Le tende blu

Illustrazione di Giulia Corti

 

Il signor Otis muoveva lenti passi e si avvicinava alla scrivania. Era stanco. Raggiunse la sua postazione, la stessa da oltre ventisei anni, si sedette e prese il grande libro. Lo aprì e si rimise a scrivere.
La stanza, o forse lo studio, non aveva uno spazio libero. Vuoto. Due grandi librerie ricoprivano il lato ovest della stanza, ricche di riviste, libri e vecchie foto di famiglia, con uno strato di polvere spesso quanto una penna. A nord, invece, la porta d’entrata che quasi non si distingueva a causa dei tantissimi quadri appesi alla parete, una volta bianca, ora ingiallita un po’ dal fumo e dalla muffa. Piante, alberi, cascate e altri elementi della natura popolavo i quadri. Le altre due pareti invece si affacciavano sul cortile, ma non si scorgeva molto da lì dentro. Le finestre stesse erano coperte da pesanti tende blu che oscuravano la vista.
Il signor Otis, così, stava alla sua scrivania, con la sua abat-jour acquistata al mercato delle pulci poco dopo essersi trasferito in quella casa a Berlino.
Riempiva quel grande quaderno, un libro mastro, calcolando, ricalcolando, cercando di amministrare e regolare il denaro che ancora gli dovevano, cercando anche di capire se ci fosse stato qualcun altro che avesse provato ad ingannarlo, come quel buffone di Varick, finito in carcere, fortunatamente. La sera scendeva e la fioca luce della lampada non riscaldava molto l’atmosfera e, anzi, la spegneva un po’.
Entrò la governante. La cena era pronta al piano inferiore.
Non si cenava più al piano superiore, nella sala del ritrovo, come la chiamava allora il signor Otis, poiché era rimasto solo. I figli erano partiti per l’America e la moglie, quella puttana, aveva fatto la fine che le spettava. Cenò. Ancora fagioli e polpettone, ma forse non se lo ricordava.
La signora Aline, governante della casa, lo osservava dalla cucina attraverso le vetrate che separavano quest’ultima dalla sala in cui un tempo la servitù consumava i propri pasti.
No, non era più il tempo di spolverare suppellettili, porcellane, riordinare i mobili, indossare livree e controllare i conti dei fornitori per il signore. Erano tempi diversi. Era rimasta certamente Aline, ma indossava abiti più comuni, e si faceva chiamare “Signora”. Chiaramente Aline si occupava di lavare e sistemare la biancheria, di procurare tutto il necessario per mantenere la dispensa fornita, di accogliere gli ospiti, o almeno questo accadeva prima che Edgar e Georg lasciassero il maniero e partissero per il Massachusetts, dove non fecero fortuna, anzi. Raccontano al padre di essere arrivati lontano, ma l’unica lontananza è quella geografica. Non arrivavano a fine mese, ma l’orgoglio è troppo forte. Non era più come prima. Niente era più come prima. C’erano il signor Otis, che amministrava quel che restava delle terre del nonno Patrick e non sorrideva mai, e Aline che, al contrario, portava sempre un po’ di brio in quella vecchia dimora gialla. 
Con decisamente troppe stanze per due persone, la signora Aline non aveva più il potere delle vere governanti, non più le chiavi dell’intera area, del quarto piano, del chiostro, chiuso ormai da troppi anni con il pozzo svuotato e riempito di fiori ormai appassiti, della riserva in fondo alla stradina che portava a quel granaio. La crisi economica aveva spazzato via l’opulenza della famiglia, ma non solo, la ricchezza degli abitanti vicini e coetanei, e la bellezza che ricopriva la casa era solo un grande ricordo.
La città conservava ancora il suo carattere eccessivamente nobile. All’ingresso si era accolti dalla chiesa di S. Cristina che ancora conservava in sé la potenza della chiesa cattolica sparsa in tutta l’Europa e l’oppressione che aveva portato in altri anni. Gli abitanti, ancora sorridenti e perlopiù spezzati dall’incessante crollo quindici anni prima, ricordava una stanca ma vivace cittadina in cui l’essere umano sembrava aver trovato ogni che. Feste di contrade, raccoglimento di persone addobbate come se fosse sempre domenica, con musica dal vivo e ognuno raccolto in un’aura di mondanità plastica. Perché così si ricordano i loro abitanti, tanto ricchi fuori e così bizzarri dentro: non erano spinti da purezza e amore, erano solo convinti che tutto quel che li circondava potesse essere il vertice di una felicità, che va da sé, forse rimaneva incompresa. Dopo il collasso economico dunque, ogni cosa perse il proprio spirito. La città mano a mano si spense. Molti si trasferirono cercando altre possibilità, altri rimasero e provarono quella via – restarsene fermi, ad annegare o forse ritornare alla vitalità.
Il signor Otis si svegliò il mattino seguente e udì le solite campane, o forse no, non vi prestava più attenzione e anzi alle volte si chiedeva se il sagrestano avesse tirato un colpo. Meglio così, – tanto, chi ci va più ad ascoltare quell’odiosa messa, ci prendono solo in giro, Dio non esiste. Si diresse nuovamente alla sua scrivania, lentamente, senza pensare a nulla in particolare, aprì la porta dello studio, la stanza nella quale passava tutta la giornata, ma decise di scostare la grossa e pesante tenda blu. Anzi, fece di più, apri la finestra mosso da un’azione quasi involontaria.
L’aria fredda gli penetrò nel viso, gli bruciò gli occhi, e il signor Otis posò lo sguardo fisso al cielo, nudo e assordante. Sì, un cielo musicale. Udì qualcosa, forse una melodia, una canzone, l’aveva già sentita. Fisso, immobile, fu travolto da una musica, una ranchera. Si ritrovò immediatamente a pensare al Messico, vide la moglie che gli avvolgeva il braccio attorno al fianco e lo stringeva, i figli, rispettivamente di 7 e 9 anni, che correvano nel giardino e alzavano di tanto in tanto lo sguardo per vedere se mamma e papà fossero ancora affacciati alla finestra della vecchia casa per le vacanze. Sorrideva. Gli occhi si inumidirono.
Il signor Otis così rimase, così fu trovato dalla signora Aline che entrò nella stanza per avvisarlo che il pranzo era servito, ancora una volta, al piano inferiore.


Flaviano Bedin studia lingue e letterature moderne presso l’Università degli studi di Verona e ama scrivere. Si concentra spesso su racconti brevi che nascono dai luoghi che visita. Attualmente non ha ancora deciso dove e per quanto fermarsi nella prossima meta del suo percorso. 


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