Venticinque

illustrazione-nursery
Illustrazione di Anna Fennel Hughes

 

Quando Aurora venne al mondo era in tutto e per tutto una bambina qualsiasi: pochi capelli incrostati di sangue, pugnetti serrati, pianto a dirotto.
Fu nelle ore che seguirono il parto, un parto di morte in cui la bambina uccise sua madre, che avvenne il prodigio. Aurora cominciò a crescere con una velocità che nessuno aveva mai visto. La notizia si diffuse per i corridoi dell’ospedale altrettanto velocemente: dai baristi agli infermieri, da oncologia fino al pronto soccorso, tutti volevano vedere la bambina che a ventiquattro ore dal parto aveva già messo i primi dentini.
Il padre, in mezzo a quel trambusto, fu preso dal panico. E non c’è da stupirsene: ritrovarsi padre e vedovo dalla sera alla mattina non è di certo uno scherzo. Se la figlia, poi, passa dai vagiti alla pubertà nel giro di qualche giorno, le cose si complicano ulteriormente. Sì, perché Aurora, dopo aver iniziato a crescere, sembrava non volersi più fermare, tanto che qualcuno già temeva di vedersela invecchiare e morire nel giro di qualche settimana.
Per fortuna però, dopo sette giorni, quella crescita inarrestabile si fermò, lasciando la neonata prigioniera nel corpo di una ragazza di venticinque anni.

«Papà», gli disse una mattina. Lui trasalì, e le lasciò la mano di scatto. Aveva la stessa identica voce di sua moglie. Aurora lo guardò esterrefatta – non era mica un mostro, perché mai reagiva così? – ma non disse nulla. Fu così che imparò a dissimulare.
Chiacchierarono per qualche minuto. Dell’ospedale, dei medici, cose così. Eppure, chissà quante domande si sarebbero fatti, quei due, se solo avessero avuto le parole giuste. Suo padre, ad esempio, le avrebbe chiesto che cosa si prova, che cosa si prova a ritrovarsi in questo mondo da un momento all’altro, senza che il tempo ci abitui alle sue vergogne e ci tolga il gusto delle sue meraviglie. E Aurora invece, Aurora avrebbe voluto sapere il significato di tutte quelle parole, di tutte quelle smorfie e quei pianti, quei sorrisi e quegli abbracci. Come fossero possibili la musica, i colori, i profumi, le nuvole in alto nel cielo e il sole fuori dalla finestra. E soprattutto, com’è ch’era finita lì? E perché?
Ma pian piano, la conversazione appassì. Del resto, nemmeno si conoscevano. Fu un silenzio un po’ imbarazzante. Tutt’intorno, infermieri indaffarati correvano da un corridoio all’altro, senza mai perdere l’occasione di dare una sbirciatina alla stanza di quella ragazza tanto speciale.
Dopo qualche minuto, la dottoressa di turno entrò per accertarsi delle condizioni di Aurora. Controllò la cartella clinica, la quantità di liquido dentro la flebo. Le chiese di aprire la bocca, di spalancare gli occhi, di dare un colpo di tosse. «Complimenti, ragazza. Se continui così tra qualche giorno ti mandiamo a casa».
Aurora sorrise solo perché aveva sorriso anche lei. Non appena la dottoressa fu uscita, domandò a suo padre che cosa intendesse.
«Soltanto i malati stanno in ospedale. Quando si guarisce bisogna andar via».
Aurora sorrise, neanche questa volta sicura fino in fondo di aver capito.

