Blu pantone

Acquerello di Chiara Paterna

 

Ogni mattina, quando mi sveglio, guardo fuori dalla tenda. Lo faccio per controllare il muro. Da qui non riesco a vedere molto, solo un pezzettino. Io però ci spero sempre di aprire gli occhi e non trovarlo più, questo muro di ferro, altissimo, almeno cinque volte papà. E lui è un tipo davvero alto, talmente alto che prima della malattia, quando avevamo ancora la casa, lui era l’unico capace di prendere le scatolette di tonno dalla mensola sopra sopra. La mamma le metteva sempre lì invece che giù, e io non ho mai capito perché, forse proprio per vedere papà prendere le cose senza problemi. Gli bastava alzarsi di poco e, tac!, aveva fatto. Ora dorme e, anche se è sempre lui, io so che non è più lui.
Da quando è cominciato tutto, sembra più piccolo. Forse è stato il viaggio a trasformarlo così, o forse perché due giorni prima di partire la mamma ha chiuso gli occhi per sempre. Papà dice che è tutta colpa della malattia, chiude sempre un sacco di occhi. Anche se ho sentito dire dai grandi che sono qui da tanto tempo che il problema non è la malattia, ché a chiudere gli occhi alla gente ci pensa già la paura. Io non lo so, secondo me è anche perché non piove. Sono mesi, ormai. Praticamente da quando siamo arrivati. All’inizio, io e papà non ci avevamo fatto caso, eravamo solo felici di essere ancora vivi. Mamma mia, quanto abbiamo camminato! I primi giorni in viaggio contavo pure i miei passi. Poi però ho lasciato stare perché anche il mio cane, a un certo punto, ha chiuso gli occhi. E non ha chiuso gli occhi per la malattia, come per la mamma. Nanà ha chiuso gli occhi perché proprio all’inizio del viaggio si era fatta male, maledetta a lei!, per difenderci da un cane che voleva attaccarci. L’altro cane, una specie di incrocio fra un pitbull e qualcos’altro, le ha preso la coda e gliel’ha quasi staccata. Per fortuna che papà ha dato al pitbull tante di quelle mazzate che quello è scappato via, ma la ferita di Nanà era davvero grave; papà non voleva darle le medicine, diceva che erano per noi, nel caso ci fosse venuta la stessa malattia della mamma, e allora io gli ho urlato che non mi importava, che desse pure la mia parte di medicine a Nanà, che la salvasse, per l’amor del cielo!, che non ce la facevo più a perdere quelli a cui volevo bene, che se era questo che mi aspettava, era meglio che anche io chiudevo gli occhi. Ma papà mi ha tirato uno schiaffo e basta. Io l’ho odiato, non ho parlato con lui, e non ho nemmeno mangiato.
La mia parte di cibo la davo a Nanà; per alcuni giorni l’abbiamo trasportata su un carrello della spesa che avevamo trovato in un supermercato abbandonato, poi anche lei ha chiuso gli occhi. Per fortuna che non abbiamo cucinato Nanà arrosto, come ho visto fare qui nell’accampamento con certi cani. Papà l’ha seppellita, ci ha messo un grosso sasso sopra, e insieme abbiamo detto una specie di preghiera per lei. Ho pianto. Anche papà ha pianto per un bel po’, e forse non era solo per Nanà che l’ha fatto, forse era anche per la mamma e per tutti quelli che se ne erano andati. Poi abbiamo continuato a camminare. Dopo un paio di settimane papà ha avuto la febbre e io devo dire che ero contento che era stato così cattivo con me e non aveva dato le medicine a Nanà, perché se lo avesse fatto, ora lui non ci sarebbe più e io sarei solo. Per un po’ mi sono pure sentito triste per quella contentezza, mi era sembrato di tradire Nanà, così.

