Chi tace acconsente

 

tazzina di caffè rotta
Illustrazione di Giorgio B. Scalia

 

Parenti e amici ti avevano dato il loro ultimo saluto e ora mancavo solo io. Fino a quel momento ero rimasto seduto in disparte sulla soglia della porta della nostra camera, a pochi passi dal letto che ora è la tua bara. Dopo che tutti sono ritornati alle loro case, entro e ti guardo. Non posso vedere la tua faccia ridotta così, truccata dal becchino. Ombretto sugli occhi e guance abbronzate, tu, che avevi la pelle più bianca che avessi mai visto, e poi questo rossetto, le tue labbra sembrano ricoperte di bava rosa. Vorrei pulirti la bocca, ma se tu potessi vederti adesso, qui seduta al mio fianco, sapresti il ribrezzo che mi fai. Se aprissi questi cazzo di occhi me lo leggeresti in faccia. C’è puzza di ceri. C’è puzza di fiori. Troppi, talmente tanti che non si può respirare qui dentro. Ecco cosa lascia la morte: una puzza di fiori che brucia gli occhi e una montagna di roba inutile. Ecco cosa, Alba. Spazzole, scarpe col tacco, gonne, creme, anelli, catenine. Guarda la nostra stanza, lì c’è la foto di noi in barca a Cefalù, il tuo dipinto con la mela marcia, la statuina di un lupo trovata in un uovo di Pasqua, e cagate di questo tipo. Che cosa so davvero di te?  Mi hai davvero detto tutto? E di quello che mi hai detto che cosa ricorderò? Non ci sarai più tu a correggermi sulla data del nostro primo bacio o se quella gita al lago l’abbiamo fatta la stessa estate del giro in mongolfiera.  Tu che cosa ricordi adesso, Alba?

 «Buongiorno, amore», e ti sei girato dall’altra parte e, sbadigliando, mi hai detto:«Buongiorno, Alba. Mi fai il caffè?».
«Certo, amore, dammi un bacio», mi sono accucciata stretta a te e ti ho infilato le dita nella barba.  «Aspettami qui. Ti chiamo io», ci siamo baciati e sono andata in cucina. «Amore, è pronto!».
«Non gridare, arrivo».
«Guarda, Diego, come nevica». Passarono alcuni minuti e ti richiamai.
«È inverno, che c’è di strano?», mi hai detto brontolando ancora a letto. Quando sei arrivato in cucina avevi solo le mutande e la mia felpa rossa. Eri ridicolo e tenero allo stesso momento.
«Grazie, Alba». Ti sorrisi e appoggiai le labbra alla tazzina del caffè, tu ne bevesti appena un sorso e la tua faccia si deformò in una smorfia orrenda. «Ma che hai fatto al caffè? Vuoi avvelenarmi?», mi hai urlato, buttando la tazzina nel lavello.
«Il caffè era finito e ho fatto quello solubile».
«Avvertimi la prossima volta. Cazzo, ti chiedo di comprare una cosa sola».
«Rilassati. Che motivo c’è di fare così?».
«Che mattina di merda».
«Diego, non fare la tragedia».
«Voglio solo il caffè». Ti sei girato e sei andato in camera. Rimasi in cucina come fossilizzata mentre ti ascoltavo vestirti. Sei tornato da me con la faccia arrabbiata ma ancora assonnata. «Ciao».
Ti afferrai per il braccio. «Ma davvero? Te ne vai così? Mi dici che cosa hai?».
«Ho  voglia di andarmene al bar».
«Se aspetti, andiamo insieme».
«No».
«È successo qualcosa?».
«Ti ho detto che sto bene. Non mi soffocare».
«Non posso chiederti neanche come stai?».
«Non ricominciare. Mi stai sempre addosso! Lasciami andare».  Mollai la presa e tirasti via il braccio.
«Ma che ho fatto?».
«Stattene tranquilla per conto tuo». Hai aperto la porta di casa e io ho urlato. Ti sei tappato le orecchie.
«Sei una merda!», e ti lanciai la tazzina; si frantumò per tutto il pianerottolo. Hai fatto uno scatto e mi hai afferrato per le spalle.
«Sei pazza». Scoppiai a piangere, come da bambina quando mio papà si arrabbiava con me, ma io non avevo fatto niente.
«Ti sembra giusto farmi cominciare così la giornata? Almeno sai che giorno è? Ho la prova del vestito. Posso essere felice, almeno oggi? Devo accettare sempre tutto. Ci sei solo tu in questa relazione. I miei desideri non valgono un cazzo, vero?».
«Allora non farti rovinare la giornata da me. Esci, vatti a divertire con tua madre alla prova del vestito».
«Ma come faccio a essere felice se tu mi tratti così?».
«Odio quando mi dici così! Devo fare il fidanzatino perfetto, senza mai esprimere un’emozione diversa dall’amore o tu entri nel panico e mi assilli. Tutte le volte devo nascondere la tristezza e sorridere, farti le carezze e smancerie varie».
«Ti meriteresti di essere lasciato solo».
«È già successo, dieci anni fa». Hai abbassato lo sguardo e hai sospirato.