Quella notte la svegliarono i singhiozzi di un pianto sommesso. Sulle prime fece finta di nulla, ma poi, senza sapere bene perché, gli volle chiedere che cos’avesse.
«Papà», sussurrò.
Lui si asciugò le lacrime e tentò di sorridere. «Ehi. Che cosa ci fai sveglia a quest’ora?».
«Che stavi facendo, papà?».
«Io? Niente, è solo che sono un po’ stanco. Tutto qui».
«Che cos’hai?».
Suo padre sorrise di nuovo. «Sto bene. Stavo solo piangendo».
«E come mai stavi piangendo?».
«Le persone piangono quando si sentono tristi».
«E come mai ti sentivi triste?».
«Pensavo alla mamma», disse dopo averci riflettuto un po’.
«La mamma», ripeté lei lentamente. Fu soltanto allora che le spiegò chi fosse. «E adesso…», gli rispose. «E adesso dov’è?».
Suo padre indugiò per un momento, poi prese fiato e le disse che se n’era andata, che dormiva, ch’era volata in cielo, ch’era partita, che si era nascosta: insomma, le diede un mucchio di risposte ma non le disse la verità – sua madre era morta.

Passò qualche giorno e ad Aurora fu permesso di lasciare la stanza, seppur solo per un breve giro nel cortile interno dell’ospedale. Era un semplice giardinetto, con due grossi olmi e qualche panchina, insomma, davvero niente di che. Tuttavia, Aurora ne fu meravigliata. Suo papà spingeva la carrozzina – i muscoli delle gambe, ancora troppo deboli, non le consentivano di camminare – e rispose a tutte le sue domande. Aurora si scoprì eccezionalmente curiosa.
«Che cos’è quello, papà?», chiedeva.
«Quello è un albero».
«E quelle?».
«Foglie».
«E questo? E quelli?».
«Prato, uccello, annaffiatoio, panchina, gatto, estintore, vermetto, tombino, cartaccia».

La sera le leggeva le fiabe come fosse ancora una bimba. Le piacevano tanto, anche se ci impiegò un po’ a capire che cosa fosse un mago, un orco o una principessa. A dirla tutta, non fu semplice neppure convincerla dell’esistenza delle montagne, dei fiumi e dei laghi. Quando hai sempre e solo vissuto in un ospedale, come fai a immaginarti cose del genere?
Una notte poi la passarono tutta a parlare del mare. Aurora ne era affascinata. Ascoltò a bocca aperta tutte quelle storie di galeoni, pirati e tesori nascosti.
«Sarebbe tanto bello vedere il mare, papà», sussurrò prima di addormentarsi. Suo padre le accarezzò piano i capelli senza dir nulla.
Fu dimessa l’indomani mattina. Tutti in reparto passarono a salutarla e ad abbracciarla, qualcuno le scattò una fotografia.

La casa era un semplice bilocale, ma ad Aurora sembrò incredibilmente spaziosa. Non appena fu entrata, allargò le braccia e scoppiò a ridere. Poi notò le fotografie appese alle pareti. Attraverso il vetro, i suoi genitori, felici, si abbracciavano su una spiaggia, ridevano insieme a degli amici, posavano seri davanti alla Torre di Londra. In una sua madre era in piedi in un giardino.
«Questa è…».
«Questa è la mamma», l’anticipò suo padre. «Le somigli tanto».
Aurora restò pensierosa fino all’ora di cena.
«Bè? Non ti piace la casa? O è la pasta? Io non sarò un gran cuoco, però…».
«Pensavo alla mamma», disse lei senza alzare lo sguardo dal piatto.
Suo padre posò la forchetta e le prese una mano.
«Ma te l’ho spiegato, piccola. Lei è…».
«È morta, questo l’ho capito. Ma dov’è? Dove sono i suoi occhi, le sue orecchie, i suoi…com’è che li hai chiamati, questi cosi?».
«Zigomi».
«Zigomi», ripeté. «Dove sono i suoi zigomi?».
Suo padre non sapeva che cosa rispondere.
«È al cimitero», disse dopo un po’.
«Cimitero?».
«Le persone vanno al cimitero quando sono morte. Ci mettono soltanto i corpi, però. Lo spirito se ne vola via».
Aurora rifletté su quelle parole per un momento soltanto.
«E possiamo andare a vederla?».