Poi però me ne sono dimenticato. È successo quando abbiamo finito l’acqua che avevamo appresso. In quei giorni stavamo attraversando una valle rocciosa. Acqua lì non ce n’era, né un fiume o qualcosa del genere da dove bere. Sentivo di continuo il sapore dell’acqua in bocca; il che mi sembrava una roba da pazzi, perché l’acqua non ha sapore, eppure potevo giurare che, sì, ce l’aveva, eccome. Non faceva nemmeno caldo. No, il tempo era proprio come oggi: senza sole, solo nuvole e con questo venticello, quasi che deve venire a piovere da un momento all’altro e invece poi non piove mai; sono mesi che fa così, che ce ne stiamo fermi a guardare il cielo e a sperare che piova, a guardare il muro e a sperare che cada.
Qui ci siamo arrivati grazie a due vecchi che abbiamo incontrato durante il viaggio, proprio quando la bocca era diventata così secca che né io né papà parlavamo più. Loro, la coppia, avevano una specie di carro, e dentro c’era di tutto, non solo l’acqua, ma anche cibo, addirittura lo stesso tonno della mamma. Solo che loro, la coppia, non volevano dividere niente, papà li aveva pregati di dare almeno qualcosa da bere a me, ché non si poteva far morire di sete un bambino quando avevano così tanta acqua. Ma loro, la coppia, dicevano di no. «Sciò, sciò!», urlavano. Allora papà, con la stessa mazza usata per difendere Nanà, ha chiuso gli occhi a tutt’e due, proprio davanti a me. E anche quella volta, io devo dire che ero contento. Lì per lì mi sono spaventato parecchio, è vero, per via di tutto quel sangue, soprattutto sulla faccia di papà, ma poi, sì, poi devo dire che ero contento, anche se mi sono sentito tanto triste per quella contentezza. Me ne sono dimenticato quasi subito, però, non appena ho bevuto l’acqua dal sapore buono. Ora che sono qui, davanti al muro, ogni tanto ci penso alla coppia di vecchi, e a Nanà, e alla mamma. Alla sete non ci ho pensato per un bel po’ perché quelli che sono nell’accampamento da più tempo hanno costruito dei pozzi grandissimi per raccogliere l’acqua. Solo che adesso questi pozzi si stanno svuotando e da un paio di giorni si è iniziato a dare una tazza di acqua a testa, non di più. Molti dicono che la situazione deve cambiare, che non si può andare avanti così, che o si mette a piovere o bisogna trovare il modo di far cadere il muro. Alcuni però dicono che far cadere il muro è pericoloso, ché quelli dall’altra parte sparano e ne sono morti già abbastanza, ed è stato inutile spiegare a quelli dall’altra parte che di qua nessuno si è ammalato, ma i nostri lo dicono sempre: la paura sta ammazzando la gente. E la pioggia, quella non scende. Neppure oggi. E anche lei sta ammazzando la gente, perché senza pioggia non c’è acqua e senza acqua finisce che qui gli occhi li chiudiamo tutti, oppure ce ne dobbiamo andare, ma papà dice che non c’è nessun altro posto dove andare, che si può solo avanzare, ma che non si può con questo muro davanti. E allora stiamo qui e aspettiamo. Io odio aspettare.

Uno di quelli con cui gioco, non so il suo nome – non me l’ha voluto dire – insomma questo qui aveva dei pennarelli, vai a capire perché avesse dei pennarelli e non dell’acqua, ma tant’è… gli ho proposto di colorarci il muro, non tutto, certo, ci vorrebbero molti più pennarelli, ma almeno una parte si potrebbe pure colorarla, gli ho detto, magari quella dove giochiamo di solito; ognuno si prendeva un colore e un pezzo di muro e ci poteva colorare ciò che voleva. Lui ha detto di sì, ha scelto il nero, ha disegnato la sua faccia, o almeno doveva essere la sua faccia; gli ho domandato perché non avesse disegnato quella della sua mamma, mi ha risposto che non se la ricordava più. Io ho scelto il blu e ho disegnato le nuvole e la pioggia, ché ero stufo dell’acqua che non scendeva e ho pensato che se la disegnavo, la pioggia, magari quella scendeva, come una sorta di formula magica. Quando ho mostrato il disegno a papà ha detto che era bello, e poi ha aggiunto che il blu che avevo usato era un blu classico, un blu pantone, così lo ha chiamato. Non so cos’è pantone, ma la parola mi piace molto, e poi mi fido di lui perché quando la mamma aveva ancora gli occhi aperti faceva i cartelloni della pubblicità e per farli devi conoscere tutti i colori del mondo.
Quello dei pennarelli è venuto da me, mi ha domandato se per caso avessi sentito qualcosa stanotte, gli ho risposto che no, non ho sentito niente, ché ho il sonno pesante come la mamma, io; dice che il vento ha soffiato così forte che ha fatto cadere il nostro pezzo di muro, quello che abbiamo colorato. Tutti stanno passando dall’altra parte, e nessuno spara più, almeno così sembra. Voglio andare a controllare. Prima però devo svegliare papà, avvisarlo, non che poi apre gli occhi e non mi trova e poi si arrabbia. Dice che devo sempre dirgli dove vado. Allora lo chiamo, lo scuoto, ma lui dorme, forse è stanco, ultimamente lo è più del solito, anche se si sforza di non farmelo vedere. Siccome non si decide a svegliarsi, con il pennarello blu pantone, come lo chiama lui, io gli scrivo su un lato della tenda che sono al muro a controllare il disegno. Lo scrivo bello grande, così quando si sveglia lo legge.


Valeria Zangaro è di origine calabrese ma vive a Monaco di Baviera da diverso tempo. Negli ultimi anni ha frequentato alcuni corsi
presso la Scuola Holden. Suoi racconti sono apparsi
su riviste quali Il rifugio dell’Ircocervo, Verde. Collabora con Rivista Blam.


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