questa l’ho tenuta lì con me, le ho lasciato rivelare il messaggio che inevitabilmente portava con sé. Ogni cinque metri vedevo un bar, un ristorante, un negozio di abbigliamento, di telefonia e non so cos’altro. Più mi guardavo attorno e più il fiato si faceva corto. Per un istante mi sono proiettata a quando tutte quelle serrande torneranno su: mi mancava l’aria.
Mi manca l’aria all’idea che presto tutto possa tornare come prima. Tanti torneranno a fare colazione al bar ogni mattina, a mangiar fuori ogni pausa pranzo. Tornerà il traffico nelle ore di punta. Tornerà l’imbarazzo della scelta nel decidere il ristorante per una cena. Riapriranno le istituzioni scolastiche dove le nuove generazioni torneranno ad essere valutate, attraverso criteri standard, per la qualità dello svolgimento di un esercizio assegnato – e chi non otterrà buoni risultati tornerà ad esser giudicato tra i ‘meno bravi’ della classe. Insegnanti e, peggio ancora, genitori continueranno a non chiedersi quale abilità si celi dietro alla disattenzione mostrata in un compito e quale inclinazione possa valere la pena di esplorare e coltivare. Continueranno a crescere generazioni di individui a braccetto con i loro sentimenti di inadeguatezza: non in molti riusciranno nell’ardua impresa di raggiungere ‘le tappe sociali’ in modalità e tempi attesi. Tornerà l’ansia del ‘fare’ – la brama di dover impegnare ogni momento della giornata fino a poco prima di andare a dormire, ormai stremati. Tornerà il vero distacco relazionale. Non si produrranno altrettanto spesso la pasta, il pane ed i dolci ‘fatti in casa’ – perdendo il contatto con le materie prime a favore della comodità di un prodotto pronto da consumare. La creatività è figlia della noia – non ci sarà più tempo per la noia, così diminuirà la creatività.
È il trambusto che fa sentire vivi. Privati di quel caos si avverte un grande vuoto – ne è la prova che quasi nessuno più aspetta l’autobus senza utilizzare il cellulare, ogni momento libero lo si riempie con i nostri telefoni. Così come nella paura, in quella voragine azzittita dal turbinio si nasconde l’urgenza di ascoltarsi con l’intenzione di mettere a fuoco la propria essenza, la verità. Verità che merita di essere riconosciuta ed accolta – facendosene carico in maniera sollecita una volta per tutte.
In queste settimane tutto si è fermato. Tutti ci siamo fermati. Quanti hanno trovato il coraggio di guardarsi dentro?
La Madre Terra ha finalmente ripreso a respirare. Noi esseri umani, invece, indossiamo mascherine che non ci fan respirare poi così bene – mascherine che ci proteggono da un virus pericoloso per il nostro sistema respiratorio.  Casualidad? No lo creo.
L’altra mattina compresi che la mia paura era la più grande ragione di gratitudine.

Cristina Inserra (1990) è un’educatrice professionale (su zona Torino
Nord-Est) che supporta persone con disabilità e difficoltà di varia natura (mentale o fisica). Viaggiatrice. Nata e cresciuta a Torino da famiglia siciliana. Dopo 3 anni di spostamenti e viaggi vari, al momento vive di nuovo lì. Amante della natura. Si dedica principalmente alla scrittura,
yoga e meditazione.

 