La madre di Aurora era originaria di un paese a qualche ora di macchina rispetto a quello dove viveva, ed è lì che fu seppellita. Per andare a farle visita partirono quella domenica, di primo mattino, con il cielo ancora buio e l’aria fredda come quella della notte.
Fuori città videro tante cose che Aurora non conosceva. Percorsero stradine di campagna sotto un cielo che prometteva pioggia, circondati da alberi e uccelli ai suoi occhi completamente nuovi. Aironi, vecchi cipressi, gazze ladre, gruppi di betulle che si tenevano strette. Restò incollata al finestrino per tutto il tragitto.
Poi, quando sparirono anche le ultime cascine, da dietro una collina comparve una sottile strisciolina azzurra. Aveva lo stesso colore del cielo ed era altrettanto lontana, ma Aurora aveva gli occhi buoni. «Papà», disse, «papà, quello è il mare?».
«Oh, sì», fece lui. «Non è distante, ma…».
«Mi ci porti? Lo possiamo vedere?».
Il mare si allontanava a ogni curva. Immobile come un gigante, si nascondeva dietro le colline come si vergognasse di farsi vedere. Iniziò a ingrandirsi come per magia solo dopo l’ennesima galleria. L’entusiasmo di Aurora cresceva di pari passo. Suo padre pensò che si fosse dimenticata il motivo per cui si erano messi in viaggio, e sorrise. Poi se lo ricordò lui e il sorriso, così com’era arrivato, se ne andò via.

Il monotono rumore delle onde riempiva l’aria di quella giornata senza vento, con il mare grigio ma tranquillo. La sedia a rotelle avanzava a fatica sulla sabbia bagnata lasciando due lunghe scie dietro di sé. Fu allora che Aurora vide vecchie bottiglie di plastica senza etichetta, pezzi di rete, mozziconi di sigaretta. C’era anche uno pneumatico, poco più in là.
«Come mai c’è tutta questa roba per terra, papà?».
Suo padre fece spallucce e disse: «Arriva dal mare».
«E nel mare com’è che ci è arrivata?».
«Le persone hanno pensato per anni che si potesse fare. Non so perché». Sembrava un po’ in difficoltà, come se non sapesse che cosa rispondere. Un piccolo gruppo di gabbiani arrivò da Est e si posò sull’acqua.
«Papà».
«Dimmi».
«Quand’è che imparerò a nuotare?».
«Quando le tue gambe saranno più forti. E quando farà un po’ più caldo».
Gli sarebbe piaciuto che sorridesse, ma sul volto di Aurora vide soltanto un vago senso di delusione. «Mi dispiace che ci sia tutta questa immondizia e che il mare sia tanto freddo», disse.
«Non fa niente», sussurrò lei. «Va bene comunque».
Rimasero lì a fissare il mare ancora per un pochino ma, quando ricominciò a piovere, andarono via.
In macchina non parlarono molto: Aurora sembrava non avere neanche più voglia di guardare fuori dal finestrino. Aveva smesso persino di fare domande.

Ogni cosa nel cimitero sapeva di antico. L’avevano costruito in mezzo ai campi, sulla strada per il paese ma abbastanza lontano perché non se ne sentisse l’odore. Tutt’intorno non c’era nient’altro. Dentro, le lapidi più vecchie spuntavano fuori dall’erba alta e avevano le foto ingiallite dal tempo. Aurora vide quei volti.
«Ma chi sono, papà?», chiese.
Suo padre alzò la voce senza rendersene conto. Stare lì lo innervosiva, tra quei morti c’era sua moglie. «Te l’ho detto, quando uno muore è qua che lo portano». Guardò il volto di sua figlia e vi vide la stessa delusione che l’aveva colpita sulla spiaggia quella mattina. Doveva essersi illusa sulla vita, così come sul mare.
«Mi dispiace, Aurora».
«Non fa niente. Va bene comunque».
Per arrivare alla lapide fu sufficiente qualche passo soltanto.
Insieme, Aurora e suo padre bagnarono i fiori e accesero nuove candele. Nessuno dei due trovò qualcosa da dire, ma quel silenzio non ebbe bisogno di domande o di spiegazioni.


Matteo Candeliere ha ventinove anni ed è nato e cresciuto a Torino. È laureato in psicologia e suona in una band che si chiama Gli Alberi. Ha pubblicato un racconto su Pastrengo.


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