Qualcuno con cui parlare

voce-del-verbo-preghiera
Illustrazione di Giulia Corti

 

«Che poi non è che io non lo sia mai, triste. Lo sono stato e lo sono, a volte, eccome. Però pure Eugenia, diciamolo, non è che sia proprio l’anima della festa. Ieri, ad esempio. Guardavamo un film di Woody Allen, Amore e guerra, uno di quelli proprio comici, buffissimi; a un certo punto te la sento che singhiozza. Immagino che stia ridendo e mi giro verso di lei. Non aveva il volto rigato di lacrime? La cretina piangeva! Piangeva mentre guardavamo Amore e guerra! Pensa fosse stato La scelta di Sophie. No, eh, no; io non ce la faccio, non ce la faccio più».
«Beh, è imprevedibile. È una qualità».
«Aspetta. Non ho finito. C’è pure questo fatto che, per lei, i giochi di carte sono incomprensibili. Quelli più scemi, dico! Prendi la briscola, per lei è come la fisica quantistica. Gliela spieghi, gliela rispieghi, lei annuisce, sembra che abbia capito: inutile. Subito dopo ti tira giù una carta ed è lampante che non ha capito nulla. E poi ride! Perché sì, in quei casi lì, in cui mi sta facendo perdere a briscola, allora ride, eccome! Ma come si fa?».
«Beh, è simpatica. E poi non tutti amano i giochi di carte».
«Aspetta, aspetta. Non ti ho ancora detto di ieri mattina!».
«Sentiamo, che cosa è successo ieri mattina?».
«Mi ha preparato le uova».
«Cattivissima!».
«Vuoi, Cristo, farmi finire? Ieri mattina mi ha preparato le uova, quelle strapazzate, dico, come quegli idioti degli inglesi…».
«E degli americani».
«“E degli americani”. Ma che vuoi che mi freghi degli americani? Vuoi stare zitto e lasciarmi finire? Beh, mi ha preparato le uova strapazzate alle sei del mattino. E ieri era domenica, capisci? Ci ha messo pure la pancetta».
«Fritta in padella, tagliata sottile».
«Già».
«Come piace a te».
«Sì, a me piace soltanto così. Quella alta non la sopporto».
«Quindi a te piace alla maniera degli americani. Sono gli inglesi a tagliarla alta».
«La pancetta mi piace all’americana, sì. Perché, a te piace quella roba spessa, rosea, che sembra quasi lessa? Vuoi mettere con quelle striscioline croccanti? La consistenza è vitale. Ma…che mi fai dire? Ecco, ora ho perso il filo, non so più dove volevo arrivare».
«Al punto in cui ti ha preparato una perfetta colazione all’americana, ecco dove».
«Ma non è questo…oh, accidenti! Ma che razza di prete saresti, tu?».
«Uno che ti vuole fuori dal suo confessionale entro il prossimo minuto. Il tuo tempo è già terminato e non mi hai tirato fuori un peccato che sia uno, io ho una fila di disgraziati là fuori, sai? Forza. Ti assolvo dai tuoi peccati. Filare!».

Lorenzo uscì dalla chiesa con il passo incerto di chi non ha in mente la sua prossima destinazione. Era alto e magro, con una sua camminata specifica, la parte superiore del corpo sempre in ritardo di qualche secondo sulle gambe, che parevano le uniche sicure della direzione. Discese lungo la collina e, una volta giunto a valle, dopo un attimo di esitazione, invece d’imboccare la strada che portava in paese, prese un sentiero alla sua destra in direzione dei campi, la testa che macinava pensieri, instancabile. Era pur vero che Eugenia l’aveva proprio voluta lui. Da quando si erano conosciuti, non aveva fatto che correre da lei ogni volta che poteva, poi l’aveva convinta a sposarlo, a venire via con lui e se l’era portata lì, in paese, appena un anno dopo averla conosciuta. Magari faticava ad ambientarsi. Lei però non lo aiutava a capire, non lo aiutava per niente. Un giorno era tornato a casa e l’aveva trovata in piedi sul tavolo che suonava il violino. Manco lo aveva saputo, fino a quel giorno, che avesse un violino, figuriamoci poi che sapesse suonarlo. Peraltro, ci voleva una certa disciplina, le aveva concesso, in segreto – di queste concessioni che le faceva, a lei, non faceva mai parola. Ma perché poi sul tavolo? Questo, sì, lo aveva chiesto a Eugenia, ma non c’era stato verso che lei gli rispondesse. Si era, anzi, piuttosto irritata dell’interruzione. Un’altra volta, l’aveva trovata in giardino che annaffiava, di buon mattino, con calma e meticolosità, in mutande. Con indosso solo quelle. Di questo, pure don Francesco era rimasto un po’perplesso, a dir la verità. Probabilmente era stata l’unica volta, tra le tante, in cui, al sentire la sua confessione, non aveva difeso Eugenia a spada tratta. Chissà poi perché l’aveva tanto in simpatia! Lorenzo era convinto che don Francesco avrebbe dovuto tenere le sue parti. Tanto per cominciare, fin da bambino aveva sempre frequentato la parrocchia, si confessava ogni settimana, anche quando non peccava; a dirla tutta, pure adesso non peccava praticamente mai, eppure, per colpa di Eugenia, era sempre là, fisso nel confessionale. Con qualcuno doveva pur parlare! E poi, nei preti sarebbe lecito cercare comprensione, no? E invece, quello, niente. Era evidente che preferiva lei. Tornando al tempo e allo spazio presente, Lorenzo si trovò a chiedersi dove fosse finito; c’era fieno da ogni parte e aveva abbandonato il sentiero. Senza troppa voglia, invertì la marcia e si diresse verso casa.