In quel momento ripensai alla prima notte che rimasi a dormire da te, pioveva e Libera, tua mamma, stava tornando a casa dall’ospedale, ma  finì fuori strada e perse la vita.  Eravate una cosa sola, da quando tuo padre vi aveva abbandonati dopo che lei era rimasta incinta di te. Adoravo tua madre. Quando da ragazzini, dopo la scuola, venivo da te per fare i compiti, lei, fra una battuta e una risata, ci preparava sempre il suo caffè speciale.

«Diego, mi dispiace, non volevo. Resta con me».
«Perché vuoi continuare a soffrire?». Ti avvolsi le braccia attorno al collo e mi scavai una nicchia nel tuo petto. Provasti a scostarmi, ma l’asola del mio pigiama rimase impigliata al bottone del tuo montgomery. Ci siamo guardati negli occhi, tu mi abbracciasti forte e mi sussurrasti: «Amore».

Ti ricordi di quella mattina di neve, il caffè al bar, noi senza ombrello, e poi tu mi hai detto «Sei mio»? Sono nato da mia madre solo per entrare dentro di te, ma tu adesso sei andata via come lei, con lo stesso boato di lamiere. Ti odio! Tu qui a dormire per sempre e io sveglio a ricordarti viva in eterno. Mi fai schifo. Mi avevi promesso che saresti morta dopo di me perché io fumo troppo. Me lo dicevi col sorriso, invece mentivi, mentivi a me che ti ho sempre amata. Questo ti meriti, uno sputo sulla tua guancia morta del cazzo. Dimmi qualcosa. Scusati e smettila di stare lì in silenzio. Per la prima volta in vita mia ho voglia di darti uno schiaffo. Sanguina e dimmi che ci sei ancora. Già qui, sul nostro letto, sei un fantasma del passato. A pensarci, per questa casa, lo siamo stati sempre. Lei continuerà a sopravvivere ma rimarrà sempre vuota alla fine, proprio come me. Ma noi non vogliamo questo. Vero, Alba? Allora chiudo a chiave la porta e sto un po’ qui con te. La chiave non ci serve, la butto dalla finestra. Chiudo anche questa, non fa freddo? Rovescio sul letto questi ceri, così ci riscalderanno. Fammi distendere, va già meglio. Che bel fuoco. Ricordi quanto ci ho messo ad accenderlo quella notte in spiaggia a ferragosto? Ho proprio voglia di rimanere da solo con te a goderci questo calduccio. Posso? Lo prendo per un sì. Ti amo, Alba, sapevo che mi avresti capito.


2 risposte a "Chi tace acconsente"

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