Una brava ragazza

Illustrazione di Emma Grillo

 

Quando avevo diciassette anni, un pomeriggio di primavera suonai alla Caritas, al 22 di via Cattaneo a Pisa. Oggi quello è diventato un condominio di lusso ma all’epoca si passava da un grande cancello elettrico chiuso solo di notte, si attraversava un cortile di cemento sbrecciato per arrivare a una porticina stretta a due battenti di legno rovinato. Credo fosse un vecchio convento e la stanza del direttore era in fondo a un corridoio lunghissimo su cui si aprivano le porte di almeno una decina di ex celle.
Percorsi il corridoio lentamente, facendomi coraggio.
Da dietro la scrivania il prete giovane e massiccio mi disse che c’era sempre bisogno e per molti servizi diversi. Mi fece un po’ di domande: scuola, hobby, parrocchia. Scoperto che frequentavo il Liceo classico e che andavo alle riunioni dell’Azione Cattolica mi classificò tra le brave ragazze. Cosa che corrispondeva alla verità.

Il mio primo compito era di passare un po’ di tempo con una ex tossica in fase di reinserimento, che era bene non frequentasse i vecchi amici. Dovevo portarla a fare qualche giro, farci due chiacchiere, mangiare gelati, farle passare il tempo normalmente.
Cos’era normale all’epoca io non lo sapevo proprio. Non io, di questo ero sicura; anzi, ero abbastanza disperata di non riuscire a sembrare un po’ più normale, in modo da passare meno tempo da sola come un cane. Naturalmente mi dichiarai entusiasta di frequentare l’ex tossica.

Come dicevo, non avevo molti amici in quel periodo; al Liceo erano tutti di città, e io no, e di famiglie ricche di destra o ricche di sinistra, e io no. La scuola era in una di quelle costruzioni eleganti di metà Ottocento, con finestre enormi, scale larghe e soffitti altissimi, con termosifoni in ghisa alti fino alla spalla e decorati a ghirigori. Che i miei mi avessero iscritto a quel Liceo mi faceva sentire importante e responsabile, ma ero l’unica che proveniva dalla mia scuola media di periferia e non conoscevo nessuno. A volte qualche compagno o compagna di sinistra, ricca ma comunque di sinistra, ad esempio figlia di professore universitario o giornalista, mi invitava ad una festa dove io mi presentavo con la gonna a pieghe.
Capite, quindi, che non avevo proprio possibilità.

Ernestina e io ci trovammo sedute davanti a don Massimo un pomeriggio verso le tre e mezzo. Non si sa chi fosse più imbarazzata. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo davanti una vera tossica e questo accendeva in me una curiosità decisamente morbosa. Avrei voluto sapere tutto del suo mondo ma ero una brava ragazza e non potevo chiedere niente, soprattutto davanti al prete. Di sicuro, poi, Ernestina, non avrebbe detto niente di compromettente.
Uscimmo dall’ufficio del prete. Andai con lei, che aveva lunghi capelli rossi pieni di ricci, occhi azzurri. Era alta e snella. Portava un paio di jeans attillati che io non sapevo neppure dove si compravano e una maglietta lunga fin sotto il sedere. Era molto più bella e molto più grande di me. Prese la bici che aveva lasciato appoggiata al muro del cortile e ci incamminammo verso il centro: mi sembrava di aver capito che potevo cominciare subito col servizio di compagnia.

Facemmo via Cattaneo fino al Giardino Scotto in silenzio, camminando vicine, lei che spingeva a mano la bici, io che la sbirciavo di nascosto. Ero agitata, non sapevo dove tenere le mani, mi aggrappai alla cinghia della mia borsa di cuoio. Lei camminava sicura, il passo delle sue gambe lunghe sembrava partire direttamente dall’anca, vedevo le sue scarpe da ginnastica bianche e rosa sempre davanti alle mie polacchine grigio topo. Pensavo volesse andare sul Lungarno di sinistra, che non ricordo mai come si chiama, verso il centro, mentre, invece, svoltò a destra, sul Lungarno Guadolongo, verso il grande parcheggio al confine con i campi. Ci si trovavano i tossici a bucarsi. Lo sapevano tutti. Io non ero mai arrivata fino in fondo. Continuavamo a camminare in silenzio sul marciapiede dalla parte del fiume; pregavo che si fermasse, avrei voluto che un’auto ci investisse, magari piano, mentre faceva manovra. Una gamba rotta, o anche un braccio. Ero pronta a sacrificarmi.