«Buongiorno», sussurrò Eugenia mentre, con un moto di timidezza, distoglieva lo sguardo, un attimo prima rivolto verso il sacerdote. Era alta e sottile, con un paio di occhi enormi e scuri, rotondi, e lunghi capelli neri ricci, il cui disordine, lo si vedeva, era solo in piccola parte dovuto al vento di quella giornata; era chiaro che non vedevano la spazzola da un bel po’ di tempo. Ciò nonostante, lei non faceva che ravvivarseli costantemente con la mano, come a compensare, ottenendo solo di peggiorare la situazione. Don Francesco, nel voltarsi verso di lei, si fermò mantenendo la mano sull’anta ancora aperta del portone.
«Mi scusi tanto per il ritardo, ho avuto un contrattempo». Lui le indirizzò un sorriso aperto, sul tipo non-devi-mica-scusarti-con-me.
«Ciao, Eugenia. Hai bisogno di confessarti?».
«Sono venuta per questo».
«Mi fa piacere. Vieni dentro, allora», disse, spostandosi di lato per far sì che lei lo precedesse. Eugenia entrò a piccoli passi, dirigendosi verso il confessionale.
«Non occorre, se vuoi possiamo sederci su di una panca. Non c’è nessuno, tanto».
«Ma sarà regolare?».
«Regolarissimo. Approvato da Lui», don Francesco indicò il soffitto con il dito, «quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi».
Eugenia non rispose e si diresse sulla panca più vicina all’entrata, poi sedette sul bordo. Il sacerdote fece la stessa cosa con la panca della fila successiva, posizionò il braccio sullo schienale e ci appoggiò sopra la testa, rivolta verso di lei. «Dimmi tutto».
«È di nuovo per Lorenzo. Ieri l’ho fatto arrabbiare molto, e la cosa peggiore è che non so perché. Stavamo mangiando gli gnocchi al pesto. Erano così belli gommosi che, anche se erano buonissimi, ho deciso di sacrificarne uno; l’ho preso e l’ho tirato sul muro davanti a me. Ci è rimasto attaccato per davvero».
«Fantastico!».
«Beh, invece lui, Lorenzo, non ha apprezzato proprio per niente, non ha capito. Anzi si è proprio messo a gridare, perché lo avevo fatto, che accidenti pensavo di fare, a nessun altro sarebbe mai venuto in mente di fare una cosa così balorda, come cavolo pensavo di far tornare bianco il muro; sembrava davvero preoccupato per questo».
Il prete emise una risatina soffocata. «Esistono persone con questo genere di preoccupazioni, Eugenia; purtroppo devi rassegnarti a questa idea. Pure io, te lo confesso, faccio una gran fatica a comprenderle!».
«Davvero?». Un sorriso cominciò timidamente ad allargarsi sul viso di Eugenia, che, lentamente, si andava distendendo; il corpo gli andò dietro. Si appoggiò con una spalla allo schienale della panca. Entrambi tacevano, in un silenzio sereno, senza sottintesi. «Forse sto prendendo troppo sul serio questa storia dello gnocco», aggiunse poi lei, guardandosi le punte delle scarpe.
«Ah, questo no, mia cara; è una vicenda decisamente degna di nota. Ma ecco di che cosa non è, invece, degna: della tua preoccupazione».