Annarita Caramico

Un leone chiuso in una gabbia: ecco come mi sento da quaranta giorni a questa parte. Mi sembra di conoscere ogni mattonella di casa mia, ogni angolo, ogni libro della mia libreria. Mi ritrovo, spesso e volentieri, che piova o ci sia il sole, a passeggiare lentamente sul balcone e a fumare una sigaretta. Mi sento un carcerato durante il quarto d’ora d’aria ed è un piacere intimo, privato, tutto mio, che assaporo fino all’ultimo tiro. Mi appoggio alla ringhiera blu e ascolto il rumore delle onde. È la prima volta, in ventinove anni, che lo sento distintamente. Poche macchine, nessuna persona a chiacchierare sul lungomare, sparuti individui con i cani al guinzaglio e poi il nulla: solo il rumore lento, dolce, quasi una ninna nanna delle onde del mare che si rifrangono sulla battigia. Più in là l’orizzonte e qualche nave scura. Ogni mattina mi sono alzata e ho preparato, lentamente, pigramente il caffè. Ho ascoltato il suo borbottio allegro e il seducente profumo salir su dalla caffettiera e diffondersi per la cucina vuota. Ho assaporato le mie due tazzine e ho iniziato la mia giornata. Ho steso una coperta bianca con delle rose rosa a terra, nel salotto. Ho acceso il portatile e ho seguito le lezioni di yoga della mia maestra su youtube: per rilassarmi, per distrarmi, per occupare tutto quel tempo che, improvvisamente, mi avanzava, e per tenermi in allenamento. Finita la sessione ho iniziato a meditare: all’inizio cinque minuti, poi i piedi iniziavano a formicolarmi, la mia seduta mi sembrava scomoda e il vagare dei miei pensieri si trasformava in un turbinio che mi impediva di rilassarmi. Poi, con la pratica e con l’aiuto della fiamma di una candela, sono riuscita ad arrivare a dieci minuti. Adesso veleggio sicura verso i venti minuti e le candele continuano ad essermi d’aiuto. Concentrarmi sulla fiamma, sulla sua forma, sul suo calore, mi aiuta a restare focalizzata su me stessa e il mio respiro e a cercare quella pace interiore che, in questo periodo, mi sembra allontanarsi sempre più da me. Ho conosciuto o, per meglio dire, riconosciuto due persone fantastiche: mia madre e mia zia. Vivo da sempre con loro ma questa quarantena forzata ci ha portato a passare più tempo insieme e assaporare maggiormente la compagnia l’una dell’altra, a combattere l’apatia a suon di battute e chiacchiere condivise, ad assaporare un buon tè caldo, a giocare a scopone, a raccontarci e a raccontarsi. Ho iniziato a coltivare anche una piccola fuga anche se sempre munita di mascherina e guanti: vado in banca a prelevare quanto serve per la casa e la spesa, passo dal tabaccaio a prendere le sigarette e far due chiacchiere e, in ultimo, controllo le nuove uscite in edicola e parlotto con l’edicolante. Otto minuti circa e torno a casa. Vado veloce. Scanso chi mi si avvicina troppo, non per scortesia ma per sicurezza. Quando torno a casa chiamo mia nonna: sono quaranta giorni che non la vedo. Non ho potuto vederla neanche al suo compleanno. Spero, almeno, che la quarantena finisca prima del mio di genetliaco così da poterla finalmente riabbracciare. Anche se la sento sempre, per almeno mezzora, ogni giorno, mi manca tantissimo. Mi manca il caffè della sua badante, darle un bacio sulla fronte, farmi rimbrottare perché fumo, farmi chiedere le solite cose e vederla parlare con me, poterle prendere le mani rugose tra le mie. Ma non posso metterla a rischio e quindi, raramente, posso solo salutarla dal balcone e sperare che tutto questo finisca presto. Leggo, scrivo, disegno, faccio yoga e seguo un corso online: la mia vita ha assunto un ritmo diverso, più lento, rilassato, vagamente meditativo, suadente e delicato. Sento di essermi riappropriata dei miei istanti e della mia esistenza. Soprattutto credo di essermi resa meglio conto di quanto sia importante la vita, nonostante tutte le sue difficoltà. Ho avuto momenti in cui ho cercato di pensare positivo, di impiegare il tempo in modo costruttivo, tentando di migliorare lo spagnolo e addirittura imparare il russo ma altre giornate sentivo solo un silenzio assordante tutto attorno, vedevo il vuoto per le strade, la malinconia delle panchine recintate da un filo di plastica bianco e rosso, ho avuto solo voglia di dormire e svegliarmi a quarantena finita. Sogno utopico e irrealizzabile. E, allora, ho inspirato forte e cacciato via tutta l’aria e ho ripreso, lentamente, a fare piccole azioni quotidiane. Ogni giorno ho cercato di fare qualcosa di nuovo: un racconto, una poesia, un disegno, una foto su Instagram. Ho persino cucinato a Pasqua: miracolo! Io e il mio ragazzo ci sentiamo ogni giorno, due volte, su whatsapp. Ci videochiamiamo e almeno così riusciamo a vederci. Sono quaranta giorni che non lo stringo tra le braccia e mi manca tanto. Ma, De Luca, non vuole che ci vediamo anche se abita nel comune accanto al mio ergo obbediamo a Vincenzo e aspettiamo. Aspettiamo. Come tutti. Questa quarantena mi ha forse insegnato più di tutto l’attesa e il suo valore: perché quando aspetti tanto poi quando qualcosa finalmente arriva le sai dare maggiore importanza. E poi le nostre videochiamate sono state anche un modo di conoscerci meglio, di chiacchierare di tutto, di sentirci vicini anche se ognuno a casa propria, tra le sue quattro mura di colori diversi: lui arancioni e io bianche come il latte. Ho iniziato a fare una sorta di ‘Cineforum in quarantena’ con alcune amiche: ogni pomeriggio abbiamo visto un film, l’abbiamo commentato su un gruppo whatsapp. Commedie romantiche, per l’amor di Dio: avevamo tutte bisogno di leggerezza. E i nostri pomeriggi, così, sono passati più velocemente, con più allegria e in compagnia anche se sempre rispettando il social distancing. Credo che usciremo tutti un po’ diversi da questo lungo periodo: non so se migliori o peggiori ma, senza ombra di dubbio, diversi. Magari, tutti avremo scoperto la mancanza di qualcosa o di qualcuno, e sapremo apprezzare finalmente la libertà anche semplicemente di uscire e fare quattro passi. Sapremo assaporare appieno la meraviglia di perdersi in un abbraccio. Avremo più paura sì ma anche tanta, tanta speranza. E usciremo da questa gabbia che ormai è diventata la nostra casa e ci lanceremo di nuovo fuori nel mondo a braccia aperte verso un nuovo futuro. Sarà il tempo per ricominciare. Sarà il tempo per la rinascita nostra e del nostro Paese.