Il parcheggio era quasi completo, auto e motorini andavano e venivano in continuazione. Alla nostra sinistra l’Arno e sull’altra riva il lungo viale delle Piagge. Non so cosa avrei dato per essere sull’altra sponda del fiume.
Eravamo oltre la metà, già si vedeva l’ultima fila di auto. Mi resi conto in quel momento che i tossici che stavano seduti sulle due panchine che chiudevano il parcheggio non stavano facendo altro che chiacchierare e fumare e passare il tempo. Probabilmente prendere accordi. In verità non sapevo esattamente cosa facessero ma di certo non si bucavano con quell’andirivieni.
Ernestina si fermò. A quel punto un ragazzo in jeans e maglietta bianca si alzò e si avvicinò, camminando molto lentamente. Aveva i capelli lunghi, era magro, con un’aria decisa. Mi piaceva molto.
«Sei mancata in piazza». Fermo davanti a Ernestina, la guardava in faccia. Io non esistevo.
«Sono con lei».
«Ciao», mi disse il ragazzo.
«Ciao», risposi.
«Noi andiamo», disse Ernestina.
«Siete appena arrivate».
«Andiamo», disse di nuovo lei: fece fare dietrofront alla bici e riprese il marciapiede da dove eravamo venute. Il ragazzo si mise a camminare al nostro fianco. Intuivo il pericolo ma non sapevo da che parte sarebbe arrivato né come prevenirlo. Ero sicura che don Massimo non aveva immaginato niente del genere quando mi aveva proposto quel servizio.
Arrivate al Ponte della Fortezza, Ernestina si voltò verso di me e mi disse che loro attraversavano e andavano a fare una passeggiata alle Piagge. Mi salutò velocemente, facendomi capire che non mi voleva più tra i piedi.
Tornai a casa in bus, come sempre.

Dopo due giorni mia madre, già pronta per andare ad aprire il negozio, mi passò una telefonata di don Massimo. Voleva che uscissi di nuovo con Ernestina. Aspettavo quella telefonata con timore. Non avevo intenzione di uscire di nuovo con quella ragazza: mi ero sentita al traino, impotente come e più di sempre. Dissi che ci dovevo pensare, che ora avevo molto da studiare, che lo avrei chiamato io quando fossi stata più libera, e tornai alla versione di greco sulla scrivania in camera.
Don Massimo non si arrese: dopo altri due giorni richiamò. Mi disse che Ernestina aveva trovato un lavoro come donna delle pulizie, che stava bene. Mi chiese se avessi voglia di andare con lei da qualche parte, al cinema, ad esempio.
Erano mesi che non andavo al cinema. Il sabato mattina in classe assistevo alle manovre organizzative: i compagni che si mettevano d’accordo su come passare la serata in discoteca, e il pomeriggio della domenica al cinema. Sentivo sospiri e risate, seduta al mio banco, accanto a Giovanni, che pensava solo ai libri antichi della biblioteca di famiglia.
Don Massimo mi diede il numero del Reinserimento: facevo prima a parlare direttamente con Ernestina, lui non poteva certo continuare a fare da intermediario tra noi.
Mentre l’autobus mi portava in centro mi scervellavo per immaginare quale film potesse piacere a Ernestina. Avevo comprato il giornale apposta. Ero certa che non avremmo mai trovato un film che potesse piacere a entrambe, ma avrei accettato volentieri un compromesso.

Ernestina mi aspettava appoggiata alla bicicletta nell’angolo di piazza Vittorio Emanuele II, dalla parte delle Poste, come concordato. I miei compagni di classe si trovavano dalla parte opposta.
Era vestita come il giorno che ci eravamo conosciute, ed era truccata.
Mi ricordo di quel giorno anche perché andammo a vedere Blade Runner. Il film mi lasciò di stucco, ed era piaciuto anche a Ernestina. Nel momento in cui la replicante capisce di essere solo una replicante, lei aveva pianto.
Uscite dal cinema, una di fronte all’altra con la bici in mezzo, non sapevamo proprio cosa fare. Era previsto che passassimo ancora del tempo insieme? Io sarei anche tornata a casa subito, non avevo mai bisogno di grandi cose per divertirmi.