Mentre Lorenzo si avviava verso casa, il telefono nella tasca dei suoi pantaloni vibrò.
«Ciao, Luigi. Scusami se non ti avevo ancora richiamato. Dimmi. Capisco… capisco… sì. Controllerò. Ah, se non ci fossi tu, a tenere i nostri conti… Eugenia? Non farmi ridere. La conosci anche tu… ecco… è già tanto se… se si ricorda di portarsi dietro il portafogli quando esce per far la spesa… eh, tu ridi ma è vero… allora, a presto. A presto e grazie, eh, Luigi… sei sempre… sei sempre… insomma, lo sai».
Non era contento; lo si sarebbe potuto notare, conoscendolo, dalla maniera in cui riprese a camminare, senza più pazienza, con minore armonia, pure. E non più verso casa; si diresse, invece, nella direzione opposta. In breve, si ritrovò di nuovo di fronte al portone della chiesa.

Bussò. Dapprima lo fece con timidezza, un colpetto, poi più deciso, infine fu una scarica di colpi. Solo allora, il portone si aprì lentamente, rivelando pian piano, col passaggio del sole, il volto di don Francesco all’interno. Il sacerdote aveva stampato in faccia un sorriso tanto luminoso che a Lorenzo venne un’improvvisa, subitanea voglia di picchiarlo; non che riuscisse, lui stesso, a comprendere appieno il motivo di questo impulso. Ma come aveva fatto? Come aveva potuto pensare che quel personaggio fosse suo amico? Perché se ne era fidato? Che cosa voleva da lui, questo cavolo di don Francesco?
«Veramente, stavo per chiedere la stessa cosa a te». Evidentemente aveva pensato a voce alta. «Abbiamo parlato non più di un’ora fa, mi pare. Ora che cosa v… voglio dire, che cos’altro posso fare per te, Lorenzo?». E di nuovo sorrideva. Di più, il suo sguardo era completamente limpido, sereno. Non aveva la faccia di uno che stesse nascondendo qualcosa; figurarsi quella di un prete che stava fregando un fedele.
«Mia moglie fa cose strane. Stranissime. Io ne parlo con lei, vengo a parlarne qua, in chiesa, perché… perché dove altro dovrei andare, eh? Quale posto è sicuro, per uno come me?».
Don Francesco si fece serio, quindi si prese qualche minuto, prima di rispondere. «Caro il mio Lorenzo, un posto del genere – come dici tu, sicuro – semplicemente non esiste. Mi stupisce che tu lo creda anche solo minimamente possibile. Non sei più un bambino, Lorenzo».
«E sarebbe questa la sua scusa?».
«Una scusa per che cosa, esattamente, Lorenzo?».
«Per quello che mi ha fatto. Perché ogni volta che Eugenia viene qui da lei – non lo neghi, per favore, lo so, ho saputo delle… delle sue donazioni – ogni volta che viene qui da lei, dicevo, poi torna a casa più… più matta. Mi torna a casa… mi torna a casa completamente fuori di testa, e io come uno scemo poi vengo a raccontarlo a lei, a confidarmi, quando è sua la colpa! Ah, avrei dovuto capirlo, ma io non sono furbo… sono un uomo semplice, io… un uomo di chiesa… se mia moglie va da un prete, non mi preoccupo… non mi preoccupavo, dovrei dire! Ma mai più, mai più le permetterò…».
«Ma che dici, Lorenzo? Non penserai mica che decida tu che cosa può fare o meno tua moglie!».
«Questo non… questo non la riguarda minimamente!».
«Oh, mi riguarda, mi riguarda eccome! Eugenia è o non è una mia parrocchiana?».
«Lo… lo è per quanto… per quanto non venga mai a messa… mentre io… mentre io ci vengo sempre. Perché, perché lei non la vede, l’enorme ingiustizia che mi sta facendo?».
«Lorenzo, a me dispiace dover essere proprio io a dirti queste cose, ma, vedi… se vieni a messa o non ci vieni, per me non conta. Non conta affatto».
«E che cosa conta, allora?».
«Vuoi davvero che te lo dica?».
«La prego».
«E sia. Ma soltanto perché ti voglio bene, Lorenzo».

Don Francesco chiuse gli occhi e, simultaneamente, tirò un lento, lungo respiro. Li aprì di nuovo e fissò Lorenzo per qualche minuto, con aria grave. Quindi tornò a parlare.
«Conta solo se riesci a tirare uno gnocco sul muro in modo tale che, poi, ci resti attaccato».

 


Caterina Iofrida vive a Pisa. Di giorno fa la biologa e di notte scrive. Preferisce la notte, dato che da piccola l’unica cosa che le piaceva fare era scrivere e oggi,
che ha 39 anni, non è poi cambiata granché.

 


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