Salerno, classe ’90. Laurea in giurisprudenza nel 2014. Dopo varie peripezie, da Sydney a Cuba, tra Banca d’Italia e Tribunale, approda al giornalismo. Freelance, Ceo&Founder di ‘TheAnnie’sMag’.
Si è diplomata al college Scrivere alla Scuola Holden.


Simona Cantoni

gatto alla finestra

Pensieri sparsi

Milano, data indefinita nel mese di marzo 2020

Si perde un po’ la coscienza del tempo. Il mercoledì è uguale al giovedì, la vera differenza è data dal sole. Se c’è o non c’è cambia la giornata. A-sincronia dell’insofferenza: su 4 che siamo, chiusi in casa, un giorno capita a uno un giorno capita all’altro. Per fortuna.
La parola della settimana è DISTANZA. La leggo ovunque, ne sento parlare ovunque e da chiunque. E se non se ne parla, la si vede tra le persone in strada che urlano per salutarsi da un marciapiede all’altro. Anche i cani si abbaiano a distanza. Durante il giorno ci si parla al telefono. Molto più del solito. E si cade sempre inevitabilmente sullo stesso argomento. I miei tentativi di parlare di altro sono cosi faticosi, che alla fine sono estenuata e penso che domani non chiamerò più, ma poi richiamo sempre.
Tutti dicono che c’è tempo per fare quelle cose che in casa non hai mai tempo di fare. Io mi trovo spesso persa nei miei pensieri e alla fine l’immagine romantica di me con un libro in mano, davanti alla finestra, non si avvera. Nell’avere tanto tempo ci si perde un po’ e forse anche questo è bello.
Silenzio è una condizione nuova a Milano. Ne sento così tanto di silenzio che quando si sente un rumore quasi ci si spaventa. Nella casa di fronte non c’è nessuno, le persiane sono serrate, immagino che siano tutti scappati nelle seconde case. O in Puglia.
Il mio gatto è sicuramente felice. Tutti in casa, quando gli ricapita? E’ ingrassato perché sfrutta l’inconsapevolezza di ciascuno di noi. Nessuno sa se l’altro gli abbia già dato da mangiare e cosi, passando in cucina, nel piatto qualcosa gli arriva. E poi si prende molte più carezze.
Nel frattempo, la primavera avanza. Immancabilmente. Ogni giorno ha un nuovo colore. Oggi ad esempio ha il fucsia sfacciato dei ciclamini.
Ogni giorno scopro che c’è qualcosa da disinfettare, oltre a tutto quello che già sappiamo, ad esempio i soldi, il bancomat e ricordarselo sempre, ogni azione che facciamo ha questo risvolto: lavati le mani.
Non riesco più a leggere i giornali, ho scelto di guardare un solo TG al giorno. L’informazione eccessiva, la ricerca spasmodica dell’ultimo bollettino diventa una catena che non riesco a sostenere. Sono già abbastanza consapevole del dramma in atto in questi giorni, e una notizia in più mi pesa sull’anima.
Il mio lavoro è fermo, la mia capacità di progettare anche. Sono un po’ sospesa, e non riesco a concentrarmi. Non riesco ancora a dire passerà, finirà, ne usciremo. E non per pessimismo. Ho in testa un senso di attesa, non so di cosa.
Nel mentre le giornate fanno il loro corso, e non ho nessun senso di noia. E’ un tempo diverso. Non riesco a paragonarlo a nessuna mia esperienza precedente. E’ un tempo che non so ancora definire. Forse dopo. Quando sarà passato. Ora lo vivo
.