Invece Ernestina iniziò a spingere la bici senza dire vieni ma senza neppure salutare. La seguii. Andava verso la stazione, all’ultimo binario. Arrivata fino a metà si fermò e mi guardò. «Io vado là. Tu che fai?».
«Non so».
«Forse è meglio se torni a casa».
«Non so».
La vidi salire in bicicletta e pedalare via. Avevo paura. Sedetti sui graffiti di una panchina senza spalliera. Non osavo pensare a cosa avrebbe fatto Ernestina, non osavo pensare a cosa avrei dovuto fare io. Non osavo tornare a casa senza di lei. Forse dovevo telefonare a don Massimo.
Fino a quel momento, nella mia vita, avevano pensato a tutto mia madre e mio padre, loro sapevano sempre come risolvere i problemi. E in quel momento mi sentivo sull’orlo del precipizio, con un piede penzoloni, e avrei voluto che i miei fossero lì, con me.
Ernestina era sparita. Avevo visto del movimento in fondo al binario, dietro i vecchi magazzini abbandonati. Era entrata dentro, ne ero sicura.

Passò del tempo prima che tornassi a vedere di nuovo del movimento. Da uno dei magazzini in fondo uscì qualcuno, camminando velocemente verso di me.
«Vieni, presto». Era il ragazzo incontrato al parcheggio di Guadolongo.
Mi alzai senza sapere bene cosa stessi facendo, mi alzai solo perché me lo chiese.
«Vieni», disse ancora e, senza aspettarmi, cominciò a correre.
Lo seguii. Entrai. Quando mi abituai all’oscurità vidi Ernestina sdraiata per terra, svenuta.
«È collassata», disse una voce dal fondo.
Per un attimo mi venne da piangere; ora me ne torno da dove sono venuta, pensai. Vado a chiamare mia madre, mio padre, don Massimo.
«Devi chiamare il 118, sbrigati, stupida!».
«Chiamalo tu!», gridai.
«Se potevo, l’avevo già fatto», rispose.
Mi chinai su Ernestina, bianca come un cencio. Respirava pianissimo, lo sterno si alzava a malapena.
Uscii da quella stanza umida, sporca e opprimente.
Il ragazzo che era rimasto sulla soglia mi chiese se avessi il gettone.
«Sì». Mi fermai alla cabina telefonica del primo binario e chiamai il 118. Poi tornai ai magazzini. Ora dentro c’era solo Ernestina come morta. Erano spariti tutti. Ero sola con lei. Mi sedetti in terra e le presi la mano. Controllavo che la pancia si gonfiasse e sgonfiasse, anche poco, lentamente. Controllavo quel movimento che la teneva aggrappata al filo della vita, al filo che speravo che Atropo, o Lachesis o chi per lei non avesse voglia di tagliare proprio in quel momento, mentre la tenevo per mano. Pensai anche – e me ne vergognai subito – che, se proprio era arrivato il suo momento, sarebbe stato meglio che Ernestina fosse morta all’arrivo dei medici.

Ernestina non morì. Il giorno dopo dissi a don Massimo che avevo troppo da studiare e non potevo più dare una mano.


Melania Ceccarelli è nata a Pisa nel 1965, è laureata in scienze politiche e ha lavorato per molti anni in una cooperativa sociale, occupandosi di adolescenti borderline. Ha vissuto per un anno in Acre, un piccolo stato nell’Amazzonia brasiliana per realizzare un progetto di cooperazione internazionale con ragazzi di strada con la ONG veneta Progetto Mondo Mlal. Da questa esperienza è nato il suo primo romanzo, 𝘜𝘯 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘪𝘯 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘰, inedito. Al suo rientro si è occupata di donne soggette a tratta. Rimasta senza lavoro nel 2015, ha frequentato la Bottega di narrazione – scuola di scrittura creativa, durante la quale ha elaborato gran parte del suo secondo romanzo, 𝘓𝘢 𝘷𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘥𝘪𝘰, inedito. Attualmente si occupa di formazione professionale.
Ha appena finito di scrivere un terzo romanzo, 𝘓𝘢 𝘮𝘪𝘳𝘢𝘤𝘰𝘭𝘢𝘵𝘢.


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