Simona Cantoni (1970), laurea in Lettere Moderne, vive e lavora a Milano.
Si occupa principalmente di sviluppo contenuti editoriali di newsletter,
siti web e social network aziendali.


Fabiola Veca

nido

Palermo, 29 Marzo 2020

Ventunesimo giorno di reclusione. Sì! Per gli altri, non per me. Io, i miei, non li conto più. Mi sono persa. Così mentre gli altri affrontano il male del secolo, io affronto la mia estraneità. Forse scuseranno il mio deserto, la mia aridità. Ma davvero! Neanche questo fa crescere in me una qualche emozione. Vorrei tanto vivere con preoccupazione quello che sta accadendo, come tutti. E capisco anche la difficoltà che si possa provare nel sentirsi di colpo isolati. Direi agli altri: “Benvenuti nella mia normalità. Ora la credete possibile? ” Ma non riceverei risposta. 
Non ho mai compreso le regole della vicinanza. Mantenere a distanza è tenersi al sicuro. Al sicuro dall’essere feriti e dal non essere amati. Oggi, la legge del metro racconta il rispetto degli spazi, ma potrebbe non bastare. 
Mi sono accorta di non aver mai avuto il mio spazio, neanche a casa. Così ho provato a crearlo. Ho spostato mobili, libri, fatto ordine. Ora chiudo anche la porta e, con questa, mamma e papà fuori. E tuttavia non basta. Possono aprirla quando vogliono! La mia stanza non sarà mai del tutto mia se non sarà in una casa veramente mia. Ma per questo devo ancora aspettare.
Copio gli appunti sul foglio bianco, tranne gli scarabocchi. I colleghi soffrono la mancanza delle lezioni in presenza, l’interagire. E in effetti l’online non sostituirà mai il tipo di relazione che si viene a instaurare all’interno di una classe, e più in generale nella vita reale. Ma se le lezioni fossero state in presenza, probabilmente io avrei avuto “difficoltà” a seguire. Non so se ce l’avrei fatta ad andare all’Università. Nell’aula digitale, invece, ci sto comoda. Il freddo schermo mi protegge dall’essere guardata. In fondo è l’ideale per me. Non avere alcun contatto. 
Il susseguirsi delle lezioni, una dietro l’altra, l’esame che si avvicina, la tesi da scrivere, non mi permettono di abbandonarmi alla noia. Almeno ora, che ho le giornate così organizzate, la finirò finalmente di essere un tutt’uno col divano, in forma e colore. Studiare, studiare, studiare. Ecco, forse, la cura!
È come se si fosse messa in pausa la vita. Come se tutto fosse fermo. Anche il domani. Ecco! Voglio essere pronta quando ripartiremo. Perché ripartiremo vero? Tutto tornerà come prima, ma io non voglio che sia come prima. Allora studio, penso… no! Sogno, cioè progetto.
Mi lascio distrarre da Astro, la mia ombra, il mio unico amico. Con lui la casa sembra più grande e i fantasmi si disperdono. L’aria è più pulita. 
Quando sono tra le mura domestiche potrei perfino pensare che non sia successo niente. Riduco al minimo le informazioni che provengono dall’esterno. Ma poi, quando esco con il mio labrador, mi accorgo del silenzio. Il silenzio mi fa paura, come il buio. Velocizzo il passo. Occhi spalancati, mi guardo attorno. In cerca di un saltar fuori, di una ragione per cui scappare. In cerca di un girar l’angolo, di una possibilità di salvezza. Costringo Astro al fiatone e subito le chiavi nel portone. 
Anche oggi è finita una giornata durissima e, mentre ingoio la mia illusione in pillola, eccone già spuntare un’altra. Un’altra domenica d’inverno. Siamo in guerra e combattiamo, anche se su diversi fronti. Andrà tutto bene. Non oggi. Non ancora. Raggiungo il letto e i miei mostri. Astro dorme ai miei piedi. E mentre lui sogna di correre libero nei suoi spazi verdi, anche io sogno. Sogno la libertà, che raggiungerò quando sarò padrona di me stessa e dei mei spazi. Sogno un giorno coraggioso in cui uscirò dalla mia stanza e abbatterò le pareti che mi separano dalle infinite possibilità. 

Fabiola Veca nasce a Palermo in un giorno di calda estate ventiquattro anni fa.  Ha scoperto la lettura e la scrittura tardi, ma non troppo.
La sua voglia di sapere l’ha portata ad iscriversi alla Facoltà di Lettere presso la quale si è laureata nel 2018. Ora è vicina alla laurea magistrale.
È interessata al teatro, come a tutte le arti in generale, poiché crede che possano essere terapeutiche.
Come i libri, le arti portano alla trasformazione di sè. 


Alessandra Chiappori

gatto bianco e nero

Quando il mondo ripartirà

Giorno numero trenta. Sono a casa da un mese, ci resterò ancora per chissà quanto: è la quarantena, e non l’avevo pronosticata, proprio no. Eppure, dopo questo rosario di settimane strane e stranite, mi sento a posto. Sento, anzi, che questo è tornato a essere il mio posto. Ero scesa in Liguria per il weekend, per trovare i miei e la nonna, e nel giro di ventiquattro ore l’emergenza è lievitata, l’ansia ha travolto la narrazione dei telegiornali. Dai, stai a casa, non ti avventurare che non si sa mai, aspettiamo di vedere come evolve. È evoluta come nessuno avrebbe immaginato, e Torino è rimasta una meta utopistica, si è allontanata giorno dopo giorno. La mia casa sui tetti, il mio divanetto al sole, i comignoli da cui salutare il mattino sono spariti inghiottiti da una coda di inverno che ho celebrato acquistando una candela profumata gigante. Era l’ultimo giorno in cui i negozi sarebbero stati aperti, ma non lo sapevo ancora. Forse avevo solo intuito che avrei dovuto arredare e imprimere un carattere personale a una casa che era ormai soltanto un contenitore per la mia ombra. Casa “dei miei”, come vado dicendo fuori da questi confini di mare e scogli aspri. Casa mia, come è attestato in qualche capitolo di DNA. 
E sei ci ritornassi? Ci penso nei pigri pomeriggi che mi sono ritagliata settimana dopo settimana, mentre trascorreva l’inverno, lavoravo e ignoravo che sarebbe stato lo show finale, restavo disoccupata e rimettevo le mani in moto in cucina, e poi planavo qui, in questo spazio azzurro che anno dopo anno, quando tornavo a casa, abbiamo pulito, riordinato e battezzato come studio, il mio studio. Una stanza tutta per me: sento i libri alle mie spalle che sorridono all’idea che questo posticino abbia fatto sua una definizione letteraria. 
Ero un po’ restia, i primi giorni. Andavo adattandomi: al tempo allargato e statico, a un lavoro fatto di lettura e studio senza una finalità operativa, se non quella di arricchimento personale. Poi si è stabilizzato il sole, gli orari si sono fatti regolari, seppure non pressanti come quelli della mia vita precedente, quella lavorativa. Tutto ha assunto una luce nuova: un’estate fuori luogo, fuori tempo. La rilassatezza delle ore, il traffico che qui, oltre il marciapiede del piano terra dove si apre lo studio, si è rarefatto per lasciare spazio alle nuvole di cinguettii. 
Eppure il condominio dove sono cresciuta non è affatto deserto: mentre trascorrono le ore dietro alla scrivania, gli occhi catturano passi, guinzagli e borse della spesa, sacchi della spazzatura e tortore in cerca di briciole. Avevo dimenticato questo piccolo mondo abitato dai vicini di sempre, che mi hanno vista nascere, dalle nuove famiglie che contribuiscono a creare il mosaico umano di questa palazzina. Li sento, al mattino, acquistare frutta e verdura dal contadino che passa a fare consegne a domicilio, gridare al conoscente per la via, dal terrazzo, il giornale di cui hanno bisogno. Percepisco i pianti e capricci di bambini che sono nati quando ero lontana, le facce stanche e preoccupate di genitori che non parlano la mia lingua e pensano al lavoro che è sparito, chissà se tornerà. 
Ieri, nel pomeriggio stiracchiato in cui il sole si allunga fino a tardi, nella bolla di silenzio che cerco di bucare con la radio accesa tutto il giorno, una coda nera e flessuosa si è mossa fugace davanti alla porta di vetro dello studio. Ho fatto in tempo a intuirla tra le veneziane: la gatta è entrata. Curiosa, occhi gialli e un miagolio audace, in un attimo era sotto la scrivania, in esplorazione. I gatti continuano a vivere in questo posto dell’infanzia, gli stessi gatti che popolavano il cortile in cui mi sbucciavo le ginocchia giocando a pallavolo con i bambini della zona. Chissà se anche loro, come i gatti, ci sono ancora. Chissà se appaiono e scompaiono come me, pendolare tra case, regioni e città, oppure sono volati verso nuovi nidi, nuove case. Chissà loro, al posto mio, dove deciderebbero di fermarsi quando il mondo ripartirà. 

Alessandra Chiappori è giornalista e autrice di Torino di carta.
Scrive per giornali, per la radio e per diletto sul suo sito http://www.acontrainte.it; è dottore di ricerca in semiotica.


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